Intervento alla "International Style Architecture Conference"
Tel Aviv, 23 maggio 1994.
Il dilemma linguistico ed etico
era, ed è tuttora, tra il "finito", il completo, l'eseguito
a perfezione (cui nulla si puoi aggiungere o sottrarre) e il "non-finito"
con la sua coscienza di crescita, continuità e mutamento.
Dal lato del "finito" troviamo la massa dei professionisti, che
pensa e progetta in termini tipologici, secondo regole, modelli, ordine ed
"ordini", e persino i grandi managers dell'architettura, Alberti,
Bramante, Sangallo, Bernini e Gropius. Sull'opposta sponda sta la minoranza
ribelle, la fontana creativa, l’"altra tradizione" come è
stata denominata, quella dei nemici dell'idolatria e del dogma: Arnolfo, Brunelleschi,
Michelangiolo, Borromini, Wright e Mendelsohn.
Il "finito" è l'ideale e il metodo del classicismo, dell'accademia
e del potere. Il "non-finito" qualifica il comportamento del genio.
Il "finito" incorpora il mito dell'uguaglianza. Il "non-finito",
quello dell'emancipazione del diverso.
Negli anniVenti, due figure si ergevano ai poli estremi della cultura architettonica.
La prima era l'artista e intellettuale olandese Theo van Doesburg, che elaborò
una grammatica e una sintassi per la lingua cubista, sempre a rischio di ricadere
nel classicismo, nelle scatole statiche, anche se sospese su pilotis. La seconda
era Erich Mendelsohn, che apprezzava van Doesburg più della Scuola
di Amsterdam, ma non poteva condividere la meccanica operazione di de-costruire
il volume edilizio in lastre bidimensionali, e poi di riassemblarle in modo
che producessero un oggetto quadridimensionale.
Lo scontro verteva chiaramente sul destino della terza dimensione, la profondità.
Il fronte del "finito" sosteneva che occorreva distruggerla, poiché
derivava dalla prospettiva rinascimentale, da una visione contemplata da un
punto di vista immobile. Il cubismo aveva scoperto che questo punto di vista
poteva essere dinamico, che l'uomo poteva
muoversi intorno, sotto, sopra, dentro e attraverso la scatola edilizia.
La terza dimensione perciò poteva e doveva essere eliminata.
Il fronte opposto, benché in modi non troppo articolati, disse NO.
Concordava sul dinamismo, sul movimento, anche sullo spazio-tempo, ma sentiva
che il nuovo impeto rivoluzionario doveva investire non solo l’osservatore,
l’uomo che cammina intorno e dentro l’edificio, ma anche la natura,
la struttura genetica dello stesso edificio.
Nella fase più drammatica della ricerca di un nuovo linguaggio architettonico,
un incontro-chiave ebbe luogo a Parigi poco prima della grande guerra. I cubisti
francesi, gli espressionisti tedeschi e i futuristi italiani erano presenti.
Umberto Boccioni propose un'alleanza fra i tre gruppi al fine di svolgere
un'azione comune dell'avanguardia europea negli Stati Uniti. Fu raggiunto
un accordo e pubblicato un manifesto firmato da molte personalità di
rilievo, prima delle quali Guillaume Apollinaire. Ma poi seguì un arresto
di attività e scambi, e non solo a causa della guerra e della scomparsa
di Boccioni.
Tre concetti di spazio-tempo erano a confronto: quello cubista, basato sul
cambiamento del punto di vista; quello futurista, che voleva semplicemente
applicare elementi cinetici, quali ascensori e tapis-roulants, fuori e dentro
gli edifici; e infine quello espressionista, che sosteneva il movimento, la
quarta dimensione, a condizione che appartenesse alla realtà intrinseca
dell'edificio e da questa emanasse. La tesi cubista negava la terza dimensione.
I futuristi, in particolare Antonio Sant'Elia, erano più o meno indifferenti.
Invece gli espressionisti legittimavano l'intero impianto scatolare, ma contorcendolo
e torturandolo, come negli schizzi di Finsterlin e di Mendelsohn, e nella
Torre Einstein.
Si giunge così al nodo del linguaggio architettonico. Qual è
il motivo di plasmare pareti, soffitti e pavimenti in modo che sembrino di
plastica, elastici, pronti ad assumere qualsiasi forma? È evidente.
