“Il Manifesto di Modena”
«...Eravamo in alto, sulla
collina di Taliesin ... Wright dice che l'architettura del futuro sarà,
per la prima volta nella storia, interamente architettura, spazio in se stesso,
senza modelli prescrittivi, movimento in tre e quattro dimensioni ... una
joie de vivre espressa nello spazio». Così scriveva Erich Mendelsohn
da Chicago, il 5 novembre 1924, alla sposa Louise.
Questo convegno di Modena è stato indetto per annunciare al mondo che,
dopo 73 anni, l'architettura del futuro profetizzata da Wright è divenuta
l'architettura del presente. Abbiamo vinto una battaglia millenaria.
Dopo il primo "grado zero" dell'età informale delle caverne,
con il suo matrimonio insuperato tra natura e spazio reificato da luci arcane,
dove la vita è fasciata in un continuum che non ammette cesure tra
pianciti, pareti e soffitti, come nei disegni onirici di Finsterlin; dopo
il secondo "grado zero" dell'età a-spaziale, temporalizzata,
tutta percorsi ipogeici, delle catacombe, che minano alle radici le tronfie
scenografie marmoree dei romani; dopo il terzo "grado zero" dell'Alto
Medioevo, che recupera, contro le folli ebbrezze dei rivestimenti musivi bizantini,
il senso e la tattilità della materia. Non a caso, Reima Pietilä,
completato nel 1968 il club studentesco Dipoli a Otaniemi, dichiarò:
«Lasciamo il XX secolo e procediamo avanti, verso il X» - dopo
queste tre età, siamo giunti alla stagione moderna del "grado
zero" della scrittura architettonica, che non teme cedimenti, compromessi
o regressi.
Ormai siamo collaudati, sappiamo cosa e come fare. Quando morì Brunelleschi,
nel 1446, si celebrò la sua grandezza con un solenne e fastoso funerale,
dopo il quale non solo il suo linguaggio non fu prolungato, ma i suoi edifici
furono massacrati, offesi, sfigurati dai suoi stessi osannanti discepoli.
Quando scomparve Michelangiolo, nel 1564, fu esaltato come genio titanico,
supremo, gigantesco, ma l'accademia avvertì subito: nessuno tenti di
imitarne le licenze e le eresie, era un'eccezione straordinaria che tale deve
rimanere, in archivio. Quando si suicidò Borromini, nel 1667, analogo
rituale: era sommo, sublime sebbene un po' svoltato di cervello; portiamolo
in trionfo e poi dimentichiamolo al più presto.
Lo stesso si è tentato di fare con Frank Lloyd Wright. In un primo
tempo, l'International Style lo ha tacciato di romanticismo ottocentesco,
inclinazione rurale inadatta alla civiltà industriale e di individualismo
contrario allo standard collettivo; più tardi, il nauseante, lurido
Post-Modern ha fatto di tutto per assimilarlo, cancellandone l'identità
e la memoria.
Questa volta, però, l'esecrabile gioco non è riuscito. È
bastata la presenza di cinquanta architetti e critici nel mondo, forse meno,
per impedire il crimine e lo spreco inaudito.
Trentotto anni dopo il 1446, cioè nel 1484, di Brunelleschi da tempo
non si parlava più. Trentotto anni dopo il 1564, cioè nel 1602,
l'apporto di Michelangiolo architetto era quasi totalmente obliato. Trentotto
anni dopo il 1667, cioè nel 1705, il borrominismo non esisteva neppure
a livello epidermico e decorativo. Ma trentotto anni dopo il 1959, cioè
nel 1997, Wright è rimasto illeso nella sua incalcolabile statura creativa,
e la sua pressante ispirazione ha spinto il linguaggio architettonico anche
più avanti di lui, nel senso che ha affiancato, integrato e sostenuto
la sua poesia con una prosa articolata, variegata, polidirezionata, versatile.
È la prosa di Reima Pietilä, che dal centro Dipoli passa alla
Residenza presidenziale di Helsinki senza alterare minimamente il suo modo
di scrivere architettura. Jörn Utzon aggredisce e calamita il cielo per
rovesciarlo nell'Opera House di Sidney.
Jean Renaudie, nel centro di Ivry, esclude qualsiasi ortogonalità.
Günther Behnisch dalle Olimpiadi di Monaco passa all'asilo di Stoccarda.
