Conferimento della cittadinanza di Firenze a Giovanni Michelucci

Nel 1951, esattamente trent'anni fa, in questa stessa aula, Firenze conferiva la cittadinanza onoraria al più grande architetto allora vivente, Frank Lloyd Wright, uno dei massimi geni dell'intera storia architettonica.
Ricordo quella cerimonia con profonda commozione. Per me costituiva un evento carico di significati: era l'Italia uscita dalla Resistenza, l'Italia e la Firenze di Carlo Rosselli, che avevano lottato per una democrazia moderna, post-fascista, in cui politica e cultura fondessero in una volontà radicale di rinnovamento, erano questa città e questo paese, ancora feriti dalle conseguenze della guerra, ad esaltare - presente Carlo Sforza, Ministro degli Esteri - un artista, un uomo, uno spirito creativo senza eguali che, rifiutando i facili slogans del collettivismo e quelli altrettanto futili dei riflussi nel privato, proclamava «la supremazia dell'individuo» quale cardine di un metodo democratico caratterizzato dalla qualità.
In termini di architettura, quell'evento sembrava implicare una presa di coscienza, da parte degli intellettuali e dei professionisti italiani, dello spazio-tempo organico, cioè della rivoluzione einsteiniana incarnata negli invasi edilizi ed urbani. Benché sconfitta sul terreno della politica e già invischiata in un sistema tradizionale di tipo pre-fascista che non abbiamo ancora superato, quell'Italia della Resistenza, rappresentata da Carlo Ludovico Ragghianti, si poneva alla testa di una riscossa culturale, ravvisando in Wright la personalità che meglio inverava un processo architettonico dinamico, costantemente in fieri, non mai fermo sulle posizioni acquisite, una personalità che aveva combattuto da decenni l'International Style, cioè la riduzione commercializzata e classicizzata del linguaggio moderno. L'omaggio a Wright, proposto da Firenze all'Europa, implicava l'esigenza di oltrepassare il razionalismo, che aveva scritto un capitolo fondamentale e inalienabile del movimento moderno, ma era ben lungi dall'averne esaurito i contenuti. La vicenda stessa del maestro di Taliesin attestava la complessità genetica dell'architettura moderna, invitava a riconquistarne la componente espressionista e comunque le valenze materiche, per poi compiere il salto verso l'organico.
Una basilare indicazione partiva dall'Italia affrancatasi dalla dittatura e da Firenze non più disposta a chiudersi nel proprio provincialismo.
Rievoco quell'evento di trent'anni fa, perché oggi provo un sentimento analogo. Sarebbe assurdo stabilire un confronto tra Wright e Michelucci, ma è certo che Michelucci offre, nel contesto europeo, un'altra testimonianza su «la sovranità dell'individuo». È senza dubbio l'architetto più autentico e fecondo nel panorama di una cultura che, preso atto con estremo ritardo della crisi del razionalismo e confondendola per ignoranza, pigrizia mentale o calcolato equivoco, con una crisi generalizzata ed irreversibile del movimento moderno, ha lanciato contro di esso tre siluri, fortunatamente logori e spuntati: il pre-moderno, l'anti-moderno e il post-moderno, tre strade diverse ma convergenti in un tentativo di restaurazione, di cui è spesso corresponsabile la sinistra politica direttamente o per agnosticismo. In questo panorama, una riflessione sull'itinerario di Michelucci sembra utile, anche al di fuori della festosa occasione che ci riunisce qui, perché si tratta di un itinerario scandito da ostacoli, angosce, riprese, errori, sgomenti, cadute e trionfi; un itinerario umanissimo malgrado l'eccellenza dei risultati e perciò assai distante da quello quasi mitico del genio di Taliesin.
