La Chiesa del 2000

Università Lateranense, Roma, 22 ottobre 1996

Not quite architecture, "non proprio architettura", come dicono gli inglesi; oppure, come vaticinava Edoardo Persico all'acme della sua ispirazione, “oltre l'architettura”. Ecco: in un punto imprecisato tra "non proprio architettura" e "oltre l'architettura" sta il taglio di questo mio brevissimo intervento che molti, ne sono certo, giudicheranno almeno in parte fuori tema.
Mi accingo a commentare non il progetto vincitore, testè esaustivamente illustrato, ma il contesto culturale in cui è nato, il concorso
internazionale, il suo messaggio che trascende largamente la cronaca.
Tento di rievocarne il clima. Questa nostra città si trascina in un quotidiano dominato da un'arsura di significati, disilluso, smarrito e disorientato dal crollo delle ideologie, dagli scandali di Tangentopoli, da un doppiogiochismo mercificato, soprattutto dalla mancanza di un'immagine del suo futuro, di una prospettiva etica e creativa.
Vige uno stato di confusione e di allarme, che gli architetti registrano in modo bruciante, confrontando quanto accade negli altri paesi, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, ma anche in Spagna e Portogallo, con l'inerzia, la stasi, l'insensibilità della classe politica italiana per l'ambiente e per l'arte.
In questo quadro stagnante s'innesta l'iniziativa del Vicariato:
un concorso ad inviti per una chiesa da erigersi nell'ambito della più squallida e degradata periferia. La scelta del luogo è in sé sintomatica. Si rifiutano le alternative del centro storico e della fascia edilizia che lo circonda, ma anche quelle delle borgate e di siti lontani.
L'opzione è incisiva, mordente, coinvolta nel problema del riscatto dell’area metropolitana della capitale.
Vengono selezionati sei architetti, tra i nomi più prestigiosi dello scenario internazionale: uno spagnolo, Calatrava; un giapponese, Ando; un tedesco, Behnish; e tre nord-americani, Eisenman, Gehry e Meier.
Certo, sostituzioni erano possibili: basti citare Utzon, Johansen, Rogers, Foster. Ma quello che va sottolineato è la novità di questa impostazione che include tra gli invitati architetti ebrei.
Non credo che nessuno di noi se ne renda conto. Un fenomeno del genere sarebbe stato inconcepibile fino a qualche anno fa, quando si verificò un evento di straordinaria portata, che riempì ovviamente le prime pagine di tutti i giornali e l'informazione radiotelevisiva, eppure non credo che sia calato nelle nostre coscienze al punto da avere un transfer nel campo architettonico. E qui vado consapevolmente fuori tema.
Voi ricorderete che, per secoli e millenni, gli ebrei sono stati definiti, nel caso migliore, "perfidi". Erano accusati di assassinio, di aver procurato la morte del simbolo dell'umanità, del figlio dell'Uomo, del figlio di Dio. L'infamante accusa di popolo "deicida" ha accompagnato la storia ebraica per oltre duemila anni, legittimando qualsiasi persecuzione, pogrom ed eccidi, emarginazione ed esilii forzati. Fino al giorno in cui un pontefice, mosso da una visione universalistica senza precedenti, decise di compiere un atto imprevedibile, inaudito, di rilievo epocale. Decise di far telefonare al rabbino capo della comunità ebraica, e gli chiese di essere ricevuto in sinagoga, per riprendere contatto, disse, con i suoi "fratelli maggiori". Il rabbino rispose: "sia il benvenuto!".
Io stento ancora a crederci, ma questo è storicamente avvenuto. Cadute le condanne di deicidio e di perfidia, dopo duemila anni di spesso feroce antisemitismo, la Chiesa segna una svolta radicale che, a distanza di un decennio, rende possibile l'invito ad alcuni ebrei ad ideare una cattedrale per l'area metropolitana di Roma.
È evidente, a questo punto, il significato del concorso: si tratta di riconfigurare e riplasmare l'idea della chiesa. Non lo si proclama per giustificabile prudenza, ma s'intende voltare pagina. Qui termina un itinerario dell'architettura cristiana e ne comincia un altro, di cui il concorso è insieme testimonianza e profezia.
