Il futuro dell'urbanistica
intervista a Bruno Zevi, "Lettera internazionale"
Bruno Zevi è entrato a
far parte del Comitato di consulenza di questa rivista. Già segretario
generale dell'Istituto Nazionale di Urbanistica e ordinario di Storia dell'Architettura
nelle Università di Venezia e Roma, è attualmente direttore
del mensile “L'architettura - cronache e storia”, e presidente
del Comitato Internazionale dei Critici d'Architettura. È inoltre presidente
onorario e deputato del Partito Radicale. Alla sua ricca esperienza internazionale
ci siamo rivolti, per un sommario bilancio del recente passato e per una valutazione
del prossimo futuro dell'urbanistica.
Per inquadrare la situazione; qual è l'evento più rilevante
del pensiero urbanistico degli ultimi venti anni?
Quello che ebbe luogo a circa 4000 metri di altezza, il 12 dicembre 1977,
alle ore 14,30 sul Machu Picchu, lo spiazzo più elevato del rudere
incaico peruviano. Di fronte ad un vasto pubblico decine di studiosi ed artisti
firmarono una nuova Carta urbanistica, a distanza di quarantaquattro anni
da quella formulata da Le Corbusier ad Atene nel 1933. Un documento fondamentale,
che segna il passaggio fra epoche diverse.
Quali sono i punti sostanzialmente nuovi?
Quattro: città-regione, polifunzionalità, comunicazione e architettura.
Nel 1933 il rapporto tra città e territorio era di interdipendenza
fra ambiti differenti, che oggi invece si fondono nella città-regione.
Nel 1933, l'intento era di separare le funzioni, distinguere tra abitare,
lavorare, ricrearsi e circolare; oggi soffriamo i guasti della settorializzazione
urbana e il nostro impegno consiste nel reintegrare. Inoltre, nel 1933 l'abitazione
sembrava essere la chiave di volta della vita urbana; ora, la sopravvivenza
degli aggregati sparsi sul territorio dipende dall'efficienza della rete delle
comunicazioni. Infine, la Carta di Atene trascurava gli aspetti linguistici
del problema, poiché la statura predominante di Le Corbusier faceva
presupporre che l'architettura si esaurisse nella sua poetica, cioè
nel «gioco sapiente dei volumi puri sotto la luce». La Carta del
Machu Picchu afferma che la sfida non consiste più nei volumi puri,
ma negli spazi sociali in cui si vive.
Queste sono le motivazioni essenziali. Poi conta l'animus...
In che senso?
Cito un brano della Carta: «Atene 1933, Machu Picchu 1977. I luoghi
significano. Atene incarnava la culla della civiltà occidentale. Il
Machu Picchu simbolizza il contributo culturale di un altro mondo. Atene implicava
la razionalità di Platone e di Aristotele, l'illuminismo. Il Machu
Picchu rappresenta tutto ciò che sfugge alla mentalità categorica
dell'illuminismo e non è classificabile nella sua logica. I nostri
interrogativi sono infinitamente più numerosi e complessi di quelli
affrontati dagli autori della Carta di Atene. Alcuni forse non hanno risposta...».
Ma quale influenza ha avuto in concreto, nell'operatività urbanistica,
la Carta del Machu Picchu?
Molta sul terreno critico, scarsa su quello inventivo. Dal 1977 i principi
razionalistici sono stati smentiti e rifiutati. In particolare, la rigida
zonizzazione funzionale, la divisione tra quartieri residenziali, industriali,
direzionali, ricreativi è caduta in disgrazia. Il linguaggio riduttivo
degli anni Venti-Quaranta è ormai esautorato, anche se il nuovo non
è pienamente sorto, perché risulta arduo ragionare senza formule
e modelli. Del resto, non fu così nel passaggio tra il Rinascimento
e il Barocco, tra l'ortogonalità del primo e la libera spazialità
tempestata dalla luce del secondo?
Prima di entrare nell'attualità, nei temi dell'inchiesta sulla
città trattati in questo numero della rivista, sarebbe utile accennare
ai contributi da lei apportati all'urbanistica e alla sua critica storica.
Secondo me, l'architettura s'identifica con l'urbanistica, tanto che spesso
ho adottato il termine «urbatettura». Spazio interno, da un lato;
spazio esterno (rispetto alle case, ma interno al tessuto urbano), racchiuso
e scoperto, dall'altro. Il rapporto è già esplicito in “Saper
vedere l'architettura” del 1948, il mio libro di maggior successo. Nel
libro “Biagio Rossetti, architetto ferrarese, il primo urbanista moderno
europeo”, del 1960, ho ripercorso l'autocostruzione di Ferrara avvenuta
a partire dal 1492, circa cinque secoli fa. Nodo linguistico cruciale: una
concezione rinascimentale nutrita di pulsioni medievali, e quindi non ancora
ibernata, produce l'immagine di un abitato allo stesso tempo pianificato ed
umano, accentuatamente gestito e flessibile. Il caso è talmente sintomatico
che nel 1971 ho ripubblicato il libro con il titolo “Saper vedere l'urbanistica”,
premettendo una panoramica della storia degli insediamenti dall'età
delle caverne a quella dei grattacieli. Il mio interesse si è poi concentrato
sull'urbanistica del manierismo e, in modo specifico, su quella di Michelangiolo.