Sarebbe fuor di luogo, qui a Firenze, dove Michelucci è conosciuto ed amato, e dove moltissimi sono suoi discepoli, tracciare un resoconto critico della sua produzione architettonica. Del resto, la letteratura su di lui è vastissima ed egli stesso, in numerosi libri, saggi e interviste, ha documentato ogni fase del suo lavoro. Cercherò quindi di fissare alcuni punti che mi pare possano costituire riferimenti stimolanti per tutti noi e segnatamente per i più giovani. Cinque caratteri, di ordine etico, psicologico ed artistico: la capacità di sradicarsi dai traguardi raggiunti, il rapporto attivo con il passato, l'unità tra urbanistica e architettura, la pluralità linguistica ed, infine, l'età avanzata come momento liberatorio. Credo che in questi aspetti si dispieghi la figura di Michelucci, anche quale poeta degli spazi. E passo ad esaminarli:
1) la capacità di sradicarsi dai traguardi raggiunti, l'efferata, tormentosa ricerca di nuove e più calzanti vie espressive. Com'è noto, l'accademia costituisce il substrato permanente, tenace, corrosivo della cultura italiana, un baratro in cui ognuno di noi può precipitare, anche senza volerlo, appena allenta la sua tensione. Ed è difficilissimo sfuggire alle lusinghe accademiche, perché il classicismo non riguarda soltanto archi e colonne, cioè un vocabolario anacronistico, ma si può applicare con disinvoltura anche a grattacieli di acciaio e cristallo, o ad opere spericolate di ingegneria strutturale. Quando si è toscani, tanto peggio: per scrostare dal proprio animo i tabù della simmetria, dell'assonanza, della proporzione, dell'impianto prospettico, della scatola chiusa, dello spazio statico, dell'isolamento del manufatto edilizio rispetto alla città e al territorio, occorre un impegno psichicamente, direi esitenzialmente costosissimo. Michelucci non è «nato rivoluzionario», come Wright o Mendelsohn; non ha avuto un maestro come Sullivan, né è vissuto in un'atmosfera culturale incandescente ed eversiva come Scharoun. È cresciuto nel mondo dell'artigianato, poi nel clima accademico, poi nella dimensione provinciale e strapaesana della rivista «Frontespizio». Se ne è liberato lentamente, a fatica, avanzando e retrocedendo prima di scattare. La sua è una storia di sofferta emancipazione dai feticismi contadini e da quelli monumentali, dalle polemiche intellettualistiche e dalle esaltazioni irrazionali, dal gretto professionalismo e dalle astrazioni spiritualistiche ed utopiche.
Afferma che disconosce tutto quanto ha progettato e costruito, mentre invece ci sono soltanto pochissime opere da rifiutare. Ma l'essenziale, il meraviglioso in lui è che cammina e, come ha scritto, passa «ancora, giorno per giorno, di sorpresa in sorpresa per ciò che avviene nel mondo». Cammina a novant'anni più rapidamente e audacemente di quanto facesse a venti o a quaranta. Avverte «i segni di una speranza nuova, di un senso nuovo della vita», crede nella città nuova, s'interroga «non solo sull'uomo in generale, ma sulla scuola, sulla casa, sull'ospedale, sulla chiesa, sulla prigione, sulla banca, sulle strade, sulle piazze, sui teatri, sui luoghi e sugli edifici per incontri sportivi e culturali» e, ogni volta, dà una risposta diversa, scopre qualche cosa e trova l'energia di trasformarsi. Per Frank Lloyd Wright «la legge del mutamento organico è l'unico principio proficuo e concreto che l'umanità possa conoscere». Ebbene, Michelucci che, trent'anni fa, sentiva del tutto estraneo il genio di Wright, impersona, nella propria biografia e nell'arte degli spazi «strappati al sistema», alla giungla degli «addetti ai lavori» e degli «uffici competenti», il principio del mutamento. Scrive: «Sono finiti i tempi degli schemi precostituiti. È cominciata l'era del grande esodo. È come se l'uomo avesse riscoperto la sua originaria vocazione di nomade. Forse per maturazione collettiva, ma anche per il terrore del domani, voglio credere che sia cominciata la lunga marcia verso la libertà».
2) il rapporto attivo con il passato. Basta leggere il saggio «Brunelleschi mago» per capire in quale chiave Michelucci si pone in dialogo con la storia.