Quanto ci volle e quanto costò l'emergere della prima architettura cristiana? Le opinioni variano, ma sostanzialmente da otto a dieci secoli. Se consideriamo come inizio il tempio pagano sotterraneo di Porta Maggiore e come esito Sant'Ambrogio di Milano, ecco un arco di secoli durante il quale si manifesta un drammatico conflitto tra due concezioni architettoniche, tra due cristianesimi: quello ufficiale, burocratico, monumentale che si dà carico dell'eredità del mondo romano imperiale, e quello antitetico, spoglio, non-violento, linguisticamente di "grado zero", che va dalle catacombe al Sacro Speco di Subiaco, proponendo una non-architettura, una visione non-spaziale ma solo temporale, che scalza e recide alle radici le scenografie classiche sovrastanti.
Nel romanzo "Il ribelle" Carlo Cassola ha descritto le due anime contrastanti dell'etica cristiana, la sua bipolarità linguistica, un pendolarismo incessante tra metafisica bizantina e riappropriazioni materiche, da Tuscania a Subiaco.
Il protagonista del romanzo, Severiano, è un sessantottino del IV secolo, che lotta disperatamente contro il "compromesso storico" tra cristianesimo e impero. Teme che la cristianizzazione del mondo si riduca a un mero cambiamento di facciata, che l'abbraccio della romanità sia mortale per la nuova religione, che lo sfavillare di marmi ed ori dei templi pagani vinca sulla luce delle fiaccole nelle catacombe, che è la luce dell'anima.
Ebbene, c'è da chiedersi: se tale è stato il tormento per generare la prima architettura cristiana, quali fatiche e sofferenze creative saranno necessarie per dare un volto espressivo alla seconda, introdotta dal concorso vinto da Richard Meier?
E, per concludere, alcuni appunti sul progetto vincitore. Ho già avuto occasione, qualche anno fa, di parlare dell'architettura di Meier.
L’ho confrontata con quella del Tempio di Bacco a Baalbek: furibondo e profanatore anticlassicismo, controllato però da un apparato che mantiene ancora aspetti tradizionali. Il progetto della Chiesa del Duemila, mi pare, conferma questa poetica, e la spinge in avanti, al limite di rottura. Mentre un Gehry, un Libeskind, un Hecker frantumano il linguaggio a priori, per svincolarsi da ogni subordinazione al passato, Meier ha un modo quasi bramantesco di agire: arriva a San Pietro, apre il cantiere, opera per settori, si occupa di nodi, cerniere, più che della definizione globale.
L'iconografia di Meier è controllata, senza eccessi enfatici nella volumetria, nella distribuzione degli spazi e nel dosaggio delle luci.
Che "la tenda sia l'archetipo del luogo sacro" è considerato arbitrario. La relazione parla di "un recinto in parte sacro e in parte laico, per aiutare la popolazione a ri-collocarsi nel mondo"; parla di gioco e di rituali, di "movimento non legato a nessun obiettivo".
Diversamente da quello di altri concorrenti, l'approccio di Meier è quello della massima latitudine progettuale, un gettar semi ancora esitante, in attesa che l'uno o l'altro germoglino indicando un itinerario. È il metodo "aperto" dell'architettura moderna, quello sgorgato dalla lezione di William Morris, dal canto di Horta ed Olbrich, dall'intransigenza di Loos, dal genio di Wright, dagli apporti linguistici di Le Corbusier, Mies, Mendelsohn, Scharoun, Aalto e Pietilä, Goff.
È la via maestra, difficile, in sistematica crisi esistenziale, che ogni giorno rimette in gioco sulla roulette l'intero proprio patrimonio.
Meier ha vinto giustamente il concorso, perché impersona la modernità, cioè la vocazione quotidiana di tramutare la crisi in valore.
Ho finito. Ci rivediamo tra quattro anni, per l'inaugurazione della chiesa. Saranno organizzati cortei e convogli che partiranno da vari punti di Roma in direzione di Tor Tre Teste. Se qualcuno vuol venire con me, l'appuntamento è a Campo dei Fiori, davanti alla statua di Giordano Bruno, di cui cade - coincidenza stranissima - il quarto centenario della morte. Da lì, “ove il rogo arse”, partiremo alla volta della chiesa di Meier, dove uomini di tutte le religioni e laici saranno di casa.