Spazio e non-spazio ebraico
Confronto del compositore jazz
Uri Caine con la musica di Mahler
Comunità Ebraica di Venezia, 29 novembre 1998
Inizio con un episodio vero, che
suona come una storiella umoristica yiddish. L'ala ebraica del museo di Berlino,
progettata dall'architetto Daniel Libeskind, doveva essere inaugurata già
da vari mesi, dalla fine dello scorso anno. Perchè l'evento tanto atteso
è ancora procrastinato? Perchè il museo è vuoto, non
vi è stata allestita alcuna mostra. Il materiale è lì
ma, dice il direttore: «Dalla mattina alla sera, migliaia di visitatori
pagano il biglietto d'ingresso, si aggirano nelle sale deserte, non vedono
niente poiché non c'è niente da vedere, ed escono pienamente
soddisfatti». In realtà, non vedono quadri, statue, documenti,
cimeli, ma vivono in cavità inedite, altimetricamente sfalsate, travolgenti
e inebrianti, in bilico tra decine di ponti e centinaia di rabbiose feritoie
diagonali che tagliano a zig zag, feriscono pareti, soffitti e pianciti. Sono
spazi geometricamente indefinibili, ignari d'ogni impianto codificato, privi
di angoli retti e di linee e piani paralleli, emancipati da ogni norma, da
ogni tabù tradizionale. Questi spazi che sfuggono ad ogni definizione
stereometrica, questi non-spazi rievocano i caratteri della lingua yiddish
descritti da Kafka: «Espressioni brevi e nervose. Non ha grammatica.
Alcuni tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddish viene parlato
senza sosta e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici... Lo yiddish
si compone solo di parole straniere, che però non riposano nel suo
seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte.
Lo yiddish è percorso da un capo all'altro da migrazione di popoli...
Nelle sue strutture linguistiche, impastate di arbitrio e regole fisse, si
riversano ancora i dialetti, perché tutto lo yiddish non si compone
che di dialetto, compresa la lingua scritta».
Chiusa a premessa. Molti anni fa, in occasione di un congresso dell'Unione
delle Comunità Israelitiche Italiane, tenni a Roma, nella sala della
Protomoteca in Campidoglio, una prolusione sul tema: “Ebraismo e concezione
spazio-temporale dell’arte”. Pubblicata in varie lingue, è
tuttora citata da chiunque si occupi di questo argomento. Mi identifico in
questo discorso in cui il mio essere orgogliosamente ebreo e appassionatamente
sionista coincide con la lotta antifascista, di "Giustizia e Liberta'"
e del Partito d'Azione, che ha qualificato tutta la mia vita, e con le quotidiane
battaglie per l'architettura organica, per un ambiente atto a promuovere la
felicità umana.
Tutto quanto dirò oggi è legato a quel discorso, lo commenta
e verifica. E, poiché non posso pretendere che voi l'abbiate letto
e lo ricordiate, lo riassumo in cinque punti nodali, anche a rischio di rendere
schematica un'ottica critica che mira ad essere duttile e flessibile.
l. L'ebraismo è una concezione del tempo. Mentre le divinità
di altri popoli sono associate a luoghi e cose, il Dio di Israele è
il Dio degli eventi. La vita ebraica, scandita sul Libro e commentata dal
Talmud, è permeata di storia, cioè da una coscienza temporalizzata
dei compiti umani. Tra i grandi pensatori, Filone, Maimonide, Spinoza, Michelstaedter,
proposero mediazioni sincretiche tra ontologismo e relatività, anche
per evitare qualsiasi dogma o feticcio del tempo. Ma in nessun caso l'ebraismo
è riducibile ad una concezione spaziale.
2. Nel sabato s'individua la santificazione del tempo, di Dio, dell’esistenza:
«I sabati sono le nostre grandi cattedrali», afferma Heschel.
Noi privilegiamo la crescita sull'essere, la formazione rispetto alla forma
come entità conclusa. La nostra storia è antistatica e antispaziale.