Lo fa in presa diretta, spregiudicata, eretica, sottraendosi a qualsiasi filtro interpretativo di marca scolastica. Scopre l'anticlassicismo di Brunelleschi, direi quasi che lo fiuta, meglio di ogni esegeta e filologo. Lui, intriso per educazione di cultura rinascimentale, capta subito il fatto che con il Rinascimento canonizzato da una distorta ottica del pensiero albertiano, Brunelleschi non ha nulla in comune. Detesta Palazzo Strozzi per la sua scatola chiusa, perché, dice, «non è spazio, rifiuta di diventare spazio», «rappresenta la vera negazione delle conquiste liberatrici esemplarmente espresse nelle fabbriche brunelleschiane». Odia le città ideali del Rinascimento, perché, afferma, sono «oggetti privati» del ceto superiore, sono asociali, l'opposto «del concetto stesso di città». Certo, anche Michelucci si alimenta di fonti storiche come tutti i veri architetti. Ma progressivamente le brucia, con un processo esattamente antitetico a quello di coloro che esplicitano «la presenza della storia» mediante grottesche e vacue citazioni formali. Michelucci inciampa sia nell'accademia che nel vernacolo durante la sua ricerca, e adotta il vernacolo come antidoto dell'accademia. Ma si accorge presto che il dialetto edilizio popolare, specie in Toscana, è spesso quello favorito dalla classe dominante per differenziare l'habitat delle classi subalterne, e allora lo rigetta. Sfugge così ai due trabocchetti storicistici, cioè intrinsecamente antistorici che non a caso sono accettati e promossi dalle dittature: il classicismo accademico e la cosiddetta architettura «minore», anonima, «spontanea», che il realtà è spontanea solo nei rari casi in cui protesta contro i dogmi accademici, non quando li integra a sfondo pittoresco dei monumenti del potere. In breve, quello di Michelucci è un rapporto di odio-amore con la storia, l'unico valido se si vuol comprendere il passato senza subirne passivamente l'autorità. E qual'è il termometro critico con cui misura sia il passato che il presente? Lo dice in «Brunelleschi mago» telegraficamente: «Nonostante l'infinita varietà, gli spazi possibili appartengono sostanzialmente a due categorie: quella dello spazio che vincola e quella dello spazio che libera». La scelta esorbita dall'architettura, coinvolge la politica e l'etica sociale: quando lo spazio vincola, anche se è inondato di bandiere rosse, è repressivo e fascista; quando libera, è democratico, pensato per il benessere di tutti. Ciò vale anche rispetto alla mania conservatrice, che induce a restauri di un masochismo inaudito, e preferisce il falso-antico ai genuini interventi moderni. «Non permettendo che si stabilisca una continuità tra il vecchio e il nuovo - sono parole di Michelucci - i centri storici diverranno col tempo organismi sempre più privi di vita, come accade per qualunque oggetto che si isoli dall'uso quotidiano». Ecco come si deve amare la storia: aggredendola, contestandola, difendendone l'eredità nel solo modo legittimo, cioè evitandone la sclerosi.
3) unità tra urbanistica e architettura. Il continuum fra spazio interno dell'edificio e spazio esterno della comunità diviene, dagli anni di guerra, una costante delle immagini di Michelucci. Ma questo continuum non è inteso in senso inerte, ambientistico. Riguarda una fruizione alternativa dell'organismo architettonico che, banca o chiesa, ospedale o scuola che sia, acquista funzioni coinvolgenti tutti i cittadini. Riguarda un linguaggio aperto, parlante, virtualmente un «non-finito» che chiede all'intorno di contribuire a compiere la propria fisionomia. E cos'è il linguaggio? Michelucci risponde:
«Lo spazio è il solo linguaggio, la sostanza di ogni fatto architettonico e di ogni complesso urbanistico... Lo spazio è storia in continuo divenire». Gli splendidi disegni per la «Città Nuova» trasmettono questo messaggio: il messaggio della «città variabile», quella «che esprime la vera immagine della popolazione, la città che muta, che non è eterna, che segue le esigenze e l'umore stesso degli uomini». Michelucci denuncia la pavidità, la viltà di una settorializzazione della cultura, quello scisma tra un'urbanistica bidimensionale e una terza dimensione architettonica che impedisce il realizzarsi dello spazio-tempo, della quarta dimensione, della «mobilità sociale ed umana», senza la quale lo spazio «diventa una prigione». I suoi schizzi sono dei «non-finiti» che celebrano l'incontro-scontro tra individuo e collettività, tra pubblico e privato, tra edificio e città o territorio e non intendono sottomettere il piano al diktat dell'architettura, ma neppure mortificare l'architettura in nome dell'urbanistica. Lo spazio, per lui, non è spazialità in astratto, da contemplare: determina i comportamenti, i tempi e i modi dell'uso. Contro la tendenza alla restaurazione, contro il neoconservatorismo, si tratta di riconquistare, cito Michelucci, «la tradizione vera, il vero senso del murare con fantasia, in piena libertà creativa, rompendo tutti i vincoli della concezione accademica», senza preoccuparsi «di seguire un disegno formalmente e tecnicamente definito». L'edificio diventa cosi non un oggetto, ma un catalizzatore della vita comunitaria e la città diventa «una grande casa», secondo un'accezione antichissima che molti ripetono e, però, pochissimi applicano.
Se c'è un architetto, oggi in Italia, che sostanzia il termine di «urbatettura», il principio di identità tra urbanistica e architettura, questo è Michelucci.
