La luce come forma architettonica
Comitato Internazionale dei Critici
d'Architettura (CICA) Congresso Mondiale degli Architetti
Montréal, maggio 1990
Al culmine della poesia italiana
del XIX secolo, Giacomo Leopardi produce il suo capolavoro: “L'infinito”.
In pochi versi, s'identifica prima con il paesaggio circostante, poi con l'intero
spazio, un mare di solitudine.
Il poeta dichiara di aver sempre amato il vicino colle e «questa siepe,
che da tanta parte dall'ultimo orizzonte il guardo esclude». Il tormento,
lo strazio comunicativo e semiologico si addensano su due parole: «ultimo
orizzonte». Processo ideativo lungo e complesso. Si parte da «estremo
confine»; poi «estremo» diventa «ultimo» e «confine»
si trasforma in «orizzonte». Si nota immediatamente che «confine»
è qualcosa di materiale e definito, mentre «orizzonte»
è ambiguo, polivalente. Sfumature essenziali di significato; «confine»
non implica luce, mentre «orizzonte» ne è pervaso. È
evidente che Leopardi inietta luce nelle sue stesse parole. Il salto da un
mero accidente, quello di non poter scrutare oltre l’estremo confine,
alla drammatica tensione esistenziale che esclude dall'ultimo orizzonte viene
operato attraverso la luce. Dopo la letteratura, consideriamo un film, “La
dolce vita”, il famoso ritratto felliniano di una Roma decadente, corrotta
e scandalosa, città-simbolo di uno sfrenato desiderio di euforia e
autoannientamento. Nel più affascinante ed erotico episodio del film,
l'attrice Anita Ekberg, una notte di gennaio, entra e cammina nella fontana
di Trevi, atto che è un trionfo di licenziosità, esplosione
sensuale e gioia disperata. Federico Fellini scrive di Anita Ekberg come di
una «luminosa primavera» e aggiunge: «ritengo che Anita
fosse, ne sono sicuro, fosforescente».
Come nelle parole di Leopardi «dall'ultimo orizzonte», in Anita
Ekberg la forza vitale è data dalla luce.
Queste digressioni introduttive dovrebbero essere estese alla musica, al teatro,
alla pittura, alla scultura e ad altri campi creativi. Ma, per quale motivo
abbiamo scelto il tema specifico «La luce come forma architettonica»?
Si constata che i problemi della luce non sono sufficientemente analizzati
nella corrente critica architettonica. Un fondamentale strumento del linguaggio
dell'architettura viene dunque sottovalutato. Non solo: l'indifferenza dei
critici nei confronti dei valori della luce si riflette automaticamente in
quella dei progettisti; gli edifici risultano così privati di uno dei
loro più arcani e ipnotici messaggi.
Ci sono molti modi di parlare della luce nelle fabbriche, negli ambienti urbani
e nei paesaggi. Qui ometteremo tutti quegli aspetti del tema che, sebbene
interessanti in se stessi, appaiono epidermici e secondari. Trascureremo «l'architettura
della luce», le decorazioni luminose sovrapposte agli edifici, alle
città e alle campagne, scenografie talvolta decenti, ma spesso offensive
perché antitetiche alle strutture linguistiche dell'architettura.
«La luce come forma architettonica» è esattamente l'opposto
dell'«architettura della luce», in quanto in quest'ultima la luce
può essere indipendente dall'architettura e formarne una propria, mentre
«la luce come forma architettonica» è inscindibile dai
caratteri specifici dell'architettura. E poiché il linguaggio architettonico
è qualificato dallo spazio interno, dalle cavità vissute in
modo dinamico, «la luce come forma dell'architettura» concerne
principalmente lo spazio interno e il suo involucro. Ripercorriamone l'itinerario.
Il periodo preistorico offre ciò che possiamo chiamare «il Grado
Zero della luce architettonica». Nel 1981, al Congresso di Varsavia,
fu sondato il tema tratto da Roland Barthes «Il Grado Zero della scrittura
architettonica»; le conclusioni sono pubblicate nei saggi einaudiani
“Pretesti di critica architettonica”. Ebbene, nella preistoria
la luce si radica in questo contesto di azzeramento. Non ci sono regole, simmetrie,
ripetizioni, assonanze, stabilità, armonie, equilibri e proporzioni,
ma piuttosto conflitti e dissonanze di ogni genere e intensità. Assenza
di norme prima che nascano dottrine e canoni: qui sta la gloria della preistoria,
che sembra incarnare molte delle libertà che oggi stiamo cercando di
raggiungere mediante i travagli decostruttivisti. Qui abbiamo un magico mondo
precostruttivista dove la luce ignora la grammatica e la sintassi con effetti
incantevoli e travolgenti.