Zvi Hecker, dalle cellule di Gerusalemme alle spirali intrecciate della scuola
a Berlino. Daniel Libeskind nella spezzata e nelle riseghe dell'ala ebraica
del museo berlinese. Frank O. Gehry in ogni sua anomalia, e soprattutto nell'American
Centre a Parigi. E altri, tra cui annoveriamo Günther Domenig, Hans Hollein,
Claude Parent, Henri Ciriani, Rem Koolhaas, Kiyonori Kikutake, Gunnar Birkerts,
James Wines, e altri ancora. A essi va ascritto questo grandissimo merito:
hanno strutturato un linguaggio che consente lo scambio intenso e fluido tra
il messaggio irripetibile del genio e gli apporti democratici e popolari.
Il tramonto del secolo assiste così al trionfo del movimento moderno
e dell'architettura tout court. Il ciclo del manierismo, persistente dal 1527
a ieri sera, è finalmente esaurito. Non abbiamo più bisogno
di mimare il classicismo per insultarlo e distruggerlo. Non servono più
le mode pendolari tra umanesimo e romanticismo, tra regole e deroghe. Quanto
è accaduto nell'ultimo decennio ha persino rovesciato la prospettiva
storica. Prima, valevano le norme dottrinarie, punteggiate dalle eresie di
rari, autentici spiriti creativi. Oggi, la storia ci appare innervata da gesti
creativi, che rendono idoli, dogmi, canoni armonici, tabù proporzionali,
vitelli d'oro simmetrici non solo obsoleti, ma anche ridicoli. Il fronte della
rivoluzione, della modernità, ha prevalso.
A questo punto, scruto nel vostro e nel mio animo un'obiezione: ammesso che
quanto si è detto sia vero, per quanta gente lo è? Per cinquanta
architetti? Per cento? E gli altri, come possono captare, con il cervello
e con lo stomaco, la scrittura di "grado zero"? Come estendere a
tutti le conquiste dell'avanguardia?
Una risposta la fornisce Roland Barthes, il teorico del "grado zero",
che precisa: «Nello sforzo di liberazione dal linguaggio letterario,
ecco un'altra soluzione: creare una scrittura bianca, svincolata da ogni servitù
... La scrittura di grado zero è in fondo una scrittura indicativa,
se si vuole amodale ... Si tratta di superare la Letteratura (con la l maiuscola)
affidandosi a una lingua basica ... Allora, lo strumento non è più
al servizio di un'ideologia ... è la maniera di esistere del silenzio...
Se la scrittura è veramente neutra, la Letteratura è vinta».
Possiamo traslare: se la scrittura architettonica è veramente neutra,
l'Architettura del potere, classica, autoritaria, accademica, postmoderna,
è vinta.
Certo, gli atti di rottura linguistica, i gesti veramente eversivi si trasmettono
con estrema difficoltà. Si dice che l'architettura è fruita
distrattamente, ma gli architetti stessi sono disattenti, indifferenti, non
si accorgono nemmeno di quel che succede, tirano a campare nell'indifferenza.
Più ancora dei committenti, i professionisti oppongono una pervicace
resistenza contro ogni novità, ogni suggestione alternativa. Quanti
di loro apprezzano davvero, fino in fondo, il club Dipoli di Pietilä,
le case popolari prive di qualsiasi angolo retto di Renaudie, lo stupefacente
progetto di estensione del Victoria & Albert Museum a Londra di Libeskind?
Perché meravigliarsi che il “grado zero” della scrittura
architettonica non abbia ancora varcato le barriere dell'incultura e della
pseudocultura universitaria?
Gli esempi di dilapidazione culturale si accumulano. Come ricorderete, per
decenni il libro più diffuso e autorevole sull'architettura moderna
è stato “Space, Time and Architecture” di Giedion. Ignorava
William Morris e il movimento Arts & Craft, Gaudì, Mendelsohn,
Häring e tutto l'espressionismo; nella prima edizione, non nominava neppure
Mies van der Rohe e Alvar Aalto. La cecità critica di Giedion ha tuttora,
a distanza di oltre mezzo secolo, deleterie conseguenze. Nel giugno scorso,
parlando a Parigi nella sede dell'Unesco, mi sono accorto che molti pregiudizi
di Giedion persistono: ben pochi in Francia amano Gaudì, Häring,
Mendelsohn e Scharoun. L'operazione auspicata da Umberto Boccioni nel 1914
- unire le forze dei cubisti francesi, degli espressionisti tedeschi e dei
futuristi italiani - fallì, sì che il futurismo soffocò
in un ambito provinciale, e l'espressionismo tedesco è approdato in
Italia solo pochi giorni fa, con l'esposizione appena inaugurata di Palazzo
Grassi a Venezia. Non c'è scampo: se si vogliono salvare i valori,
come siamo riusciti a fare con Wright, bisogna proclamarli senza timidezze
e senza stancarsi.
