Lapide ai fratelli Rosselli
Roma, via delle Convertite
Scriveva Massimo Mila: con la Settima è l’idea di gioia che
s’impadronisce di Beethoven: "quasi un adeguamento alla condizione
divina".
Carlo Rosselli prediligeva questa sinfonia sopra ogni altra. Per questo,
le note della Settima scandirono il suo funerale a Parigi nel 1937, quando,
tra un'immensa folla inorridita dal crimine fascista, seguiva il feretro
Aldo Garosci portando un cuscino con i cimeli della guerra di Spagna.
La Settima accompagnò il percorso sinuoso di Piazza della Signoria
a Firenze, quando la salma di Rosselli da Bagnoles de l'Orne tornò
in Italia.
La Settima suona oggi a Roma perché, a cento anni dalla nascita e
a sessantatre dall'assassinio, Carlo Rosselii giunge finalmente nella capitale
che lo ha sistematicamente ignorato.
Evento significativo quello di oggi che il Presidente della Repubblica voleva
siglare con la sua presenza, per onorare non solo uno dei massimi eroi della
storia antifascista, ma anche il protagonista del liberalsocialismo, ispirazione
essenziale del movimento "Giustizia e Libertà" e del Partito
d'Azione.
Abbiamo organizzato questa cerimonia in modo semplice e breve. Apre Nicola
Terracciano, dirigente del ricostituito Partito d'Azione Liberasocialista,
leggendo alcune frasi dei messaggi rosselliani.
Poi, tra tutti gli ospiti venuti dall'estero, avrà la parola una
sola persona, la prof.ssa Ekaterina Naumova, in rappresentanza di 46 deputati
russi che si riconoscono nel pensiero di Rosselli e sono convinti che l'itinerario
dal comunismo alla democrazia passi attraverso la stazione del liberalsocialismo.
Parlerà subito dopo un leader prestigioso di "Giustizia e Libertà"
e del Partito d'Azione, Vittorio Foa, uno dei pochi rimasti, con Norberto
Bobbio, dopo la scomparsa di Leo Valiani. E chiuderà la riunione
l'Assessore alla Cultura del Comune di Roma.
Quando vuole, subito o più tardi o alla fine, a nome del Presidente
Ciampi che si trova a Foggia, il Presidente del Consiglio dei Ministri o
Vittorio Foa scoprirà la lapide che ricorda i fratelli Rosselli sulla
casa in cui nacquero Carlo cento e Nello novantanove anni fa.
È tutto.
Nicola Terracciano legge Rosselli.
Ha la parola per un telegrafico saluto la professoressa Ekaterina Naumova,
che rappresenta un gruppo di deputati russi.
La parola è adesso a Vittorio Foa.
Ha la parola in chiusura l'Assessore alla cultura del Comune di Roma.
Fatemi terminare questa riunione con un brevissimo accenno ad un aspetto
nascosto, quasi inedito, della personalità di Carlo Rosselli: il
suo essere ebreo.
Dell'ebraicità di Nello sappiamo tutto: la sua partecipazione critica
al congresso sionista, la sua appartenenza alla comunità israelitica
fiorentina, il suo coinvolgimento nei costumi della tradizione avita.
Carlo, invece, divorato dalla lotta rivoluzionaria contro il fascismo, non
ebbe né tempo né occasioni per occuparsi di ebraismo. Eppure
il suo animus denuncia un'impronta tipicamente ebraica.
Era accanitamente contro l'idolatria e contro il dogma. Combatteva gli idoli
del liberalismo e quelli del socialismo, i dogmi marxisti della cultura
di massa, della classe operaia egemone, della dittatura del proletariato,
come i molteplici dogmi del capitalismo. Era contro tutti per realizzare
pienamente i suoi ideali e se stesso.
Dice Martin Buber, il filosofo degli chassidim: “ognuno, in Israele,
ha l'obbligo di riconoscere e di considerare che lui è l'unico al
mondo nel suo genere. Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e
deve portare a compimento la propria natura in questo mondo”.
Ebbene, Carlo Rosselli è stato davvero unico al mondo nel suo genere,
unico ad opporsi ad una concezione umiliatrice dell'individuo sull'altare
di miti collettivistici, unico a portare un immediato aiuto ai democratici
spagnoli, mentre i socialisti si baloccavano con teorie pacifiste e i comunisti
aspettavano ordini da Mosca.
Non esiste uomo paragonabile a Carlo Rosselll nell'intero panorama europeo.
È proprio unico, diverso, eretico, estraneo alla mentalità
passiva della concentrazione antifascista di Parigi, cosciente di essere
"cosa nuova nel mondo"; ed ebraicamente, poiché noi non
abbiamo nessun oltretomba, nessuna vita eterna, pronto a portare a compimento
i suoi ideali, i suoi programmi, "la propria natura", in questo
mondo.
È tutto, grazie.