Nelle caverne, nei passaggi sotterranei, nei templi e nelle chiese ipogeiche,
la luce è più eloquente di quella di ogni altra epoca. Batte
su pareti, soffitti e pavimenti che non sono piatti e separati gli uni dagli
altri, ma continui, ruvidi, organici, impuri, contaminati, rovinati. Entro
questo sistema, il buio gioca spesso un suo ruolo in fogge spettrali, terrificanti.
Per quanto riguarda la luce, l'intera storia dell'architettura può
essere interpretata come una serie di tentativi per riconquistare i valori
perduti della preistoria.
Nelle età antiche, il destino della luce segue quello dello spazio.
Se lo spazio interno non è concepito creativamente, non c'è
bisogno che la luce lo qualifichi e lo rafforzi.
Nell'antica Grecia, ad esempio, la luce cade sui volumi e sulle loro componenti,
colonne, modanature, cornici. Le Corbusier parla giustamente di «volumi
liberi e puri sotto la luce», non della luce attraverso e dentro i volumi.
Qualcosa di analogo accade nell'antica Roma. Quando lo spazio interno esiste,
ma è statico, isolato, privo di contatti con lo spazio urbano, la luce
resta un'entità fine a se stessa, come nell'oculo del Pantheon. La
sfida di un dialogo tra spazio esterno e interno si protrae per secoli. Uno
sbocco convincente viene trovato solo in epoca tardoromana, con il cosiddetto
mausoleo di Minerva Medica, del III sec. d.C.
Nel Medioevo la luce deflagra, si fa protagonista dell'architettura, specie
nei suoi interni stregati. Non di rado, la consistenza tettonica è
disintegrata poiché l'involucro è ammantato di mosaici. Ogni
profondità è riassorbita, e le pareti si riducono a superfici
fluenti.
In questo mondo senza peso, la luce può determinare esiti stupefacenti.
Basti pensare a Santa Sofia di Costantinopoli o a San Vitale di Ravenna. Qui
una sequenza di absidi perimetrali dilata il vuoto, attirando brani della
cavità dall'interno verso l'esterno. Ma la luce contrasta questo moto
e preme dall'esterno all'interno. Alla fine, la luce vince, inonda le superfici
mosaicate che l'incorporano e la ritrasmettono tanto che sembra emanare da
dentro a fuori. Le pareti sono radianti, assai più delle loro forature.
Uno dei primi monumenti dell'architettura romanica in Europa è Sant'Ambrogio
di Milano. Luce eretica, trasgressiva. Essenzialmente, penetra attraverso
le aperture della facciata e straripa nella navata centrale, ma per uno scopo
particolare e sofisticato: per evidenziare, rasentandole, le fragili cornici
emergenti sul fronte delle navate minori.
Non ci sono fonti luminose di rilievo sulle volte a croce, né ai lati.
E qui sta il paradosso: la struttura della chiesa domina, imponente. L'espressione
architettonica, però, deriva dalla luce. È insieme molto semplice
o estremamente complicato cogliere il senso della luce gotica «come
forma architettonica». Anzitutto perché, contrariamente a quanto
abbiamo visto finora e vedremo dal Rinascimento ai tempi moderni, questa luce
non buca le pareti per colorare lo spazio, ma è intrinseca all'involucro
edilizio, tessuto da membrature strutturali e setti di luce. Si potrebbe affermare
che nel periodo gotico la luce, soggetta com'è all'ideale della trasparenza,
risulta sottovalutata. Infatti, dalla preistoria a Sant'Ambrogio, la luce
è stata un elemento esorbitante le convenzioni del linguaggio architettonico,
tanto da essere spesso considerata mistica e irrazionale. Durante l'età
gotica, è catturata in moduli ripetitivi e appartiene a un rigido,
spesso meccanico sistema «struttura-luce». Non a caso, ha bisogno
di diventare più materiale e tattile, meno luce, mediante vaste vetrate
istoriate.