Ho accennato alle sfortune critiche di Brunelleschi, Michelangiolo e Borromini,
poi a quelle di Gaudì, Mendelsohn e Scharoun. Ma qui a Modena dovete
concedermi una digressione sull'eredità dilapidata di Lanfranco, il
genio della cattedrale.
Ecco, siamo nel 1099, neanche un secolo dall’inizio del millennio, il
cui linguaggio è stato segnato a Milano dall'impianto della basilica
ambrosiana.
Lanfranco ne afferra la rivoluzionaria originalità, il modo nuovo di
pensare l'architettura per quantità tridimensionali, massicce campate
poggianti su pilastri compositi che sostengono archi longitudinali e trasversali,
con volte a crociera cupoliformi innervate da robusti costoloni.
A contatto diretto delle ultime manifestazioni del "grado zero"
altomedievale, date dal presbiterio e dall'abside, risuona, traballante ma
non balbettante, la nuova lingua romanica con i suoi "pregnanti plessi
di energie", scrive Ragghianti, con la "tesa nervatura elastica
della forma" carezzata da una luce proveniente solo dalla facciata. Al
cospetto dell'armatura dinamica dell'organismo lombardo, Lanfranco subisce
il fascino di «un'autorità senza pari, di quell'austerità
vitale, erompente, che contrassegna questi uomini della prima età comunale».
Lanfranco, però, non a caso denominato mirabilis artifex e mirificus
aedificator, non intende ribadire le formule milanesi. Si pone un problema
linguistico di capitale portata: quello di integrare la scoperta delle campate
tridimensionali con un involucro adeguato che analizzi, scomponga, ritagli,
affetti il muro tradizionale, onde inverare un rapporto interno/esterno o
dentro/fuori, affatto trascurato a Sant'Ambrogio. Opina Ragghianti che, allo
"spirito lirico e contemplativo" di Lanfranco, Sant'Ambrogio doveva
fare l'effetto di “una belva accucciata, repressa ma pronta allo scatto”,
per realizzare il quale urgeva il gesto di un “estro indipendente”.
Al limite, in questa fase, le crociere sono secondarie; bastano gli archi
trasversali che scandiscono i ritmi di San Minato a Firenze. La sfida sostanziale
della cattedrale modenese è di natura espressionista: si tratta di
recuperare, elaborandola, la terza dimensione materica. Ed ecco il colpo di
genio, «la cintura di arcature includenti loggette trifore praticabili,
che circonda e fascia l'intero corpo inferiore dell'edificio, comprese le
absidi e la facciata».
Un'ossatura, "una muscolatura plastica", insisto, praticabile.
L'ossessivo scavo nello spessore, nella stratificazione del muro, non è
mosso da mere esigenze estetiche, come accadrà nei loggiati sovrapposti
dell'architettura pisana, aretina e lucchese. A Modena l'ecclesia è
"munita", non appartiene solo a Dio e al clero, si laicizza, serve
alla difesa dei cittadini che possono rifugiarsi nella cattedrale, nei suoi
spazi e anche nelle sue mura, trasformandone le gallerie in cammini di ronda,
sorvegliando il territorio da ogni lato, con un controllo urbano a 360 gradi.
Una cattedrale democratica, funzionale anche rispetto all'al di qua.
Quando, dopo sette anni, nel 1106, Lanfranco ha compiuto il suo lavoro, lo
scenario dell'architettura è cambiato. Vige una libertà di moduli
spaziali, tanto che si possono abolire i matronei dando luogo a sovrapposizioni
prospettiche ancora stupefacenti. La luce può invadere l'interno. Il
dentro e il fuori s'identificano. La materia si arricchisce, abbandona la
monotonia per avvalersi dell’arenaria e della pietra d’Istria
o del bianco di Verona. Caratteristica inconfondibile è, per Quintavalle,
la “reinvenzione delle emicolonne addossate, legate da arcate che chiudono
in alto una trifora, emicolonne che non hanno precedenti nella zona, né
fuori, e che escono da una coscienza storica delle funzioni e del rapporto
con il centro urbano”.
Questa lunga digressione era indispensabile per porsi l'interrogativo: dopo
tale eversione linguistica, cosa accade?
Quale è stata l'eredità di Lanfranco?
