Manifesto-appello del Partito Radicale

Budapest, aprile 1989
L'ansia di Carlo Rosselli, ereditata poi dal Partito d'Azione, era volta a evitare una restaurazione prefascista, il risorgere di velleitarismi nazionalistici, il prevalere della palude di una burocrazia sterile e immobilista.
Con la fine del Partito d’Azione si verifica un'atmosfera di appiattimento, di stasi, e poi di arretramento che favorisce uno stato di abulìa rispetto agli ideali europei, e l'insorgere di una frenetica, esasperata partitocrazia.
In questa atmosfera amara, repressa, insopportabile, spicca il volo il Partito Radicale: partito «filtro», discorde, anomalo, cacofonico, diverso; partito rivoluzionario nell’accezione aderente alle situazioni e ai conflitti delle ultime decadi del XX secolo. Dall'obiezione di coscienza al divorzio, le sue battaglie coinvolgono enormi masse di cittadini. La presenza radicale, nel paese e in Parlamento, esprime e organizza politicamente liberi comportamenti e costumi, incute tensione con le tematiche dei diritti civili, di una giustizia più giusta, della lotta contro la fame nel mondo e di quella antiproibizionista alla droga. A confronto di altri partiti assai più forti, il bilancio del Partito Radicale è impressionante, quasi sbalorditivo. Fondato a metà degli anni Cinquanta e rinnovato nel 1967, si qualifica immediatamente per l’internazionalismo federalista, l'antiautoritarismo, la non-violenza e la disobbedienza civile, il progetto di netta separazione tra Chiesa e Stato attraverso l'abolizione del Concordato mussoliniano.
Il sistema politico italiano è dominato, bloccato e paralizzato da estenuanti negoziati tra partiti. L’istituto del referendum infrange questa situazione, mediante l'iniziativa popolare e immette sulla scena questioni che altrimenti resterebbero emarginate. Si affrontano così i reati di opinione politici e sindacali (codice penale), l’ordinamento giudiziario militare, problemi relativi alla libertà di stampa, al finanziamento pubblico dei partiti, alle leggi di emergenza che prevedono restrizioni alle libertà personali, e ancora ai manicomi, alla caccia, alle centrali nucleari a uso civile, all'ergastolo, alla responsabilità dei giudici.
Spiccano due imprese straordinarie: Radio Radicale e Teleroma 56, che offrono un'alternativa all'informazione stereotipata e degradante: servizi politico-culturali che suscitano la stupefatta ammirazione anche degli avversari.
Il Partito Radicale si qualifica per un duplice aspetto: da un lato, è il partito della pulizia, contro la corruzione dilagante; dall'altro, è il partito del diritto, contro la concezione dell'emergenza e delle conseguenti leggi eccezionali.
La battaglia ecologica, nelle sue minime pieghe e diramazioni, permea l'azione radicale. Per anni i radicali sono stati soli a battersi contro la politica nucleare e il degrado ambientale.
L'identità radicale culmina nella lotta costante, quotidiana, disperata per la libertà dell'informazione. La sua carenza avvilisce la vita democratica, offende i cittadini, corrompe e distorce. La sfida sta in un diverso sistema informativo europeo.
Dal 1975 al 1989 il Partito Radicale ha promosso 25 referendum popolari, oltre 30 milioni di firme raccolte, 3.500 chilometri di marce, 1.300 giorni di digiuno, 1.280 di carcere.
Due connotati sono stati ripresi con inedito slancio: transnazionale e transpartitico.
Verdetto rivoluzionario, secondo il quale si affrontano compiti a scala europea e mondiale.
Pier Paolo Pasolini raccomandava ai radicali:
«Voi non dovete fare altro che continuare semplicemente a essere voi stessi; il che significa essere, continuamente irriconoscibili.
Dimenticate subito i grandi successi e continuate imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare, a bestemmiare».
Disordinare, rompere, destrutturare: ecco l'istinto e il metodo radicale. Se la società e lo stato tendono all'immobilità, all'anchilosi, i radicali intendono spezzarla lacerando gli schemi prestabiliti del potere. La «radicalità» esclude la rassegnazione e perciò evita l'invecchiamento delle istituzioni come degli esseri umani.
La «philosophy» radicale incarna un modo diverso di vedere il mondo e la vita. Aspetta una sua piena formulazione, ma intanto può essere estratta, alla maniera di Croce, dalla storia, dagli atteggiamenti e dai coinvolgimenti radicali. Al pari della «philosophy» di “Giustizia e Libertà” e del Partito d'Azione, quella radicale s'inquadra nel panorama contemporaneo del pensiero e dell'arte: è discontinua, dissonante, aritmica, disarmonica, detesta la simmetria e la monumentalità, condanna i simboli, tanto più le grottesche scenografie di templi greci e piramidi egizie, aborrisce la ripetitività, celebra il diverso e quindi il conflittuale. La sua religione è quella della libertà professata da Benedetto Croce, ma in una versione gremita di scontri, strappi, ossessivi interrogativi sull'opportunità di ricominciare tutto daccapo. Avverse alla cultura radicale sono le inerzie accademiche di ogni ordine e grado, la gigantesca produzione libraria sponsorizzata a fini di lucro, la pachidermica industria pseudo-culturale universitaria. Per un paio di secoli dopo la rivoluzione borghese, spaventose contraddizioni hanno ferito la civiltà della tolleranza e della democrazia. In nome della dea ragione, sull'altare di ideologie, miti e «ismi» si sono compiute le peggiori scelleratezze, si è ucciso e massacrato; in nome di nazioni e rivoluzioni si sono fatte guerre e carneficine.
Il Partito Radicale è l'unica forza politica che ha basato sulla non-violenza, in termini non ideologici ma di teoria della prassi, la propria azione: disubbidienza civile, digiuni, dialogo. Non solo per vincere, ma per convincere l'avversario. Scioperi della fame prima, poi scioperi della sete. Per testimoniare che democrazia = diritto all'informazione, Marco Pannella nel 1974 ha digiunato per 70 giorni.
Si è combattuto, spesso con successo, contro gli sperperi vertiginosi istigati dal potere, contro le cosche partitocratiche e i loro eserciti lottizzati e lottizzatori, contro il conformismo alleato al denaro.
Oggi dobbiamo affrontare nuovi, immani compiti. Dobbiamo accelerare la caduta dei regimi totalitari, ma anche preparare il «dopo-liberazione». Va impedito che da un'oppressione si passi a un'autoppressione non meno tragica. Rispetto ai problemi del passato, il cambiamento è così vasto e rapido da sconcertare anche noi, quasi da renderci irriconoscibili a noi stessi. Ma questa è la condizione precaria, disarmante, traumatica, gioiosa, splendida, scandalosa e inebriante di essere radicali.