I “colleghi” d’accordo. Ma Zevi: «Non ha il senso del ridicolo».

“La Stampa”, 1 febbraio 1992

«Esautorato in patria, dove nessuno lo ascolta, il principe Carlo cerca eco in Italia per propugnare una risibile accademia pseudorinascimentale che la Gran Bretagna non ha mai avuto. Il principe possiede tutte le virtù regali ma non ha il senso del ridicolo»: il giudizio secco e duro mi viene dato da Bruno Zevi, lo storico dell'architettura moderna che più tenacemente si è battuto contro i tentativi di ritorno a linguaggi del passato, magari sotto etichette post-moderne.
Ma la battuta fulminante di Zevi contro il principe che accusa gli architetti di aver provocato «più danni dell'aviazione di Hitler» rimane isolata nei commenti di altri critici e architetti progettisti i quali mostrano una certa comprensione, pur rifiutando di condividere le scelte stilistiche di Carlo d'Inghilterra. Ecco il parere di Giancarlo De Carlo: «Mi sono incontrato col principe a Londra: mi è sembrato sincero nelle sue denunce dei guasti causati da dissennate operazioni immobiliari. Quella dei Docks di Londra è un autentico disastro. Trovo esemplare il fatto che un erede al trono si occupi dei problemi sociali originati dalla speculazione edilizia, che punti il dito contro l'imbecillità di alcuni architetti, che in tv mostri i labirinti mostruosi di cemento, come lui definisce certe opere firmate. Ma non concordo quando dalla critica passa alle proposte architettoniche».
Questa sembra proprio l'ambizione della scuola fondata da Carlo d'Inghilterra: «Condurre a un'architettura che rispetti le caratteristiche più antiche» contrastando il degrado delle città. Il modello dell'urbanistica voluta dal principe è «quella splendida città che è Siena». Forse per questo motivo aveva chiamato a Londra Giancarlo De Carlo, il quale ha fama internazionale per l'opera che svolge da anni a Siena come studioso e docente, nonché per il piano di Urbino. «Ma avere come modello Siena non significa farne la copia in Inghilterra. Il principe Carlo non è soltanto un romantico. Ha studiato, è una persona intelligente e colta. Però rischia di cadere quando propone il ritorno a linguaggi del passato, anche all'architettura vernacolare. Sarebbe una confessione di impotenza».
C'è un architetto inglese di origine toscana, Richard Rogers, duramente attaccato dal principe, al quale ha replicato non meno duramente. È autore, tra l'altro, del discusso Palazzo dei Lloyd's di Londra. Rimprovera al principe, più delle sue scelte stilistiche, una certa tendenza a usare il suo prestigio e il suo potere per orientare le giurie dei concorsi, per bloccare progetti che non rispondono ai suoi gusti.
Ne parlo con Renzo Piano, il quale fu associato a Rogers nell'avventura del Beaubourg: «So che il principe mi ha perdonato quello che gli sembra un peccato di gioventù. Ne ebbi la sensazione a Londra quando la regina Elisabetta mi consegnò la Gold Medal del Royal Institute of British Architects. Sinceramente, da architetto, non riesco a combatterlo. Mi sembra che abbia imboccato una strada un po' da ingenuo, avendo però molte giustificazioni per le sue critiche. Le trasformazioni pesanti subite da Londra e da altre città inglesi hanno creato un malessere urbano reale. Gli architetti avevano nobili cause e nobili aspirazioni; il movimento moderno ci aveva dato in eredità il rifiuto della decorazione e il culto della razionalità. Dobbiamo riconoscere che l'interpretazione dei canoni moderni è stata fatta da troppi in modo banale, impoverendo l’architettura e rinunciando a ogni riferimento alla memoria, all'eredità del passato.