Nessuna, o quasi. A seguito del terremoto del 1117, il duomo di Modena divenne
paradigma della costruzione delle cattedrali di Parma, Piacenza, Cremona,
dell'abbazia di Nonantola e, poco più tardi, delle cattedrali di Ferrara
e Borgo San Donnino e di San Zeno a Verona. Risultato? Nessuno sembra aver
neppure afferrato la tecnica del messaggio lanfranchiano.
Al duomo di Modena è mancato un convegno di Modena simile a questo,
che ne proclamasse l'immagine. Dieci anni fa, nell'atmosfera puteolente del
Post-Modern, nessuno poteva credere a un rilancio vigoroso ed esplosivo della
modernità, quale si è verificato nel 1988 con la mostra del
decostruttivismo a New York. Nessuno, salvo cinquanta architetti e critici,
forse meno, decisi a "non mollare". È sbalorditivo anche
per chi ne è stato uno dei protagonisti: questo convegno sancisce una
vittoria epocale, la sconfitta della viltà accademica, scolastica,
classicista e/o postmoderna.
Si riapre, dopo oltre un millennio, il binomio perfetto/imperfetto, che risale
alla preistoria e precisamente alla civiltà nuragica, la quale esclude
un habitat geometrizzato, armonico, simmetrico, chiuso aprioristicamente nel
proprio assetto. La vita nelle grotte e negli insediamenti nomadici aveva
insegnato lo splendore dell'irregolarità, della contaminazione, delle
luci intercettate e riflesse in mille tagli arcani. Il mondo sardo non vuole
disperdere questi valori: perciò il suo disegno non è precostituito,
ma scandito da successive aggregazioni, dettate dal gusto per la linea curva.
Linguaggio "casual", quello nuragico, alieno dalla rifinitura e
dal compiuto, aderente all'impulso del momento, a un metodo di frantumare
corrispondente all'etica che dissocia l'abitato in microcosmi.
Dopo il 238 a.c., con l'occupazione romana della Sardegna, il valore del disordine
e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia ufficiale,
per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando i decostruttivisti
rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più al puro,
all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio,
nell'incertezza, nel disturbato. Un valore linguistico rinato, di straordinari
riflessi.
Di fronte al perfezionismo dei templi ellenici e delle colonne filmate romane,
alle frustranti teorie "ideali" del Rinascimento e al rigore cartesiano
dei razionalisti, il contributo di Pietilä, Libeskind, Koolhaas e soprattutto
Gehry è consistito nel complementare il mito millenario della perfezione
con la forza e l'irruenza dell'imperfetto. La poetica dell'imperfetto recupera
il brutto, i rifiuti, il trasandato, gli stracci e i sacchi di Burri, il paesaggio
derelitto, il cheapscape.
E dall'architettura si propaga nei comportamenti e nella moda.
Quando, negli ultimi mesi, è stata annunciata la moda maschile dell'imperfetto,
abbiamo segnato un altro goal; non già seguendo la moda, ma determinando
indirettamente il gusto degli stilisti. Siamo, all'un tempo, intellettuali
sofisticati ed ermetici, e artisti popolari e gergali.
Ricapitoliamo il percorso del secolo, il cui senso appare capovolto rispetto
a quello di dieci anni fa. Allora, l'espressionismo appariva una deroga conclusa
nel 1924 con il trionfo del razionalismo. Oggi la prospettiva storica è
invertita, l'espressionismo occupa l'intero secolo sfociando in quell'action-architecture
che qualifica anche il nostro operare.
Abbiamo tre stagioni dell'espressionismo architettonico. La prima, pionieristica,
è dominata dal genio di Antoni Gaudì. La seconda, storica, è
impersonata da Bruno Taut, Mendelsohn, Häring, Finsterlin e Scharoun,
con apporti di Poelzig, Behrens, Gropius e Mies. L'espressionismo non muore
nel 1924, entra in letargo per risvegliarsi nei tardi anni Trenta, in funzione
di critica e superamento dell’International Style.
Alvar Aalto, nel padiglione finlandese di New York nel 1939, riapre clamorosamente
i temi dell'espressionismo e li conferma nell'impianto ondulato e ascendente
dei dormitori studenteschi del MIT a Cambridge, Mass. Ma è Le Corbusier
che, nell'urlo blasfemo di Ronchamp, fracassa principi, grammatica e sintassi
razionalisti. Con una generosità che non ha riscontro nella storia,
smentisce se stesso, le teorie elaborate dal 1921, i pilotis come i tetti-giardino,
la griglia e il Modulor; straccia norme e codici senza sostituirli, lasciando
attoniti e smarriti i suoi discepoli, Niemeyer, Candilis, Wogenscky e migliaia
di seguaci nel mondo. Il terremoto informale ed espressionista di Ronchamp,
reiterato nel padiglione Philips di Bruxelles 1958 riesplode a intermittenze,
nel TWA Terminal di Eero Saarinen a New York, nella Endless House di Kiesler,
nei lavori di Pietilä, Utzon, Renaudie, Michelucci, Ricci, D'Olivo, nel
"brutalismo" inglese e in quello di Viganò, in mille rivoli
ed episodi degli anni Sessanta e Settanta.
