Per la ricostruzione del Partito d'Azione
Roma, 7 dicembre 1997
Alle quattro di mattina di martedì
21 ottobre del '47, dopo una drammatica notte spesa nel sotterraneo del Lungotevere
ove si era tenuto l'ultimo comitato centrale del partito, attraversavo Ponte
Garibaldi diretto verso l'Argentina. Ero disperato.
Nessuno aveva propugnato in modo convincente l'autonomia del PdA; la discussione
verteva sul modo di sopprimerlo. Riccardo Lombardi aveva preparato una dichiarazione
fiera ed energica, drasticamente critica dell'ideologia e della politica socialista.
Voleva entrare nel PSI a testa alta. Ma i suoi amici tentavano di evirare,
frase per frase, il contenuto eretico della dichiarazione, ragionando che,
per confluire nel PSI, era inopportuno apostrofarlo. Lombardi s'infuriò,
lasciò la sala indignato, gridando: "Entrate voi!
Io resto fuori!". Fu risucchiato e, alla fine, si pervenne a un compromesso
onorevole.
Traversai Ponte Garibaldi, disperato. Lo confesso, anche perché non
mi è più capitato: piangevo disperatamente. Il mio partito annientato,
Carlo Rosselli era stato assassinato per la seconda volta, crollava la prospettiva
di un'Italia moderna, post-fascista. Tornavamo al pre-fascismo, ai partiti
sconfitti, all'inerzia corrotta. Nuova amputazione.
Prima, gli amici, i fratelli della cospirazione antifascista, militanti, quasi
tutti, nel Partito Comunista. Adesso, quelli del Partito d'Azione dispersi
tra socialisti e repubblicani.
Con le uniche eccezioni dell'esaltante parentesi di “Unità Popolare”
del '53 e dei vari coinvolgimenti nelle lotte radicali, da quella mattina
del 21 ottobre 1947 sono stato sempre solo e isolato. Tuttavia, canta Georges
Moustaki: «Je ne suis jamais seul avec ma solitude (nella fattispecie,
con il PdA), et si je préfère l'amour d'une autre courtisane
(PSI, PSDI, PRI ecc,), elle (il PdA) sera à mon dernier jour ma dernière
compagne».
Da allora infatti tutto il mio lavoro è stato condotto nello spirito
del Partito d'Azione, riflesso del pensiero liberal-socialista di Rosselli
nello specifico urbanistico e architettonico. I martiri di "Giustizia
e Libertà", del Partito d'Azione, della Resistenza fondono con
i sei milioni dei campi di sterminio.
Sono solitario del PdA, sono ebreo - per loro. Aggiungo: credo nello spazio
come protagonista dell'architettura, come fonte di gioia e matrice di comportamenti
individuali e sociali alternativi - per loro. Odio l'accademia, il classicismo,
la simmetria, i rapporti proporzionali, le cadenze armoniche, gli apparati
scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli "ordini",
i vincoli prospettici, gli impianti edilizi statici, non dinamizzati e quindi
non plasmati in chiave di fruizione - per loro. Di più - per loro -
apprezzo e subisco richiami contraddittori: l'impegno nella programmazione
economica e urbanistica dall'alto e, insieme, l'attrazione per l'advocacy
planning, per la pianificazione dal basso, alla Danilo Dolci. Amo la modanatura
sottile e tremula, e il kitsch scatenato; Schönberg e Moustaki. Detesto
il conformismo, ma non i rituali. È cristallino, proprio nella latitudine
delle sue dissonanze: sono sempre stato, sono e sarò sempre del Partito
d'Azione.
Del resto, non sono affatto originale. Vittorio Foa racconta che, nel 1980,
quando un suo volume di scritti fu presentato all'Università di Catania,
il preside di Lettere gli pose una domanda: «Io credo che tutto questo
lavoro sia fortemente ispirato a una tradizione culturale preziosa, quella
azionista; tu cosa ne dici?» e Vittorio: «Io risposi semplicemente:
Sì».
