Processo al monumento a Vittorio Emanuele II a Roma
Dopo aver ripubblicato “I
Mattoidi” di Carlo Dossi, una satira dei primi progetti per il monumento
uscita nel 1884, il Mediocredito del Lazio promosse un dibattito sul Vittoriano
che si svolse a Roma, con la partecipazione di un vastissimo pubblico, a Palazzo
Venezia il 27 gennaio 1986.
La storia dei processi al monumento a Vittorio Emanuele ha connotati kafkiani.
Da quello del 1913, di cui fu protagonista Giovanni Papini, a quello, di appena
tre anni fa promosso su “Il Messaggero”, questi processi hanno
grande risonanza, suscitano infuocate polemiche, poi si stemperano e vengono
completamente insabbiati. Passa del tempo, cambiano gli attori e i giudici,
e tutto ricomincia daccapo. È un meccanismo ripetitivo disarmante,
e tuttavia attesta, proprio per le sue cicliche riprese, che il problema è
profondamente sentito, che non ci siamo ancora assuefatti a questo incubo.
I testimoni dei processi sono di due tipi ben distinti: tecnici, esperti,
intellettuali, da un lato; e gente comune, dall'altro. Salvo alcune eccezioni,
fra cui ricordo l'onorevole Pio Baldelli, il consigliere comunale Bernardo
Rossi Doria ed Enrico Testa della Lega Ambiente, i primi, gli intellettuali,
sono pieni di titubanze e atteggiamenti contraddittori: detestano l'opera,
la stigmatizzano e la condannano recisamente, ma poi sostengono che deve rimanere,
non foss'altro che a perpetua memoria dell'infamia compiuta. La gente comune,
invece, si comporta in maniera meno astrusa e più coraggiosa.
Va aggiunto che quasi ogni dibattito, ogni accenno al monumento è tinto
di ironie e di facezie. Dall'età di Carlo Dossi a oggi, l'argomento
si affronta con sarcasmo o con un sorriso sulle labbra: sarcasmo di sufficienza
e tollerante compassione da parte degli stranieri, e sorriso rassegnato, non
privo di amarezza, da parte degli italiani. Sogghignamo e sorridiamo per esorcizzare
la mostruosità, perché il disastro provocato da questa faraonica
mole acquisti le sembianze di una farsa irreale, quasi di una messinscena
aberrante ma temporanea, da rimuovere il giorno dopo. Così, considerando
il Vittoriano solo un'eclatante «stonatura», una grossolana assurdità,
in fondo uno scherzo anche se di pessimo gusto, ci sottraiamo alla responsabilità
di assumere una posizione rigorosa e ferma. Non parlandone seriamente, si
rispetta la solita regola del gioco, che consiste nel dirne tutto il male
possibile per poi concludere di preservarlo. È stato utilissimo ripubblicare
“I Mattoidi” di Carlo Dossi uscito nel 1884, perché vi
si constata che nessuna delle soluzioni presentate al primo concorso, neppure
quelle su cui più si accaniscono i dileggi dell'autore, sarebbe stata
rovinosa come il progetto realizzato. Gli schemi a obelisco, a fontana, a
stele, ad arco di trionfo, a recinto colonnato, a pagoda, benché spesso
risibili, ingenui e grotteschi, anche per la circostanza di essere in genere
ubicati non a piazza Venezia ma in altro luogo, sarebbero risultati assai
meno ingombranti del monumento eseguito, e non avrebbero implicato un vandalismo
e un flagello urbanistico di analoga entità.
I «mattoidi» passati in rassegna da Dossi sono appunto mattoidi,
ossessi megalomani da beffare per le insensate voluttà retoriche patriottarde;
per la loro dabbenaggine, non sono dementi pericolosi.
Invece, non può rientrare nel novero dei «mattoidi» Giuseppe
Sacconi.
Il suo curriculum professionale è, nell'insieme, corretto, nobilmente
opaco. Sappiamo delle sue sofferenze, dei suoi tormenti, dei dubbi, delle
ansie, degli affanni, della sua drammatica insoddisfazione. Sappiamo anche
che, per solidarietà con Sacconi, Benedetto Croce ed Ernesto Basile
si dimisero dalla commissione composta, a detta di Croce, da «elementi
estranei e indifferenti all'arte». Quindi nessun processo alla persona,
che è solo in parte colpevole di quanto è accaduto. Ma il monumento,
ecco il dato tragico inalienabile, supera, credo a scala internazionale, qualsiasi
livello di delirio.
Se volete, possiamo benissimo tenerlo in piedi, magari sprecando miliardi
per restaurarlo, ma dobbiamo almeno esser consci dei colossali guai che ha
originato, che determina e continuerà a generare. Sotto tre profili:
1) lo scasso provocato nel cuore di Roma, 2) il nefasto, infelicissimo testo
architettonico, 3) l'ipoteca ch'esso costituisce nei riguardi delle ristrutturazioni
previste o prevedibili per il riassetto della capitale.