Nei primi anni Settanta sono formulate le "sette invarianti" del
linguaggio moderno. Respinte dall'accademia, vengono largamente applicate
nella professione.
Rovesciano la prospettiva didattica. Prima, il linguaggio architettonico si
basava su regole, ordini, paradigmi, codici, da cui eccettuavano gli atti
creativi, generatori di parole e sistemi di comunicazione nuovi.
Adesso, norme, precetti, tabù sono gettati nell'immondizia, le "invarianti"
sono antiprescrittive, riguardano le deroghe, i No ai programmi edilizi fissati
a priori, i No alle simmetrie e alle assonanze, alla tridimensionalità
da un punto di vista privilegiato, alle scatole chiuse e isolate, alle strutture
tradizionali, allo spazio statico, contemplato e non vissuto, alla discontinuità
tra edificio, città e paesaggio.
Le "sette invarianti" scaturiscono da precise esperienze: di William
Morris (elenco dei contenuti e delle funzioni), dell'Art Nouveau e del Bauhaus
(asimmetria e dissonanze), dell'espressionismo di Gaudì e Mendelsohn
(tridimensionalità antiprospettica), del movimento De Stijl di Theo
Van Doesburg (scomposizione quadridimensionale), delle strutture in aggetto,
a guscio e membrana dell'ingegneria più avanzata, del genio di Wright
(spazio temporalizzato), delle moderne acquisizioni urbanistiche (continuum
territoriale).
Alla fine degli anni Settanta eravamo alla vigilia di una stagione di "grado
zero", di quell'“architettura d'azione” che sgorga dagli
eventi e non dalla loro mera rappresentazione. Il processo fu bloccato dal
dilagante rigurgito Post-Modern, estremo tentativo di fermare il corso della
modernità.
Quasi dieci anni perduti tra evasioni e cinismi, luridume ideologico e imbrogli
storico-critici. È per questo che il decostruttivismo del 1988 ha assunto
una eccezionale importanza: nel giro di ventiquattro ore, ha liquidato il
Post-Modern, recuperando le conquiste del primo e secondo espressionismo,
da Gaudì a Bruce Goff, e inaugurandone la terza stagione.
Il percorso del secolo si conclude in modo inaspettato, splendido. Eravamo
un'infima minoranza di individui isolati.
Oggi guidiamo la maggioranza vincente.
Quando Frank Gehry è scelto per costruire il Guggenheim di Bilbao,
quando Daniel Libeskind vince il concorso indetto dal Victoria & Albert
Museum con un progetto strabiliante, non abbiamo più il diritto di
recitare la parte dei soccombenti e dei rassegnati. Le vittorie di Hecker,
Koolhaas, Eisenman e altri non riguardano solo gli autori dei progetti, ma
le giurie, i committenti, l'opinione pubblica che plaude a verdetti una volta
giudicati scandalosi. Ormai non ci sono alibi: se in Italia questo non avviene,
è perché gli architetti non ci sanno fare.
Wright resta il genio sovrastante le tre stagioni dell'espressionismo, ma
i decostruttivisti si sono liberati dal suo paternalismo rivendicando la vocazione
all’impuro, al contaminato, all’angosciato, all’imperfetto
nuragico, insomma a una scrittura democratica, "bianca", amodale,
basica, applicabile da parte di tutti. Una scrittura anti-autoritaria, antitetica
a quella del potere.
Procediamo. Il discorso nuragico dell'imperfetto ci porta a un altro aspetto
di quella civiltà: l'impulso anti-urbano, testimoniato da settemila
unità turrite sparse nell'isola. Città-territorio a vastissima
scala, in un certo senso riedita da Wright nel progetto di Broadacre City.
Approdiamo così al tema della paesaggistica.
Urbanistica = Mondrian. Paesaggistica = Pollock. Se gli architetti avessero
registrato il significato dell'espressionismo astratto americano, avrebbero
evitato di sprecare qualche anno. Non solo lo zoning, ma tutta la metodologia
del piano urbanistico è in crisi, poiché l'architettura di "grado
zero" preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta
più di essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata
dal di fuori.