Comincia da una diaspora, dall'esilio in Egitto, con una migrazione verso
la Palestina. La diaspora si ripete dopo la distruzione del secondo tempio
e continua nei secoli. Nomadi ai primordi, poi erranti fino alla realizzazione
del sogno di Teodoro Herzl, nel "galuth", notava Nachum Goldmann,
«si esprime il carattere specifico della nostra storia».
3. La coscienza dello spazio alimenta l'idolatria. Quella del tempo contrassegna
l'eresia. In arte, nel mondo antico, l'atteggiamento iconoclasta è
un atto eretico. Costantemente, l'ebraismo si oppone a tre concezioni: a)
al classicismo, b) all'illuminismo, c) al cubismo analitico. NO AL CLASSICISMO,
perché punta sull'ordine a priori. NO ALL'ILLUMINISMO, perché
propugna idee universali, assolute e assolutiste. NO AL CUBISMO, perché
astrae dalla materia, riguarda il montaggio di forme e non l'autofarsi della
forma. L'ebraismo in arte punta sull'anticlassico, sulla destrutturazione
espressionista della forma; rigetta i feticci ideologici della proporzione
aurea e celebra la relatività; smentisce le leggi autoritarie del bello
ed opta per l'illegalità e la sregolatezza del vero.
4. I grandi ebrei, da Einstein a Freud, da Schönberg a Kafka a Soutine
a Erich Mendelsohn, sono dissacratori di miti, tenacemente avversi agli idoli
sempre ricorrenti dei vitelli d'oro. «L'insegnamento dell'ebraismo»,
dice Heschel, «consiste nella teologia dell'azione comune».
L'interesse di Dio è per il vivere di ogni giorno. La sfida non sta
nell'organizzare grandi sistemi dimostrativi, ma nel modo in cui gestiamo
il luogo comune". Per l'artista ebreo, cos'è l'ansia del tempo?
Riflette un'angoscia esistenziale, emana dal dubbio, dall'insicurezza.
Nessun luogo del mondo è immune dall'antisemitismo, nessun luogo è
sicuro, neppure la terra d’Israele. Smarrito, l'artista ebreo vive in
uno stato di incomunicabilità, non può illudersi, non c'è
nessun rifugio, neppure nell'ambito della cultura.
5. La vita ebraica è dunque quella dell'espressionismo, l'unico movimento
disposto a falsificare e demolire tutti i tabù estetici e linguistici,
senza pretendere di ricostruirne subito altri. È la via dello yiddish,
privo di grammatica e di sintassi, farcito di parole straniere, "percorso
da migrazione di popoli". È la via di Gustav Mahler, antologia
di frantumi, magma di contaminazioni, arte aristocratica e Kitsch in un montaggio
aleatorio, irriducibile a strutture linguistiche codificate. Per Arnold Schönberg
emancipare la dissonanza significa eliminare le ultime scorie dell'illuminismo
e del neoclassicismo, sconfiggere la tonalità, tutto ciò che
di gerarchico e autoritario essa presuppone rispetto a un "prima"
e a un "dopo". L'emancipazione della dissonanza coincide con l'emancipazione
del popolo ebraico, l'elemento dissonante più osteggiato, odiato, deriso,
insultato, perseguitato della vicenda umana. Il messaggio ebraico culmina
nell'opera del massimo genio della storia architettonica, Frank Lloyd Wright,
non-ebreo. Uno studioso americano, Norris Kelly Smith, ha spiegato la natura
di questo genio sulla base di un confronto tra pensiero ebraico, "dinamico,
vigoroso, appassionato e spesso esplosivo" e pensiero greco, "statico,
pacifico, moderato e armonioso". Figlio di un sacerdote unitario, la
cultura di Wright, radicata nel vecchio testamento, è sostanzialmente
biblica.
Fin qui quanto si poteva dire 25 anni fa. Cosa è successo da allora?
Basta riferirsi alla situazione della letteratura per captare quella architettonica.