Perciò inneggia alla partecipazione della gente, alla creatività corale, non per un'ideologia populista, non per appagarne i capricci, gli archetipi e i tabù culturali ma, al contrario, per trovare, scrive, «il coraggio di costruire e di demolire quello che da soli non oseremmo mai fare». E precisa: «Vi è una biologia dello spazio che non è diversa dalla biologia umana. Se manca la vita, la presenza creativa e la partecipazione dell'uomo, lo spazio non parla». Ebbene, riconosciamolo francamente: oggi, malgrado tanti discorsi di politici ed amministratori, malgrado tanti comitati di base e tante consultazioni popolari, «lo spazio non parla»; anzi, di regola, lo spazio temporalizzato, quello che libera i comportamenti, non c'è. Qualcosa non funziona nella progettazione e nell'uso degli spazi, urbani o architettonici che siano: «Non crediamo nel nostro tempo e non lo amiamo; abbiamo smarrito la coscienza di esser noi stessi a tesserne la trama; ci sentiamo spettatori più che protagonisti», osserva Michelucci. Siamo soffocati da regolamenti appiattenti, livellatori e questo offende e induce a protestare contro la città negativa, che genera indifferenza.
4) la pluralità linguistica. Michelucci non è mai stato razionalista in modo rigoroso, tanto che partecipò solo marginalmente alle battaglie del M.I.A.R.
nel 1928-31. Ebbe torto - lo dico con schiettezza - perché il M.I.A.R. rappresentò l'ultima occasione, durante il fascismo, di legittimare il movimento moderno, di rinnovare le Facoltà di architettura, di combattere la dittatura con l'arma architettonica. Tuttavia, se fu assente da quell'episodio-chiave, quando i razionalisti furono sconfitti, si sentì parte della minoranza perseguitata. La stazione di Firenze, insieme a Sabaudia, significò la risposta che un'avanguardia battuta dava al trionfo della retorica del potere: risposta coraggiosa, che consentì la sopravvivenza e poi il rilancio del movimento moderno per opera di Persico, Terragni e Pagano. Il razionalismo comunque è una tappa obbligata della cultura contemporanea e Michelucci dovette recuperarla dopo una fase incerta, retrograda e dispersiva. Più tardi, superate le esperienze monumentali e vernacolari, attraverso alcuni sondaggi nella poetica di Alvar Aalto, abbraccerà la via espressionista. «Se mi si chiedesse una preferenza - scrive - dichiarerei senza esitazione che solo l'espressionismo mi ha interessato e continua ad interessarmi; e proprio per quel suo carattere di esperienza lasciata a metà, non conclusa e, forse, inconcludibile. A pensarci bene, l'espressionismo non rappresenta uno stile, ma la rottura di uno stile, di tutti gli stili». Storicamente, l'espressionismo è l'urlo del primo dopoguerra tedesco. Per Michelucci, durante la parentesi illusoria del miracolo italiano, è l'urlo contro il vicolo cieco dell'artigianato, dell'accademia, del classicismo e del vernacolo. Dopo, nella chiesa di Longarone e, ancor più, nell'ospedale di Sarzana, egli imbocca una strada che non può essere denominata da un -ismo, perché è organica. Il complesso di Sarzana vede un'articolazione espressionista dei corpi edilizi sul terreno, ma poi volumi, fronti, angoli trattati con il lessico razionalista; in questa sintesi sta l'aspirazione all'organico. Il pluralismo linguistico di Michelucci è segnato da sospetti, remore, intime difficoltà, tormenti che gli sono indispensabili per sviluppare se stesso, per trovare una propria convinzione. Io non ritengo che la pluralità linguistica sia, di per sé, un valore, né giudico fatalmente necessario lo spreco di energie che essa implica. Però, guardiamoci intorno: pochissimi sono gli architetti europei capaci di riconquistare la lezione dell'espressionismo e, fondendola con quella razionalista, di giungere all'organico. Di fronte a questa constatazione, non importa il prezzo pagato. Non importa domandarsi quante opere valide avrebbe potuto produrre Michelucci tra le due guerre, se avesse aderito al razionalismo e poi all'organico. Dice con umiltà: «Io non ho risposte. Non le ho mai avute. Il dubbio, il timore di sbagliare mi ha sempre accompagnato. Certo, vedendo i naufragi delle certezze degli altri, posso dire che quella che ho sempre considerato una mia personale condanna era, forse, un metodo di lavoro». Viene alla mente la vicenda corbusieriana. Dopo la smagliante stagione razionalista, Le Corbusier rivoluziona il proprio linguaggio nel supremo gesto informale di Ronchamp; ma poi torna indietro, nel brutalismo, e solo alla fine, progettando l'ospedale sulla laguna di Venezia, trova una sintesi. Michelucci ha impiegato più tempo per riscoprire i valori della materia, della luce, dello spazio dinamico, ma non è tornato indietro, anzi ha saputo bruciare le scorie dell'espressionismo per raggiungere una visione organica, la più attuale offerta dalla cultura moderna. Un lungo, travagliato itinerario nel pluralismo, che però sfocia nell'equazione più ricca, variabile e coerente.