In un edificio scatolare si trovano vuoti scatolari, spazi insignificanti,
privi di fluenze. Ma in un volume dove pareti, pavimenti e soffitti sono stati
forgiati in maniera creativa, le cavità sono tutte diverse, non derivano
dall'involucro, anzi determinano il proprio guscio, in altre parole divengono
quello che devono essere: protagonisti dell'architettura.
Certo, lo spazio può essere magnificamente incanalato con il lessico
e la sintassi "De Stijl" di Theo van Doesburg: basti pensare al
Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe o, in un altro linguaggio, alla
Villa Savoye di Le Corbusier. Ma per realizzare spazi creativi nella loro
piena significanza ed articolazione, la sfida di plasmare un vero vuoto umano
richiede una filosofia progettuale espressionista.
Superfluo osservare che l'espressionismo, come il suo nemico, il cosiddetto
"Stile Internazionale", può essere usato per i peggiori propositi.
L'espressionismo architettonico è, insieme, difficile e raro. Prima
della seconda guerra mondiale è stato incarnato da pochissimi artisti,
Antoni Gaudì, Mendelsohn, Hugo Häring, Hans Scharoun, e solo Gaudì
e Mendelsohn erano sensibili ai valori materici incandescenti. Gli altri erano
pseudo-artisti. Anche nelle decadi successive all’ultima guerra, troviamo
pochi autentici espressionisti, dal Le Corbusier di Ronchamp e del Philips
a Bruxelles a Pietilä, Utzon, Bruce Goff, talvolta Eero Saarinen, Behnisch,
Domenig e Frank Gehry.
La maggioranza dei cosiddetti "neo-espressionisti", specie negli
anni Ottanta, è stata fatua e fasulla, vergognosamente inconsistente,
tanto che spesso è tornata indietro alla pseudo-rinascenza, allo pseudo-gotico,
allo pseudo-Art Nouveau, ad un palladianesimo idiota, insomma ad un passato
che non conosceva e quindi misinterpretava.
Ormai, fortunatamente, il Post-Modern è morto e decomposto; benché
il suo cadavere sia ancora occasionalmente nauseante, non vale la pena di
perdere tempo a parlarne.
È noto che Einstein, quando vide a Potsdam la struttura che Mendelsohn
aveva progettato, pronunciò una sola parola: «organico».
Non disse «espressionista», ma «organico» perché
organico significa espressionista applicato non solo a pareti, soffitti, pavimenti
e volumi, ma anche all'obiettivo architettonico dominante: lo spazio, gli
spazi viventi e vissuti, gli spazi per l'uso individuale e collettivo, per
il comportamento e l'azione democratica.
Lo stesso sul terreno urbanistico. Esiste un metodo cubista, razionalista,
International Style, codificato nella Carta di Atene del 1933. Gli espressionisti
non hanno formulato una "philosophy" della pianificazione se non
in imprese di scala modesta. Ma gli organici hanno modificato e integrato
la Carta di Atene nel 1977, elaborando la Carta del Machu Picchu, un documento
rilevante e spesso sconosciuto.
Erich Mendelsohn era organico per natura, per valori atavici, come dimostrano
centinaia di schizzi di originalità inaudita. Egli non seguì
alcuna scuola, sicché non fu costretto a dimenticare quello che aveva
imparato a scuola, come tutti gli architetti decenti hanno dovuto fare con
notevole fatica. Egli non ebbe alcun maestro, ma ne scelse uno lontano, e
nel 1924, dopo la Torre Einstein, partì per incontrarlo a Taliesin.
Questi passi di una lettera scritta alla moglie Louise da Chicago, il 6 novembre
1924 incarnano il più convincente messaggio dell'architettura organica:
"Ho trascorso due giorni a Taliesin con Frank Lloyd Wright, due giorni
nella corrente meravigliosa, esigente e generosa, tersa e riposante. Siamo
diventati amici immediatamente, ammaliati dallo spazio, muovendo le mani uno
verso l'altro nello spazio. Lo stesso cammino, lo stesso traguardo, la stessa
vita, credo... Eravamo a Taliesin, in alto sulla collina...
"Wright dice che l'architettura del futuro sarà, per la prima
volta nella storia, totalmente architettura, spazio in se stesso, senza modelli
precostituiti, movimento in tre e quattro dimensioni... Una joie de vivre
espressa nello spazio... Questo è il suo genio. E nessun altro si avvicina
a lui". Questo era il 5 novembre 1924, oltre settanta anni fa. E suona
come se fosse dopodomani.