«Che arbitrio!» E rifiuta la cittadinanza onoraria.
“il Resto del Carlino”, 2 agosto 1991
“Soprintendenti assassini
di monumenti” è il titolo violentissimo ed emblematico di una
polemica tornata rovente: “L'architettura”, periodico nazionale
diretto da Bruno Zevi, dedica nel numero di luglio-agosto un editoriale al
vetriolo sul restauro di Palazzo dei Diamanti e accusa pure gli amministratori
cittadini. «A un biografo di Biagio Rossetti era stata conferita la
cittadinanza onoraria di Ferrara, l'ha rifiutata perché il Sindaco
e il consiglio comunale non hanno difeso con la necessaria energia il capolavoro
del Palazzo dei Diamanti» si legge nella chiusura dell'editoriale, ricordando
il gran rifiuto dell'onorificenza da parte dello stesso Zevi. Il ripristino
del celebre edificio rossettiano -diretto dalle Soprintendenze di Ravenna
e Bologna - è stigmatizzato con acredine: «Si tratta di uno scandalo
inconcepibile, forse dell'arbitrio più assurdo nella storia già
così macchiata delle Soprintendenze ai monumenti». Senza mezzi
termini la denuncia di cecità intellettuale e di arroganza burocratica:
«Lo splendore dei Diamanti è dovuto, tra l'altro, ad un elemento
di somma originalità: un'alta fascia laterizia che sormonta la tessitura
lapidea immettendo un valore cromatico unico, remoto dall'uniformità
rinascimentale, per esempio, del fiorentino Palazzo Strozzi. La Soprintendenza,
- continua il j'accuse - pretende di cancellare questo segno dovuto al genio
di Biagio Rossetti, l’urbanista della città estense. Tutto va
brutalmente imbiancato, in omaggio a considerazioni stilistiche arzigogolate
quanto fasulle». Da qui gli attacchi agli amministratori del Comune,
imputati di scarsa attenzione per le sorti del palazzo simbolo. L'accesa diatriba
ritrova ospitalità anche sulle pagine del Bollettino nazionale di “Italia
Nostra”, l'associazione che si schierò fin dall'inizio contro
la scialbatura del fascione sottotetto. Ma proprio “Italia Nostra”
pubblica l'intervento del direttore vicario dell'Istituto Centrale del Restauro,
Pio Baldi, che difende il recupero «condotto in modo scrupoloso, con
studi storici e tecnici approfonditi, da funzionari di valore». E rassicura:
la contestata imbiancatura è sicuramente rimovible.