Già cinquant'anni fa, nel 1947, Giuseppe Samonà muoveva all'urbanistica
l'accusa di fermarsi a indirizzare traffici, anelli di circolazione e arroccamento,
spazi verdi e lottizzazioni, dimenticando gli edifici, la casa che, scriveva,
«sarà quel volume che sarà, alto, lungo e profondo come
prescritto nel regolamento, ove la casa è niente altro che un profilo,
un fantasma di casa». Samonà denunciava «una frattura tra
il piano organico e il suo nucleo fondamentale» dato dalle case che,
«a rigor di termini, avrebbero dovuto formare materia a priori di analisi».
E insisteva: «si cade nell'errore che vincoli pregiudiziali condannino
le case entro una trama antiumana, che darà aspetto antiumano al paesaggio
di case costituito come ambiente per l'uomo moderno»; o, peggio, condannerà
gli organismi di quelle case a «vizi di sostanza che li rendono antiumani».
Le proteste contro la struttura attuale della disciplina urbanistica si moltiplicano
in migliaia di libri, saggi e congressi. Il piano s'illude di governare l'ambiente,
ma in effetti è travolto perché svincolato da previsioni architettoniche
di qualità. Nasce così spontanea la tendenza, incarnata dall'espressionismo,
di liquidare il piano urbanistico restituendo piena libertà all'edilizia.
Tanto più in considerazione del fatto che, da Bomarzo a Disneyland,
le più capricciose licenze individualistiche non hanno mai provocato
danni paragonabili a quelli degli ordini astratti, degli standard e delle
normative generali.
Lo iato fra architettura e urbanistica è stato da tempo colmato mediante
il concetto di "urbatettura", ma questo serve scarsamente se non
si effettua il trapasso di scala alla paesaggistica, all'impegno creativo
sul territorio. Se finora, per convenzione, l'urbanistica ha preceduto l'architettura,
adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali
scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali
tra istanze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo
e contesto.
La nuova progettualità territoriale non può appagarsi di un'autoproclamazione;
deve trovare i suoi agganci legislativi e operativi. Forse non poteva prevalere
prima dell'affermazione dell'architettura di "grado zero"; ma, ora
che questa è consolidata, la lotta per la libertà creativa del
paesaggio e del territorio non ha alcun motivo di essere procrastinata.
Le idee in materia sono assai confuse.
La paesaggistica ricerca una sua identità, diversa dall'arte dei giardini
e della pianificazione regionale. Faccio due esempi: il “Congress for
New Urbanism”, che si è tenuto a Toronto limitandosi a discutere
di quartieri suburbani, e l'inno alle nuove città estremo-orientali
fatto da Rem Koolhaas in tono più fideistico che motivato. La confusione
è notevole ovunque nel mondo.
Anche in questo campo, gli sprechi sono innumeri e devastanti. Ometto per
brevità di parlare del pauroso depauperamento del linguaggio urbanistico
nel passaggio dall'epopea medievale all'impotente arroganza della "città
ideale" del Rinascimento; o del masochismo neoclassico rispetto alla
dinamica dell'urbanistica barocca. Preferisco accennare a sperperi vicini
a noi. Il più evidente porta il nome di Frederick Law Olmsted, eccellente
paesaggista convinto della necessità di inventare una nuova città
americana, contrapposta a quella autoritaria e repressiva europea. Ne discuteva
con un grande architetto suo amico, H.H. Richardson, che aspirava a un linguaggio
di "grado zero". Quando Richardson morì, Olmsted rimase solo,
orfano, e nel 1893, pur malvolentieri, collaborò con gli accademici
convenuti per la nefanda esposizione di Chicago. L'alternativa alla città
europea restò così un'ipotesi in sospeso, un mito frustrato,
ma sempre vivo e diffuso fra gli americani, in parte riemerso nel binomio
wrightiano Broadacre City -Grattacielo alto un miglio e, in chiave compensatoria,
nelle Disneyland.
Tra gli altri sprechi, elenco telegraficamente:
- Jackson Pollock. Senza la tecnica del dripping, delle scolature, è
arduo rappresentare una paesaggistica fluida;
- la Pop Art, che ha incentivato la comprensione della cacofonia urbana, colmando
la separazione, come disse Rauschenberg, tra vita e arte;
- l'architettura dei paesaggi derelitti, barriadas, favelas, bidonvilles,
baracche, slums e via dicendo, l'universo respinto dalla cultura ufficiale;
- l'edilizia anonima, dialettale, vernacolare e gergale, l'"architettura
senza architetti" di Bernard Rudofsky;
- l'advocacy planning, pronta a difendere e rivalutare le sotto culture urbane
e territoriali;
- infine, l'action-architecture che, l'abbiamo già detto, come l'espressionismo
astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione.