Circa il primo punto, ne hanno trattato Marcello Venturoli, Antonio Cederna
e altri studiosi. A parte l'inaudito massacro di tesori archeologici e storici,
tutti sanno, e del resto i documenti lo confermano, che piazza Venezia era
un invaso relativamente stretto, profondo, asimmetrico, tale da recepire le
tensioni direzionali della via del Corso, coagularle e poi ridistribuirle
in ogni verso della città. Era insomma un tipico spazio romano, uno
spazio irregolare che calamita forze e le rilancia, offre una sosta per smistare
i percorsi, segna un fermo in funzione di un arricchimento della cinetica
urbana.
Il monumento ha annientato completamente questi valori. Spostando il palazzetto,
ha mortificato la dimensione, la dinamica e il significato di Palazzo Venezia.
Per schizofrenia simmetrica è stato demolito il decoroso edificio che
gli stava di fronte, sostituendolo con una parodia del monco Palazzo Venezia.
Il tutto al fine di elevare una gigantesca barriera marmorea che occlude teatralmente
l'asse del corso, quasi che a sinistra e a destra non ci fosse nulla da rispettare.
Il blocco è spietato, la città finisce lì: il resto diventa
trascurabile, compresi il Campidoglio e i fori.
La chiusura è ermetica e implacabile proprio per un motivo specificamente
architettonico: per il modo egocentrico, scisso da qualsiasi dialogo o raccordo
con l'intorno, che caratterizza la concezione del monumento. Un impianto simmetrico
è di per sé narcisistico. Ma a sottolinearne ancor più
l'estraneità dal contesto contribuiscono le scalee, lo stilobate, i
ripiani, le rampe, la curvatura del portico, i propilei laterali, il muro
pieno dietro il colonnato, la ponderosa fascia che lo sovrasta, per non dire
del materiale e delle incongrue sculture. Il mastodontico oggetto si rinserra
masochisticamente in se stesso per escludere qualsiasi altra emergenza della
città.
La questione non attiene soltanto allo stupro perpetrato dalla costruzione
del Vittoriano; e neppure ai danni che questa gelida, perfida architettura
determina ogni giorno e ogni notte, in ogni ora, con la sua offensiva arroganza.
La questione coinvolge anche il futuro. Si è molto discusso in questi
anni, a favore o contro, del parco archeologico e dello smantellamento dello
stradone mussoliniano. Si è parlato di osmosi, di continuum tra zona
archeologica e tessuto urbano circostante. Ma è evidente che questo
obiettivo è frustrato a priori dalla presenza invadente del monumento,
persistendo il quale nessuno scambio, nessuna integrazione saranno mai possibili.
I problemi di Roma, dal traffico al sistema direzionale, sono così
numerosi e urgenti da far ritenere che quello del Vittoriano non costituisca
un quesito rilevante. Ma poiché siamo qui a recitare questo processo,
la giuria deve esprimere un chiaro parere. Se sarà contraria alla permanenza
di questo misfatto, in pratica, almeno nell'immediato, non succederà
nulla. Ma avrete dimostrato che non siamo un popolo esteticamente ottuso.
Come il monumento, nella sua esorbitanza dimensionale, nelle sue forme stridenti
e nel colore insopportabile, non è mai riuscito a inserirsi, ad appartenere
al panorama romano, così né i romani, né coloro che risiedono
a Roma o la visitano, lo hanno mai digerito. È un esempio di kitsch,
forse il più sottile, insolente, macroscopico: un kitsch accademico,
devitalizzato, glacialmente arcaico, etruscheggiante ed ellenizzante, privo
di gioia e flagranza. Il centro di Roma non acquisterà mai autentica
dignità senza tagliare questo nodo demente.
Comunque, non occorre postulare la demolizione, sic et simpliciter, senza
appello, del monumento. Basta chiedere che questo processo non s'interrompa
come i precedenti, e invece si prolunghi per liberare la gente dal torpore
mentale e visuale. Cosa proporre? Un grande concorso di idee sulla sistemazione
della zona archeologica e di quanto le sta intorno, compreso il Vittoriano.
Un concorso che solleciti alternative valide all'attuale situazione fraudolenta.
Può darsi che qualche concorrente «mattoide» progetti una
sopraelevazione del monumento; ci divertiremo, come Carlo Dossi. Ma altri,
con un minimo di immaginazione, elaboreranno ipotesi per abolire la barriera
marmorea, lasciandone magari alcuni settori, mutandone l'uso, attenuandone
gli eccessi. Penseranno ai fori senza il Vittoriano, all'Ara Coeli senza il
Vittoriano, al colle capitolino senza il Vittoriano, alla stessa piazza Venezia
con un diverso altare al Milite ignoto, non più legato alla celebrazione
iperbolica dell'infausta monarchia sabauda.
Ci sono motivi etici, politici, urbanistici e architettonici per indire, a
distanza di oltre un secolo, un nuovo concorso. Dobbiamo mostrare che un paese
civile, avendo commesso un madornale, scandaloso errore, non è disposto
a subirne le conseguenze per l'eternità.