Le torri trasparenti progettate
nel 1957 da Cafiero e Ligini quali leggeri propilei alla Roma
moderna per chi s' apprestava all' Eur dal mare, sono state sgretolate
un poco alla volta lo scorso inverno per spianare la strada all'
edificio polivalente ideato dall' archistar Renzo Piano. La soluzione
scelta per il Velodromo è stata
invece un' unica carica di esplosivo: e in pochi secondi, alcune
settimane fa, è andata in polvere l' iperbolica, nitida,
ancorché umiliata
da anni di abbandono, curva disegnata dagli architetti Ligini,
Ortensi e Ricci nel 1955 in vista dei Giochi del '60. L' architettura
romana degli anni Cinquanta ha registrato quest' anno due importanti
perdite. E a nulla sono servite le proteste, tra gli altri, della
Fondazione Bruno Zevi che ha da poco mandato in libreria "Una
guida all' architettura moderna dell' Eur". Introdotte da
Adachiara Zevi, Alessandra Muntoni e Alessandra Capanna, le autrici,
non hanno fatto in tempo a correggere in bozze le loro schede:
le torri dell' ex ministero delle Finanze in viale America, e la
pista che fece volare i ciclisti olimpici in viale della Tecnica,
fanno ormai parte - parafrasando il rammarico di Giuseppe Pagano
per la magniloquente, vincente linea piacentiniana dell' Eur nel
1941, rispetto alla, sconfitta, utopia razionalista di Terragni
- delle "occasioni perdute". La
legge permette ai soprintendenti di apporre il vincolo dopo cinquant'
anni dall' edificio. Ma non vale la data del progetto bensì quella
della costruzione. E, comunque, il nuovo millennio ha innescato
il timer per il provvedimento di tutela per tutta una serie di
interventi che costituiscono la faccia nascosta - più vicina
al cinema di Antonioni che a quello di Fellini - della Roma anni
Cinquanta. Ma la modernità e la funzionalità dell'
International style, le spinte verticali attente a reinterpretare,
sulla scorta della Torre Velasca milanese di B. B. P. R., la
vertigine dei grattacieli di New York con il solido
archetipo delle nostrane torri comunali,
non campeggiano solo lungo i fianchi della Colombo, dove peraltro
svetta la cisterna-ristorante di Roberto Varisco (il "Fungo")
accanto alla cupola (forma obbligata nella città del Pantheon
e di San Pietro) disegnata da Nervi per il suo Palasport, le cui
avvolgenti fasce in cemento armato tornato nei possenti pilastri
a delta nell' androne della centrale dell' Inps ideata sin dal
1957 da Mario e Giulio Pediconi. Un viaggio nella città in
attesa di vincolo protettivo, o già messa al riparo da ruspe
e mine, passa innanzitutto dalla periferia dei quartieri romani
costruiti seguendo il piano Ina casa del 1949, vent' anni dopo
la straordinaria stagione di edilizia popolare nella Vienna rossa
della Karl-Marx Hof. Ecco allora innanzitutto il Tiburtino, capolavoro
del Neorealismo creato da un pool di giovani architetti guidati
da Quaroni e Ridolfi o la romanità dei vari Perugini e Del
Debbio rivissuta attraverso il laterizio, con le case torre e quelle
basse di Acilia. Grande e pensata architettura, enclave di qualità negli
anni in cui stava per esplodere l' irregolarità dei palazzinari
protagonisti del Sacco di Roma. E se l' edilizia intensiva trova
una sua magnifica espressione nelle alte torri Ina di Ridolfi e
Frankl al quartiere africano, la tipologia della palazzina viene
interpretata magnificamente da Luigi Moretti nella chiara partitura
del "Girasole" di viale Bruno Buozzi. Espressione delle
grandi risorse investite in vista delle Olimpiadi romane sono poi
il villaggio olimpico al Flaminio, con le dimore degli atleti sollevate
da terra attraverso i pilotis di Le Courbusier e con il piccolo
stadio di Nervi. Ma a cavallo dei due decenni si colloca il capolavoro
della Roma moderna: l' antico uso della calda pietra rossa rivive,
di fronte alle mura Aureliane, incastonato nelle vigorose travi
d' acciaio che scandiscono in facciata la suddivisione interna,
il ritmo del commercio, della Rinascente di Albini e Helg in piazza
Fiume.
CARLO ALBERTO BUCCI