Ma fu Riccardo Lombardi a dire: «Quando si è stati in “Giustizia
e Libertà” e nel Partito d'Azione, si porta per tutta la vita
il marchio di questa appartenenza. Noi siamo come i cattolici che, quando
hanno ricevuto uno solo dei sacramenti, non lo perdono più, anche in
caso di apostasia. Gli azionisti che sono usciti dal partito portano e porteranno
quest'abito mentale ovunque essi siano. E molti compagni che si sono allontanati
da noi, ovunque vadano, se all'inizio sono stati veramente azionisti, rimarranno
tali per sempre».
Per cinquant'anni, almeno una volta al mese, abbiamo ipotizzato di ricostituire
il PdA. Specie in circostanze eccezionali, quali furono nel 1953 la battaglia
contro la «legge truffa» o, più tardi, quella radicale
per il divorzio. Non riuscirò mai a capire perché abbiamo aspettato
mezzo secolo per ricostituirlo. Ma è certo che solo oggi, con il centro-sinistra
al potere, vibra e palpita un contesto degno di un atto rischioso. E noi ci
buttiamo con ottimismo, sicuri che i conti tornino.
Ci buttiamo per due fondamentali motivi: a) per un risarcimento storico, b)
per una politica mossa dalla cultura.
Risarcimento storico. Io ricordo l'ostracismo dato al Partito d'Azione sul
fronte dell'organizzazione sindacale. Prima ancora della liberazione della
capitale, a Napoli, Dino Gentili aveva elaborato un nostro contributo originale
alla Confederazione del Lavoro. Ma l'esclusione del PdA dalla costruzione
della CGIL unitaria nel 1944 fu un colpo durissimo infertoci dai partiti di
sinistra che optarono per un'alleanza strutturale con la Democrazia Cristiana.
E ricordo l'insofferenza, l'aria di superiorità, il disprezzo di De
Gasperi e di Togliatti per il governo Parri, il cinismo e l'indifferenza di
tutte le altre forze politiche di centro e di sinistra. Del resto, Carlo Levi,
in “L'orologio”, ha descritto la seduta surrealista che ebbe luogo
al Viminale. Tra il cinico vicino di sinistra, che faceva, come era suo dovere,
gesti di assenso, perché si deve applaudire alla virtù, e il
vicino di destra, "quel vecchio e navigato serpente", Ferruccio
Parri "pareva impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito
col pallido colore dei morti, con la spettrale sostanza dei morti, con la
dolente immagine dei giovani morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati,
con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati,
dei malati, degli orfani, nelle città e sulle campagne. Il suo corpo
stesso pareva fatto di questi dolori, essi scorrevano nel suo sangue; la sua
pelle aveva il colore delle ossa biancheggianti nei campi. Dicevano che non
fosse un uomo politico, che non rappresentasse nessuna forza reale, che non
sapesse destreggiarsi nel gioco avviluppato degli interessi, che non fosse
altro che un personaggio simbolico e neutrale. Ma egli rappresentava, o piuttosto
ne era costruito, qualche cosa che non è negli schemi politici; una
cosa nascosta e senza nome, uguale in tutti e indeterminata, ripetuta milioni
di volte in milioni di modi eternamente uguali: i morti freddi sotto la terra,
la sofferenza di ogni giorno e il coraggio che la nasconde".
Levi conclude: «La diagnosi era dura ed esatta: ritorno di un vecchio
mondo, tentativo di annullare tutto quello che era stato fatto». Non
si voleva un partito nuovo, di sinistra ma pregno di idealità liberali.
Il liberal-socialismo veniva irriso. L'idea delle due economie o quella della
repubblica presidenziale, formulate da alcuni azionisti, erano schernite.
Principalmente era ritenuto intollerabile il non-classicismo del PdA, antidottrinario
e aperto al pluralismo. Non corrispondevamo alle regole del pre-fascismo;
dovevamo essere eliminati.
Oggi, dopo cinquant'anni, è tutto diverso. Alcuni confrontano D'Alema
a La Malfa, il che è plausibile evidenziando che Ugo la Malfa era meglio
di D'Alema. Ciampi ricorda Calogero e parla dell'«etica dell'azionismo».