Tutti questi valori vanno reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove
versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria.
L'unico tentativo valido di superare la Carta di Atene del 1933 è stato
la Carta del Machu Picchu del 1977, snobbata da tutti i professori di urbanistica
e da quasi tutti gli urbanisti, ma riscattata l'anno scorso in un congresso
dell'Unione Internazionale Architetti.
Cari amici, questo è un convegno sperimentale, ostile ai parametri
di comportamento dei convegni istituzionali, accademici e professionali: convegni
sonniferi e sbadigliosi, in cui ognuno recita un monologo preconfezionato
e poi segue un dibattito su relazioni che nessuno ha ascoltato attentamente,
in un dialogo fra sordi e indifferenti.
Questo è un convegno che non serve a far carriera nelle nostre università
soporifere, né negli ordini e nelle associazioni professionali, né
serve a trovare clienti. Convegno senza regole e formalità, privo di
programmi e ordini del giorno, in cui può valere anche il silenzio
in un'atmosfera disturbata, inquieta e lieta.
Un convegno comunque di tipo inedito, atto a suscitare curiosità, diffidenza
e sospetti. Un convegno rischioso, di cui chiedo scusa ai nostri ospiti stranieri
che, in questi mesi, mi hanno tempestato di lettere e telegrammi per sapere
cosa dovevano preparare, e a cui ho risposto: niente, e meno che mai conferenze.
La finalità del convegno è chiaramente politica. I convegni
si fanno per modificare la situazione politica, o non si fanno. Se indugiamo
su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa
e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi
per lottare efficacemente sul terreno politico.
Proprio mentre osserviamo le immagini del cantiere di Bilbao, che ci porta
esattamente tra un mese, il 19 ottobre, quando il Guggenheim sarà inaugurato,
sul terreno politico, in Italia siamo davvero non al grado, ma all'anno zero.
Continua a mancare una classe dirigente conscia dei drammi e delle sfide del
territorio, delle città e dell'architettura. Tra i nostri politici,
parlamentari o meno, si annoverano appassionati di letteratura, di pittura,
di musica, di sport, ma nessuno appassionato di architettura come sono stati
in Francia un Pompidou o un Mitterand. Tanto per fare dei nomi, l'on. Veltroni,
Ministro dei Beni Culturali, di tutto si occupa, di musei come di danze del
ventre, ma non di architettura. Il Ministro dei Lavori Pubblici è una
persona stimabile e autorevole proveniente dalla veneziana Ca' Foscari, ma
di sensibilità alla qualità architettonica non ha dato ancora
alcun segno. In Parlamento ci sono uomini vivi e colti, ma nessuno ha ritenuto
conveniente coinvolgersi nella paesaggistica e nell'architettura d'azione.
È nostro compito mobilitarci per mutare questa incredibile arretratezza
rispetto al mondo. Abbiamo motivo di nutrire fiducia perché, grazie
al governo di centro-sinistra, siamo in Europa e possiamo agire a livello
europeo per colmare le lacune italiche.
Nell'immediato dopoguerra, l'APAO (Associazione per l'Architettura Organica)
vinse battaglie fondamentali: quelle del Memorial alle Fosse Ardeatine e del
blocco frontale della stazione Termini a Roma, quella del rinnovamento dell'Istituto
Nazionale di Urbanistica poi presieduto da Adriano Olivetti, quelle di una
significativa presenza nei programmi dell'INA-Casa e dell'UNRRA-Casas, e nell'insegnamento
universitario. Nelle APAO eravamo in pochi, ma dietro di noi spiravano il
vento e il profumo del Partito d'Azione e di nuclei comunisti e cattolici
decisi a non farsi burocratizzare.
Nel 1959 nacque l'In/arch (Istituto Nazionale di Architettura) che, per trentotto
anni, ha tenuto viva la cultura architettonica con riunioni settimanali -
gli ormai celebri "lunedì dell'architettura" - mostre, concorsi,
convegni, congressi, una pluralità di iniziative; e ora è in
fase di espansione, affiancato da riviste, collane di tascabili, rubriche
in settimanali. L'In/arch si è sviluppato all'insegna di una collaborazione
tra forze culturali e forze economiche; si può ben dire che questo
convegno, sponsorizzato generosamente dall'industria Mirage, sia frutto indiretto
dell'azione dell'In/arch. Quando ai Lavori Pubblici c'era un leader come Fiorentino
Sullo, con Ugo La Malfa Ministro della Programmazione, la Conferenza Nazionale
dell'Edilizia gestita dall'In/arch maturò una strategia di interventi
che dovremmo riesaminare e aggiornare.