5) L'età avanzata come momento liberatorio. Il fenomeno non è nuovo.
Lo riscontriamo nel Brunelleschi di Santo Spirito e della Lanterna, nell'Alberti del coro della Ss. Annunziata, in Michelangiolo, da Porta Pia a Santa Maria degli Angeli; lo registriamo in Wright, in Le Corbusier, in Scharoun e in molti altri architetti. Ma il caso di Michelucci è singolare, se non unico, sotto questo aspetto: il passare degli anni non lo porta soltanto ad emanciparsi dai vincoli istituzionali, professionali e didattici, al fine di parlare in modo più veritiero e scoperto con se stesso; lo induce invece a sperimentare la felicità dell'architetto a colloquio con gli altri. Se, in genere, l'età avanzata implica una volontà di affrancarsi dai condizionamenti esterni, in Michelucci e, ch'io sappia, solo in lui, significa una stupefacente gestione della propria fragilità per ricavarne un'energia oscillante tra disperazione e gioia. Ciò deriva naturalmente dall'indipendenza che Michelucci ha sempre mantenuto.
Non sopporta le istituzioni, i vincoli, i regolamenti burocratici. Ha sempre insegnato, ma senza fossilizzarsi nella didattica, nella palude universitaria.
Quando la Facoltà di architettura di Firenze gli era ostile, l'ha abbandonata. Ha coltivato il rapporto con gli altri non per un imperativo sociale, ma come un mezzo per coltivare meglio se stesso nel mondo. È vissuto per molti anni, come Wright e Le Corbusier, isolato, senza lavoro, stupito che qualcuno, cliente o amico, bussasse alla sua porta. Ha amato le persone semplici, ma ha nutrito una ripugnanza insuperabile per i mediocri. Il suo successo è esattamente proporzionale alla sua mancata ricerca del successo. I maggiori incarichi professionali li ha avuti quando non li cercava più. Questi valori esistenziali, questa quotidiana riproposizione del proprio tempo, del fluire della propria esistenza, sono la chiave della vitalità di Michelucci.
E concludo. Non credo, neppure in questa occasione, di essere ottenebrato dal mio affetto per lui. E, del resto, lo amo perché non è un personaggio titanico, ma una persona intrisa di debolezze. La sua forza consiste nel governarle, proiettandosi nel mondo degli altri attraverso il mestiere dell'architetto. Consiste nel guardare al presente e all'avvenire, non soltanto alla conservazione del passato e, meno ancora, alla sua manipolazione abietta e suicida.
La felicità dell'architetto, la felicità che ha descritto, non come miraggio illuministico, non come bene naturale da cui saremmo espropriati, quanti di noi l'hanno veramente sperimentata? E perché sono cosi pochi? Ecco: la risposta a questo quesito ognuno di noi può cercarla confrontandosi con la vicenda di Michelucci. Egli merita la cittadinanza onoraria di Firenze, l'omaggio e il plauso, la gratitudine di tutti noi, perché ha raggiunto una felicità che non poggia sulla solitudine, sull'equilibrio, sul compromesso, sul commercio avaro tra pubblico e privato, sul potere intellettuale od artistico, e meno ancora su un atteggiamento automanierista. È una felicità segnata da crisi, pene, delusioni, rischi e contraddizioni. «Non sono un maestro», ripete, e non vuole esserlo. Ma consentitemi, a chiusura, di rivolgermi direttamente a lui, per dirgli: Non sei un maestro nell'accezione tradizionale del termine, quella accademica. Lo sei in una dimensione più ampia che va oltre l'architettura, anche se in essa trova il suo massimo fascino espressivo. Lo sei e per questo ti ringraziamo e ti festeggiamo. Perché tu, prima ancora di esaltarla, incarni la felicità disperata dell'architetto, impegnato a creare una città «dove non esistano recinzioni, detti e tabù», una città anti-idrolatica i cui spazi siano determinanti non dalla geometria, ma dall'etica rivoluzionaria del vivere quotidiano.