La consequenzialità tra gotico e Rinascimento è confermata.
Su basi puramente razionali il ruolo della luce è limitato, e solo
pochi grandi architetti - tra cui Brunelleschi, Michelangiolo e Palladio -
riescono a esplorarlo con originalità.
Il Manierismo e il Barocco celebrano la luce nelle sue molteplici, ammalianti
sfaccettature. La luce della Controriforma, quella di Bernini e dei suoi seguaci,
è funzionale all'apparato di propaganda cattolico, batte dunque su
statue dorate e marmi sgargianti e preziosi, in una teatrale atmosfera emotiva.
Contro questa corrente spettacolare si erge una minoranza guidata da Francesco
Borromini e Guarino Guarini. Accade qualcosa di inaudito. La luce non è
più diretta su pareti o su oggetti o su vuoti geometricamente strutturati,
ma verso lo spazio, cavità informali e fluidificate. Sicché,
colpendolo senza mediazioni, la luce rende lo spazio arbitro dell'intera immagine.
Preistoria, bizantino e Barocco: queste sono le tre età in cui la luce
viene usata con maggiore fantasia. Seguono l'ibernazione neo classica e il
movimento moderno.
Lo scontro tra razionalisti ed espressionisti non può essere analizzato
con facili formule: com'è noto, Ludwig Mies van der Rohe è passato
attraverso un'esperienza espressionista, mentre Erich Mendelsohn ha progettato
edifici razionalisti. Tuttavia, in generale, si può affermare che l'espressionismo,
da Hugo Häring e Mendelsohn a Hans Scharoun e Frederick Kiesler, adotta
«la luce come forma architettonica», mentre il razionalismo la
applica sostanzialmente in senso gotico.
Le Corbusier attesta. Durante gli anni Trenta, come abbiamo visto parlando
dell'antica Grecia, ricerca «volumi puri sotto la luce», non una
luce che colpisca, rompa e penetri questi volumi per esaltare lo spazio.
La conversione coincide con la Chapelle de Ronchamp, quando, dopo la catastrofe
della guerra, Corbu sente l'urgenza di valori alternativi, non-razionali,
per sopravvivere, persuadere ed evadere. Nella Chapelle il suono diviene «forma
architettonica» e, insieme al suono, la luce che fluttua in guisa barocca,
graziosa e terribile, plasma le varie parti e le sconnette.
Alvar Aalto modula l'intero organismo della chiesa di Imatra sulla fonte di
luce dell'altare. Questo espediente però potrebbe condurre a un esito
retorico. Allora le finestre sono progettate per veicolare calcolate quantità
di luce: finestre manipolate, straordinarie, remote dai consueti «buchi
nel muro».
Eero Saarinen s'imbatte nella luce disegnando la cappella «laica»
del MIT a Boston. Per l'interno voleva un chiarore mutevole e tremulo, non
un clima statico e uniforme. Tentò varie vie e, alla fine, scelse di
far specchiare la luce esterna nel cerchio d'acqua circostante la cappella
e poi di rifrangerla all'interno. Soluzione che apparve artificiosa, ma che
resiste al consumo.
Si possono citare molti altri esempi di utilizzazione creativa della luce.
Ci limiteremo a due soli casi: il primo, il più grandioso e ispirato;
il secondo, il più recente e provocatorio.
Tutta l'architettura di Frank Lloyd Wright può esser letta in termini
di luce perché, sin dall'inizio del secolo, egli identificò
il valore architettonico con lo «spazio interno», uno spazio che
parla e canta attraverso la luce. Potremmo esaminare tre o dieci Prairie o
Desert Houses, notando come soffitti, pareti, pavimenti, vetri decorati delle
finestre, in realtà, ogni modanatura o dettaglio è concepito
per ricevere, afferrare, trasformare e trasmettere la luce. Potremmo ricordare
la luce nella hall centrale del Larkin Building a Buffalo del 1904, o quella
dell'Unity Temple a Oak Park, Illinois, del 1906 o, più tardi, nel
1946-59, l'elicoidale del Guggenheim Museum a New York, con il suo dosaggio,
magistralmente progettato, di luce naturale e artificiale. È significativo
che Wright abbia denominato la sua ultima opera, il Tempio a Elkins Park,
Philadelphia, Montagna di Luce.
