Con John Cage in Arizona: non-intenzione e silenzio
Rileggo con profitto il verdetto di
Croce:
«Le opere di poesia pura, come quelle di puro pensiero, sono cose che
la storia produce con rarità, a grandi intervalli; e il coro sterminato
che le attornia è composto o di voci d'altra natura o di echi più
o meno fievoli e confusi».
Gli autentici geni creativi sono pochissimi e distanziati nel tempo. Ho avuto
l'avventura di conoscerne due: Frank Lloyd Wright e John Cage, con cui ho
passato ore indimenticabili ad Arcosanti, la città di Paolo Soleri.
L'ho già riferito in “Sterzate architettoniche”: come nella
sua musica, l'assenza era protagonista. Dominava autocancellandosi, in modo
totalmente diverso da quello del maestro di Taliesin.
Parlava di Schönberg come Wright di Sullivan, ma con disinvoltura e ironia.
Fra suoni e rumori, aveva introdotto il silenzio, perché era «il
terreno in cui il vuoto poteva crescere. Il mio lavoro consiste nell'esplorare
la non-intenzione...».
In architettura siamo davvero indietro. Non abbiamo assorbito a fondo neppure
la dodecafonia, l'oceano delle dissonanze, e dovremmo raggiungere Cage: «Io
non sento la musica che scrivo. Scrivo per sentire la musica che non ho ancora
sentito».
Volto segnato oltre misura già nel 1989, ma con me scherzava continuamente,
come se fossimo amici da sempre; Inge dice che non mi ha mai visto ridere
così. In sostanza, cosa cercava? «Una musica che trasporti l'ascoltatore
al momento in cui è».