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Gioielli anni ' 50 . Torri, palazzine e palasport
le architetture da proteggere

Repubblica — 26 agosto 2008 pagina 11 sezione: ROMA

 

Le torri trasparenti progettate nel 1957 da Cafiero e Ligini quali leggeri propilei alla Roma moderna per chi s' apprestava all' Eur dal mare, sono state sgretolate un poco alla volta lo scorso inverno per spianare la strada all' edificio polivalente ideato dall' archistar Renzo Piano. La soluzione scelta per il Velodromo è stata invece un' unica carica di esplosivo: e in pochi secondi, alcune settimane fa, è andata in polvere l' iperbolica, nitida, ancorché umiliata da anni di abbandono, curva disegnata dagli architetti Ligini, Ortensi e Ricci nel 1955 in vista dei Giochi del '60. L' architettura romana degli anni Cinquanta ha registrato quest' anno due importanti perdite. E a nulla sono servite le proteste, tra gli altri, della Fondazione Bruno Zevi che ha da poco mandato in libreria "Una guida all' architettura moderna dell' Eur". Introdotte da Adachiara Zevi, Alessandra Muntoni e Alessandra Capanna, le autrici, non hanno fatto in tempo a correggere in bozze le loro schede: le torri dell' ex ministero delle Finanze in viale America, e la pista che fece volare i ciclisti olimpici in viale della Tecnica, fanno ormai parte - parafrasando il rammarico di Giuseppe Pagano per la magniloquente, vincente linea piacentiniana dell' Eur nel 1941, rispetto alla, sconfitta, utopia razionalista di Terragni - delle "occasioni perdute". La legge permette ai soprintendenti di apporre il vincolo dopo cinquant' anni dall' edificio. Ma non vale la data del progetto bensì quella della costruzione. E, comunque, il nuovo millennio ha innescato il timer per il provvedimento di tutela per tutta una serie di interventi che costituiscono la faccia nascosta - più vicina al cinema di Antonioni che a quello di Fellini - della Roma anni Cinquanta. Ma la modernità e la funzionalità dell' International style, le spinte verticali attente a reinterpretare, sulla scorta della Torre Velasca milanese di B. B. P. R., la vertigine dei grattacieli di New York con il solido archetipo delle nostrane torri comunali, non campeggiano solo lungo i fianchi della Colombo, dove peraltro svetta la cisterna-ristorante di Roberto Varisco (il "Fungo") accanto alla cupola (forma obbligata nella città del Pantheon e di San Pietro) disegnata da Nervi per il suo Palasport, le cui avvolgenti fasce in cemento armato tornato nei possenti pilastri a delta nell' androne della centrale dell' Inps ideata sin dal 1957 da Mario e Giulio Pediconi. Un viaggio nella città in attesa di vincolo protettivo, o già messa al riparo da ruspe e mine, passa innanzitutto dalla periferia dei quartieri romani costruiti seguendo il piano Ina casa del 1949, vent' anni dopo la straordinaria stagione di edilizia popolare nella Vienna rossa della Karl-Marx Hof. Ecco allora innanzitutto il Tiburtino, capolavoro del Neorealismo creato da un pool di giovani architetti guidati da Quaroni e Ridolfi o la romanità dei vari Perugini e Del Debbio rivissuta attraverso il laterizio, con le case torre e quelle basse di Acilia. Grande e pensata architettura, enclave di qualità negli anni in cui stava per esplodere l' irregolarità dei palazzinari protagonisti del Sacco di Roma. E se l' edilizia intensiva trova una sua magnifica espressione nelle alte torri Ina di Ridolfi e Frankl al quartiere africano, la tipologia della palazzina viene interpretata magnificamente da Luigi Moretti nella chiara partitura del "Girasole" di viale Bruno Buozzi. Espressione delle grandi risorse investite in vista delle Olimpiadi romane sono poi il villaggio olimpico al Flaminio, con le dimore degli atleti sollevate da terra attraverso i pilotis di Le Courbusier e con il piccolo stadio di Nervi. Ma a cavallo dei due decenni si colloca il capolavoro della Roma moderna: l' antico uso della calda pietra rossa rivive, di fronte alle mura Aureliane, incastonato nelle vigorose travi d' acciaio che scandiscono in facciata la suddivisione interna, il ritmo del commercio, della Rinascente di Albini e Helg in piazza Fiume.
CARLO ALBERTO BUCCI

 

 

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