Si possono passare ore illustrando come Wright manipola la luce e ne impronta
tutti gli ingredienti della sua architettura. Conviene però indicare
due aspetti della sua ricerca che sembrano più rilevanti.
Il primo viene elaborato durante il periodo californiano, in particolare nella
villa La Miniatura a Pasadena del 1923, ma si trova anche in altri edifici,
incluso il Florida College a Lakeland del 1938-50. Il problema era - e resta
- il rapporto tra pareti e finestre, il modo in cui i buchi delle finestre
minano l'integrità delle pareti e, viceversa, le pareti comprimono,
stringono e mortificano le finestre. Wright detesta questa antinomia, vuole
che la luce, anziché romperla, appartenga alla parete, infiltrandosi
così in ogni direzione spaziale. La proposta: una parete di luce, ricca
sotto il profilo materico, non-trasparente.
Unico e travolgente è il modo in cui la luce viene usata nel Johnson
Wax Building a Racine, Wisconsin, del 1936-39. Non tanto nella torre, ma nell'edificio
stesso, all’altezza del cornicione, dove nessuno si aspetterebbe un
simile atto eversivo. Wright dichiara sinteticamente che, dopo aver abbattuto
lo spigolo verticale, ponendo la luce nel luogo in cui le pareti s’incontravano
per chiudere, soffocare lo spazio, ha voluto abbattere lo «spigolo orizzontale»,
la cerniera tra pareti e tetto. La vecchia scatola è stata così
fracassata e decostruita mediante il solo legittimo strumento creativo: la
luce. Wright è il genio dell'architettura moderna anche per quanto
riguarda la luce-spazio: un'immensa miniera di idee e strategie ancora largamente
inesplorata.
Povera, trasandata, avventurosa, imprevedibile, frammentata è l'architettura
eli Frank Owen Gehry, l'ultimo eretico di questo ciclo. La sua poetica è
diversa da quella di qualsiasi altro architetto contemporaneo, soprattutto
perché è differente il contesto. Gehry non agisce sul paesaggio,
e neppure sul paesaggio urbano. Il suo interesse si rivolge a ciò che
chiama «cheapscape», paesaggio derelitto, di rifiuti, in cui si
può intervenire con controversi, transitori «collages»
di spazi e materiali. I suoi edifici non tentano nemmeno di compensare ciò
che è «cheap», dimesso e volgare. Anzi, intendono appartenere
al «cheapscape» senza alcuna idiota ambizione di abbellirlo. In
questa poetica la luce è complicata, ambivalente, indeterminata, ancora
una volta frammentata. È non-finita, non autosufficiente. Il processo
di decostruzione aggredisce spazi, volumi e luce. Forse questa potrebbe essere
definita architettura pre-organica perché l'aspirazione all’integrità
esiste, ma è coscientemente sconfitta. Lo stesso con la luce: frustrata
e ironica, triviale e sofisticata, carente nella tecnica e opulenta negli
effetti visuali, sempre carica di invenzioni. Questa è davvero l'ultima
tappa de «La luce come forma architettonica».
Una rapida conclusione. È stato un intollerabile errore di Hans Sedlmayr
supporre che un'«arte della luce» potesse essere indipendente
dall'«arte dello spazio». Nel celeberrimo saggio del 1960 egli
parla di «una divinità della luce», una metafisica della
luce. E con Goethe dichiara che i colori sono «imprese e sofferenze
della luce».
Matrice neoplatonica: un tetro pessimismo sottende l'astratta visione.
Così apprendiamo che «l'uomo moderno ha perso la luce interiore
e spirituale». Per fortuna queste idee di Sedlmayr hanno avuto poco
peso nella storia dell'arte, e ancor meno nella critica architettonica.
La storia della luce in architettura converge con la storia dello spazio.
La libertà dalla scatola significa la libertà dalla repressione.
Nei secoli, spazio e luce incarnano e rappresentano le disfatte e le vittorie
di questa lotta per la libertà.
Nel linguaggio corrente, oscurantismo sta per tirannia politica e culturale,
censura e totalitarismo; mentre luce, chiarezza, trasparenza, perestroika
stanno per società emancipata, civile, democratica. Si tratta di sconfiggere
l'eclisse e la morte della luce.