C'è persino chi rievoca l'«eleganza trasandata» degli azionisti,
che anticipa di mezzo secolo l'attuale moda maschile. Insomma, infrante l'ideologia
di sinistra e quella di destra, crollati i miti sia della statizzazione che
della privatizzazione a oltranza, riesumato il liberal-socialismo in libri,
saggi, convegni, il Partito d'Azione torna all'ordine del giorno, rioccupa
la scena decretando un dovuto, lungamente atteso risarcimento storico.
Ben più complesso è il tema del rapporto politica-cultura. Ne
accennerò in modo telegrafico. Tutti i partiti, persino quello radicale,
considerano strumentalmente la cultura.
Cinquant'anni fa, intellettuali come Mario Alicata, Aldo Natoli, Paolo Bufalini,
dovevano smettere di essere intellettuali per dedicarsi totalmente al Partito
Comunista. Più tardi, e oggi, il vincolo è meno costrittivo,
vige un'estraneità tra politica e cultura, con la duplice conseguenza
che la politica è largamente incolta e la cultura è largamente
disimpegnata. Il governo di centro-sinistra non ha ancora saputo afferrare
il problema, s'illude di detenere il potere culturale insieme a quello politico.
Ciò avviene anche per molti sindaci, a cominciare da Francesco Rutelli,
la cui allergia all'urbanistica rischia di mandare a rotoli la capitale nel
giro di 24 mesi.
È compito urgente del nuovo Partito d'Azione riformulare in modo originale,
creativo, lo scambio dinamico tra cultura e politica. Se non lo facciamo noi,
nessuno lo farà.
Io parlo a voi, ma penso ad altri. Questa anonima sala la vedo animata e agitata
da colossi simili agli "schiavi" michelangioleschi. Rappresentano
"i cavalieri dell'umanità":
Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Ugo La Malfa,
Piero Calamandrei, Riccardo Lombardi, Carlo Ludovico Ragghianti, Enzo Sereni,
Francesca Fancello, Tristano Codignola, Guido Calogero, Adolfo Omodeo, Carlo
Levi, Guido Dorso, Leone Ginzburg, e tanti altri più piccoli come,
ad esempio, Sergio Baldacci, Bruno Pierleoni, operaio della Galilei a Firenze,
emigrato in Francia, poi in Messico, che ci raggiunse a Londra insieme a Leo
Valiani, quando tornammo volontari in Europa, Alberto Cianca, Alberto Tarchiani,
Aldo Garosci e io, per combattere il nazi-fascismo dall'interno. E tanti altri
che non sono stati iscritti al Partito d'Azione perché ancora non c'era,
ma furono giellisti, azionisti ante-litteram, e ne citerò uno solo:
Mario Angeloni, il primo dell'eroico, leggendario gruppo Rosselli a cadere
in Catalogna.
Dieci anni fa, Leo Valiani chiudeva il convegno su “L’azionismo
nella storia d'Italia 1946-53”, organizzato dalla società operaia
di Porto San Giorgio, l'unica cittadina ad essere amministrata, subito dopo
la guerra, da uomini del partito d'Azione. «Dobbiamo tener duro»,
disse Valiani, «questo è il senso, il succo dell'insegnamento
di Gaetano Salvemini, del Partito d'Azione, finché non potrà
esserci un superamento non dico dei blocchi, ma del pericolo di un conflitto
tra i blocchi, tale che veramente si possa riprendere la marcia in avanti
della politica democratica europea... Rosselli scriveva nel 1929, nel 1986
siamo più vicini a vedere la realizzazione della sua previsione. Ma
la vedremo per intero? Ci sono vischiosità, ostacoli, avversari, nemici
da combattere», ma non c'è più Stalin, non c'è
più Pio XII. E ora possiamo aggiungere: non c'è più Andreotti,
non c'è più Craxi.
E concludo. Abbiamo tenuto duro, perciò siamo ancor più vicini
alla profezia di Carlo Rosselli. Quindi possiamo ripetere quanto gridò
Piero Calamandrei, abbandonando cinquant'anni fa il comitato centrale. Gridò:
«Viva il Partito d'Azione!».