La letteratura ebraica ha prevalso negli Stati Uniti a seguito della crisi
e del crollo dei valori illuministici su cui si fondava. Annientati i miti
dell'uguaglianza e della felicità, tutti gli americani si sono sentiti
spaesati e frustrati, e ha prevalso il gruppo che da sempre, senza eccezione,
era stato frustrato e spaesato, quello ebraico. Lo stesso è avvenuto
molto dopo in architettura, in modo così inatteso ed esplosivo che
molti non se ne sono ancora accorti.
Il razionalismo si è consumato con la guerra. Un solo architetto ne
ha preso coscienza: il protagonista e il leader del movimento internazionale
razionalista, Le Corbusier. La Chapelle de Ronchamp del 1950 è un urlo
informale contro le illusioni illuministiche, rinnega tutti i principi promulgati
dallo stesso Le Corbusier sin dal 1922: la casa su pilotis, il volume in aggetto,
la pianta libera, la finestra in lunghezza, il tetto-giardino, la griglia,
il Modulor. Nessun "ordine", nessuna "ripetizione" in
questo impero dello spazio-luce. Un'integrale rivoluzione comunicativa, incompresa
persino dai diretti discepoli del maestro svizzero-francese. L'architettura
del mondo, inclusa quella di Israele, procedette come se nulla fosse successo.
Fino al 1988, il razionalismo, nella scadente versione dell'International
Style, si diffonde, malgrado varie eccezioni che non riescono però
ad alterare gli orientamenti culturali. Sono eccezioni: l'Opera di Utzon nella
baia di Sidney, il Terminal TWA nell'aeroporto di New York plasmato da Eero
Saarinen, l'Habitat '67 a Montréal del giovanissimo canadese Moshe
Safdie, i prodotti della scuola americana di Bruce Goff. L'espressionismo
riacquista cittadinanza in Germania con Hans Scharoun, con Michelucci e Ricci
in Italia, John Johansen negli Stati Uniti, Reima Pietilä in Finlandia.
Il movimento organico procede ma, all'improssivo, nel 1980, qui alla Biennale
di Venezia, il suo sviluppo viene ostacolato dal forsennato tentativo di anchilosare
la storia tornando al passato. Il cosiddetto Post-Modern rappresenta l'estremo
conato di riesumare il fascismo, condendolo di salsa anarcoide e autoindulgenza
tradizionalista. Questa droga si protrae più o meno per otto anni,
che servono a preparare i capi della riscossa, Peter Eisenmann ebreo, Richard
Meier ebreo, Frank O. Gehry ebreo, Zvi Hecker e Daniel Libeskind ebrei, Lawrence
Halprin ebreo, ed altri.
Nel 1988 si apre a New York, nel Museum of Modern Art, la mostra sull'architettura
decostruttivista che, nel giro di 24 ore, spazza via i detriti puteolenti
del Post-Modern scomparso nella vergogna, tanto che sembra che non sia mai
esistito.
In quest'ultimo decennio si verifica l'evento epocale. L'obiettivo perseguito
da almeno 5.000 anni, dall'età delle caverne, è raggiunto.
L'architettura della libertà, attiva nell'età paleolitica, e
coartata dagli ordinamenti neolitici, dai mondi assiro-babilonese, egizio,
greco e romano, riemersa nel tardo-antico, specie nel periodo catacombale,
repressa dai bizantini ma poi riaffiorante nei linguaggi frantumati dell'Alto
Medioevo e del traballante Romanico, schiacciata di nuovo dal Gotico e dal
Rinascimento, premente nel Barocco ma subito congelata dal Neoclassicismo,
l'architettura dell'emancipazione espressionista, ibernata dal razionalismo
e dal Post-Modern, finalmente prevale, vince, trionfa spontaneamente quasi
senza combattere, aprendo così il capitolo dello spazio e non-spazio
ebraico.
Le caratteristiche del decostruttivismo sono poche, semplici e radicali.
Primo. Inverano quanto diceva Heschel, la teologia del luogo comune, il modo
con cui gestiamo il quotidiano. Non vi sono ideologie, proclami, manifesti
decostruttivisti. Siamo affrancati da qualsiasi astrazione idolatrica.
