"Comunicare l'architettura"

20 monumenti, 20 complessi edilizi, 20 spazi aperti italiani
Come si vive un edificio. «L'architettura è atto generatore e poi fruizione cinetica, polisensoriale e non solo ottica, di vuoti parlanti, di cavità compresse o dilatate, di spazi sostanziati dalla luce e animati da frequentatori e abitanti. Capire l'architettura significa scoprirne i molteplici percorsi, le accelerazioni e le pause, le cerniere strutturali, i riverberi degli involucri murari sugli invasi e anche gli apparati plastico-decorativi in quanto funzionali a un risultato spazio-temporale».
Come si sperimenta un complesso edilizio.
«Numerose voci stridenti, codici contraddittori, timbri espressivi inconciliabili sboccano spesso in un discorso frammentato e dissonante; in cui i gesti poetici s'intrecciano con lunghe pause prosaiche. Se un monumento può essere paragonato a una lirica, un complesso edilizio è un romanzo scritto a più mani, nel quale spiccano solo alcuni squarci autenticamente creativi. Ma è nel dialogo sempre intermittente, imbrigliato e tronco, tra poesia e prosa che sta la sua forza segreta... Un complesso edilizio è una sommatoria di non-finiti e da questa condizione trae la sua carica comunicativa.
Attenua o rinnega la mania amalgamatrice, ama e celebra il sospeso, l'incerto, la soluzione esitante, il marginale e il mutevole. Alla spasmodica, psicopatica pretesa di "ordine", che nasconde intima insicurezza e tendenza alla coercizione, replica esaltando la "deregulation", il turbamento, la sorpresa, l'anomalo. All'astratto, monocorde ideale accademico sostituisce la rozza, sanguigna registrazione storica».
La fruizione degli spazi aperti.
«Contrariamente a quanto accade negli invasi racchiusi, gli spazi urbani si qualificano per la molteplicità delle loro slabbrature: le figure geometriche si alterano per colloquiare con l'intorno stabilendo incessanti rimandi e fluenze. L'atmosfera, la luce del cielo, la nebbia, i temporali, la neve, il traffico, gli elementi naturali, gli eventi del quotidiano rendono questi vuoti continuamente mutevoli... Il codice del non-costruito esige una percezione, una sapienza di lettura quanto mai ardua e complicata, poiché i riferimenti agli involucri edificati e agli altri spazi aperti sono innumerevoli... La paura del vuoto, inteso come negatività, è ancestrale; per millenni l'uomo ha avuto il terrore dell’inafferrabile, del non-tattile, del non costruito e l'agorafobia è tuttora un diffuso sintomo nevrotico. Questo libro punta a tradurre in gioia l'arcaico timore per i valori immateriali e invisibili: induce a vivere gli spazi aperti recependone i vari spessori, i messaggi e i significati, lasciandosi avviluppare e partecipando alle loro inaspettate avventure».
Da questi brani tolti dalle prefazioni ai volumi si coglie lo scopo di un'impresa durata dal 1984 al 1986, patrocinata con generosità dalla Seat, e specificamente dal suo presidente e amministratore delegato Francesco Silvano, per impulso di Carmine Benincasa. Si tratta indubbiamente di uno dei più incisivi contributi alla storiografia architettonica di questi decenni, ma purtroppo il vincolo di non metterlo in vendita ne ha diminuito la diffusione e l'efficacia. La collana avrebbe potuto essere estesa con altri due volumi: 20 città e 20 territori.