Va aggiunta un'osservazione. I “gradi zero” della storia, a parte
il primo dell'età cavernicola, coincidono con periodi di disastrose
crisi economiche e sociali. Il secondo "grado zero", quello delle
catacombe, è accompagnato dal crollo dell'impero e da una filosofia
tutta rivolta all'aldilà, all'oltretomba. Il terzo "grado zero",
quello dell'Alto Medioevo, è caratterizzato dal disfacimento etico-politico
che precede la lenta formazione del romanico. Ma il
"grado zero" della modernità, quello che oggi gestiamo, non
coincide affatto con un periodo di crisi. L'action-architecture, il linguaggio
neoespressionista, decostruttivista e organico ha abbandonato i temi dello
Sturm und Drang, l'attesa spasmodica della guerra, l'orrore e la disperazione
delle trincee, il vuoto morale e la fame del dopoguerra. Siamo al servizio
di un mondo drammatico ma vitale e lieto, in crisi ma carico di valori. Il
trionfo dell'architettura è simultaneo al rilancio della produzione
edilizia. Il nostro compito consiste nel gestire la prosperità calamitando
gli industriali e gli imprenditori più illuminati, le forze sindacali
più disponibili al nuovo, gli uomini politici determinati a creare
una classe dirigente di livello europeo.
Noi chiediamo:
- una legge-quadro sull'architettura, almeno pari a quelle vigenti in Francia
e nei più progrediti paesi europei;
- una reinvenzione del Ministero dei Lavori Pubblici, che è un pachiderma
accovacciato su se stesso;
- un radicale ripensamento delle funzioni delle Soprintendenze, monarchie
assolute capaci di rovinare capolavori come il Palazzo dei Diamanti a Ferrara,
e incapaci di affrontare il restauro di un monumento come il Colosseo;
- una presa di coscienza dei temi ambientali, architettonici e territoriali
da parte del Ministero dei Beni Culturali, degli enti locali, regioni, province
e comuni, la cui attività - vedi il caso di Roma, fortunatamente salva
dalle Olimpiadi del 2004 - è caratterizzata dalla mancanza di fantasia,
dall'inabilità a creare una visione globale, un'immagine dinamica del
futuro;
- un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, dalla
pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi
moderni nei loro tessuti. È ora di denunciare l'attacco forsennato
alle macrostrutture, come le Vele di Napoli o Corviale a Roma. Quando l'Assessore
all'Urbanistica di Napoli dichiara che "nelle Vele gli ascensori non
hanno mai funzionato", il discorso è chiuso, perché una
macrostruttura senza ascensori è un'assurdità, una contraddizione
in termini.
Resta un mistero perché si decida per la demolizione prima di tentare
di rendere gli ascensori funzionanti.
Chiediamo tutto questo e siamo convinti di poterlo ottenere. Lungi da noi,
dopo la tragica esperienza dei paesi dell'Est e l'ambigua politica dei comunisti,
identificare la sinistra con la cultura, ma è certo che la presenza
della sinistra nel governo offre spunti e incentivi nuovi.
A questo convegno mancano tre persone: Frank O. Gehry trattenuto in California
da un processo contro la Disneyland; François Barré, capo dell'architettura
nel Ministero della Cultura francese, riconfermato ora nel suo incarico con
l'aggiunta della responsabilità di capo del patrimonio;
e lord Richard Rogers, laburista, rappresentante del governo di Tony Blair.
Tutti e tre hanno aderito alla nostra iniziativa e collaborano con noi.
Concludo in chiave personale. Ho quasi ottant'anni, sto benissimo, con la
“Controstoria dell'architettura in Italia” ho completato il mio
programma di lavoro, gioco a tennis tutte le mattine. Dal 1943 mi considero
un sopravvissuto, essendo sfuggito senza motivo allo sterminio della mia gente.
Quindi penso alla morte serenamente, al modo di Benedetto Croce il quale narrava
che, quando gli capitava di pensare alla morte, si ricordava di un suo amico,
chirurgo napoletano che, mentre operava, sentendosi mancare, prese il bisturi,
lo consegnò a un suo aiuto e disse: "continua tu".
Io sono felice perché so che, in qualsiasi momento, sentendomi mancare,
posso rivolgermi a voi, dicendo: continua tu, tu, tu, tu. Grazie.