Secondo. Nel passato l'architettura, più che riflettere le esigenze
della vita, le ha mascherate a fini compensatori. Più il potere s'incrinava
e minacciava di precipitare, più i suoi edifici erano monumentali.
Più le crisi economiche imperversavano, più venivano celate
dietro palladiane evasioni. L'architetto poteva essere uno psicopatico da
rinchiudere nella neuro ma, quando sedeva al tavolo da disegno, diventava
olimpico, oggettivo, librato sopra le vicende terrene. Ebbene, i decostruttivisti
hanno rotto l'incantesimo, rivendicando il diritto al "progettare disturbato",
a un'architettura che non sia solo consolatoria.
Hanno rinunciato al bello, a favore del significativo.
Terzo. Fra i decostruttivisti non c'è nessuno che si dichiari decostruttivista,
anzi tutti snobbano e dileggiano il termine. Non vogliono un movimento per
l'emancipazione dello spazio; lo emancipano nei fatti. Non proclamano principi
nuovi; annientano quelli che ci sono. Rivendicano una scrittura architettonica
di "grado-zero", che agisca in una zona bianca, neutra, sotto quella
del potere e sovrastante quella dei vernacoli; un'architettura scorrevole
come lo yiddish, impura e contaminata. Frank Lloyd Wright l'aveva profetizzato
nel 1924, parlando ad un architetto ebreo, Erich Mendelsohn: "L'architettura
del futuro sarà, per la prima volta nella storia, interamente architettura,
spazio in se stesso, senza prescrizioni". Il futuro è arrivato,
impegnato e splendente, 64 anni dopo.
La scuola a Berlino di Zvi Hecker, il Guggenheim di Frank O. Gehry a Bilbao,
l'ala ebraica del museo di Berlino e l'ampliamento del Victoria & Albert
Museum a Londra di Daniel Libeskind sono tra le opere più eloquenti
dello spazio non-spazio ebraico contemporaneo. Il pensiero ebraico, cui aderiscono
e contribuiscono moltissimi non-ebrei, è in testa e guida la cultura.
Ovviamente, nessuno degli architetti citati sottoscriverebbe quanto dico sull'attuale
leadership ebraica. Hanno paura di separarsi dagli altri, temono un nuovo
antisemitismo, sottostanno alla mentalità della generazione precedente,
secondo la quale agli ebrei convenivano l'understatement e il sottovoce. Ma,
dopo la Shoà, tale raffinata delicatezza è assurda.
Per concludere, una nota provocatoria. Quale linguaggio adottare progettando
e costruendo oggi? Rispondo paradossalmente: lo yiddish.
Conferma il compositore jazz di New York, Uri Caine, sfidato a confrontarsi
con la musica di Mahler. Ne inala ed assorbe tutte le componenti triviali,
musiche da ballo, musiche popolari con campanacci, sonagli e colpi di bacchetta.
Nessuna espressione gli è estranea, tutto viene cercato, rintracciato,
citato, presentato e trattenuto, per poi essere annichilito con scherni e
grida di dolore, fino a quando rimane soltanto la sottile melodia di un violino,
suonata da un musicista esausto, ormai dimenticato nelle ceneri di una casa
consunta dalle fiamme.
Cosa poteva fare Uri Caine su un Mahler che profetizza l'Olocausto?
Cosa si può fare, come si può vivere dopo l'Olocausto?
Evidente: abbracciando la modernità che fa di ogni crisi, di ogni tragedia,
di ogni catastrofe, un valore. .Wright e Mahler sono, per molti versi, comparabili,
e la via di Uri Caine è applicabile all'architettura: giocare su spazi
e volumi è come scherzare su suoni disperati.
Questo è lo spazio non-spazio ebraico, frutto di secoli e secoli di
vita miserrima e soccombente, spiritualità traboccante, fame endemica,
pensiero millenario, superstizioni e credenze cabalistiche, sopportazioni
di soprusi e di restrizioni perverse, persecuzioni inaudite per ferocia e
ottusità, e poi danza, canto, spasmodica volontà di vivere,
delirio dell'attesa messianica e, infine, capacità di ridere di sé
anche sull'orlo del baratro, del massacro.