Tributo anomalo a Richard Meier

Quando osservo le sue opere e tento di scrutarne l'enigmatica personalità, stupisco poiché mi vien fatto di rievocare, spontaneamente e senza ombra di erudizione (indovinate che?), il complesso monumentale di Baalbek in Siria, del III secolo d.C. Come si spiega questo strano avvicinamento?
Il motivo è abbastanza semplice. Baalbek rappresenta l'estremo, eroico, acrobatico tentativo di svolgere un discorso nuovo, moderno, efferatamente eversivo adottando un lessico e una sintassi tradizionali.
Un minuto di riflessione. Siamo nel III secolo. A cominciare dall'età adrianea il "modo del narrare continuo" ha preso il posto della visione paratattica, della sequenza di quadri indipendenti e anche dell'illusionismo proprio del mondo ellenistico. Roma si è finalmente liberata degli stili classici, delle regole compositive, degli inceppi accademici: ha generato una sua specifica lingua, fondata su archi, volte, conglomerati atti ad involucrare spazi grandiosi e personalizzati, quelli delle terme, delle basiliche, dei teatri e degli anfiteatri, nonché dell'edilizia popolare, quella che sta dietro le muraglie e le facciate.
Con questi strumenti linguistici si affronta il tema vertiginoso di Baalbek, il gigantesco atrio esagonale, il Tempio di Giove, il più vasto del mondo antico, e quello di Nettuno che disimmetrizza in guisa clamorosa l'insieme.
Anche ad una prima analisi, l'effetto è sbalorditivo. Non un arco, non una volta, non un centimetro cubo di conglomerato cementizio entrano nel gioco estetico. L'immagine è inedita, irruente, straboccante, ma rifiuta una tecnica e un codice formale atti a recepirla e a veicolarla. E allora cosa avviene?
L'incredibile: con un anticipo di tredici secoli, un gesto michelangiolesco. L'interno del Tempio di Nettuno è invaso da un manierismo incontenibile e furente, analogo a quello del ricettacolo della Laurenziana fiorentina.
L'orientamento di Meier, volendo decodificarlo, appare simile a quello degli artefici di Baalbek. Infatti, sin dall'immediato dopoguerra fu per tutti evidente che il linguaggio del razionalismo era consumato; per chi non l'avesse capito, lo aveva urlato lo stesso Le Corbusier con l'anatema informale di Ronchamp. Era sorto un linguaggio alternativo, spaziale ed organico, quello lanciato da Frank Lloyd Wright, uno dei massimi geni creativi, forse il più grande, dell'intera vicenda architettonica.
Allora, quale strada seguire per Meier e la sua generazione? Quella del vecchio discorso, quella opposta dettata da nuovi mezzi espressivi, o quella di Baalbek, discorso nuovo nell'ambito di un codice linguistico consolidato?
Non ho mai parlato di questi problemi con Richard Meier, se non una sera, molti anni fa, in un recesso della Villa Aurelia al Gianicolo, dove penetrava, malgrado tutto, l'atmosfera esiziale, da lager culturale, dell'Accademia Americana a Roma. Ma questo era e resta il dilemma sostanziale del nostro linguaggio, anche se negli anni sono state avanzate altre ipotesi, come quella della "de-architetturazione". Tra i primi a comprendere il dilemma razionalismo/organico fu un grande storico e critico, Lewis Mumford che, sin dal 1943, si pose un interrogativo che Meier, io, tutti noi ancora ci poniamo: dove va l'architettura?
Ebbe luogo un dibattito nell'Auditorium del Museum of Modern Art di New York.
Cosa voleva Mumford, su quale indirizzo puntava? In sintesi, su un'architettura organica, wrightiana, ma affrancata dalle ipoteche psicologiche e stilistiche del genio di Taliesin.
Un'architettura affidata agli spazi dinamici e all'articolazione volumetrica nel paesaggio, ma sganciata dalla sua fonte creativa. Quasi un paradosso, un'utopia. Dove trovarla? Mumford annaspava.
Alla fine la scoprì o, meglio, immaginò di scoprirla in California, incarnata da William W. Wurster, compagno di Catherine Bauer, sua stupenda collaboratrice. A tale corrente, come molti ricorderanno, dette il nome di "Bay Region Style".
Credo che il processo di Meier non sia remoto da quello di Lewis Mumford. Ragiona che la statura di Wright è travolgente e quindi occorre diffidarne. Come a Baalbek, è meglio attenersi ai linguaggi razionalisti, a Le Corbusier, Mies, magari Schindler e Aalto.
Tra i colori, meglio optare per il bianco. Il risultato è però tutto diverso da quello programmato.
Le Corbusier, Mies e Aalto sono mere coperture, dietro le quali vibrano con dolcezza o violenza spazi rigonfi o rarefatti di matrice wrightiana, luci tenui o chiassose, ma comunque qualificanti. L'Athenaum di New Harmony, Indiana, è un testo fondamentale di poesia dissonante, autentica, magica e complessa. E chiudo. Meier ha vissuto queste drammatiche decadi afferrato a pochissime certezze e molti dubbi, ad un manierismo intellettualizzato fino allo spasimo, a un "discorso sul discorso" dei maestri. Se il finlandese Pietilä, per sfuggire allo storicismo e all'abietto post-moderno, s'aggancia al X secolo, cioe alla scrittura architettonica di grado zero dell'Alto Medioevo, e Frank O. Gehry alla rinascita romanica dei secoli XII e XIII, di fronte al puzzle del III secolo Richard Meier é lì, è qui con i suoi collages e le sue città in miniatura, perplesso, angosciato e gioioso, naufrago anche nella vittoria. E noi con lui.