La rivoluzionaria Roma michelangiolesca (incrementata poi da quella borrominiana)
è documentata nel volume “Michelangiolo architetto” del
1964, e in “Pretesti di critica architettonica”, del 1983. Mi
fermo qui.
L’esperienza della cultura americana nella Harvard University e
la frequentazione di Frank LIoyd Wright, esponente dell'architettura organica,
sono stati fondamentali nella sua formazione...
Certamente. A mio giudizio, il Rinascimento sta al razionalismo cartesiano,
tipologico e tecnocratico di Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe, come
il Barocco di Pietro da Cortona e Francesco Borromini (non quello scenografico
di Bernini) sta al linguaggio organico di Wright, Alvar Aalto, Hugo Häring,
Hans Scharoun e discepoli. Si cambia modo di scrivere e di parlare: crolla
l'ideologia dell'elementarismo geometrico, delle scatole bianche e «pure»
allineate, degli angoli retti, delle iterazioni ossessive. La complessità
sconfigge la semplificazione, la dinamica dell'informale travolge le morfologie
armoniche, cristalline. Rispetto al pensiero di Le Corbusier, quello di Wright,
malgrado la cronologia, è più avanti di cinquant'anni. Lo ha
capito a fondo un solo studioso, Lewis Mumford.
Mezzo secolo più avanti anche in urbanistica?
Senza dubbio, benché il fenomeno sia più evidente in architettura.
Wright ha offerto due soluzioni opposte e complementari: «Broadacre
City», l'insediamento orizzontale, espanso sul territorio, e «The
Illinois», il grattacielo vertiginoso per Chicago, alto un miglio, 528
piani serviti da scale mobili e 56 ascensori, un organismo per 130.000 abitanti
con parcheggio per 15.000 auto e terrazze per 100 elicotteri.
Espansione o concentrazione verticale: questo è tuttora un dilemma
calzante, da approfondire. Invece ci si diverte almanaccando sulla fine dell'urbanistica
o sulla rinascita della cosiddetta «città europea» esaltata
dall'internazionale degli accademici e dei retrogradi non solo nazi-fascisti
e stalinisti.
Ma l'idea di mettere sotto processo l'intera operatività urbanistica
non nasce proprio negli Stati Uniti?
Nel 1961 esce il libro di Jane Jacobs “The Death and Life of Great American
Cities” che traumatizza la cultura urbanistica fino a rovesciarne gli
orientamenti. Anziché pianificare, si postula «una vita sociale
disordinata, instabile, spontanea», come dice Richard Sennet. Si rigetta
sia l'urbanistica razionalista sia quella organica di Wright. Ma con la terapia
del non-intervento, i problemi delle città non vengono affatto risolti;
dilagano gli sprechi, gli istinti gregari, i comportamenti sclerotizzanti.
Si constata insomma che tutelare, conservare, restaurare e magari riciclare
non basta. Occorrono nuove politiche e nuove strategie.
Entriamo in pieno nel dibattito che riguarda le città storiche,
monumentali, artistiche, da Venezia a Cambridge, da Barcellona a Cracovia.
Fortunatamente i sostenitori della città mummificata, depressa e frustrata,
schiava del proprio passato, sono diminuiti (restano comunque troppi); mentre
i post-moderni, i pasticcioni e i dementi ludici che volevano esprimersi coniugando
frammenti e sgrammaticature pseudo-antiche, e si vantavano di aver sottratto
l’architettura all'egemonia politica, sono finiti nel grottesco e nella
vergogna.
In conclusione, quali sono le forze in gioco?
La speranza è riposta negli architetti che hanno respinto l'immondezzaio
post-moderno e sono in grado di ripensare la città. Citiamone alcuni:
Halprin, Gehry, Johansen, Erskine, De Carlo, Hadid, Hejduk, Piano, Hertzberger,
Libeskind, Tschumi, Rogers, Foster, Behnisch, Krool. Le forze ci sono. Occorre
coagularle intorno ad un progetto politico-culturale che non riguarda solo
gli architetti.
Va anche considerato che presto potremo avvalerci di nuovo degli apporti urbanistici
ibernati per decenni del mondo sovietico.