Comité lnternational des Critiques d'Architecture (CICA)
Per decenni segretario generale
dell'Unione Internazionale Architetti (UIA) e ora presidente d'onore, Pierre
Vago propone un'iniziativa volta a elevare il livello culturale della massa
degli architetti raccolti ogni tre anni nei congressi mondiali. Ci incontriamo
a Mexico City e, il 26 ottobre 1978, formuliamo la seguente dichiarazione,
che è alla base del CICA:
1. Siamo convinti che la collaborazione e il dialogo tra i professionisti
e i critici debbano essere organizzati in funzione permanente nell'ambito
dell'Unione Internazionale Architetti.
2. Crediamo che critica e giudizio di valore debbano essere riconosciuti come
inerenti al processo architettonico, dallo stadio programmatico ai dettagli
più minuti del design. La critica architettonica non è più
concepita come un tribunale, dove i critici sono i giudici e gli architetti
le vittime da giudicare e spesso da biasimare.
3. Vogliamo sottolineare che le considerazioni economiche, tecnologiche e
socio-culturali non bastano a creare un'architettura investita di tutti i
valori che sono essenziali alla società. Una migliore qualità
della vita, il potere creativo, l'espressione immaginativa individuale e collettiva
sono necessari. Il compito della critica architettonica non è solo
quello di riconoscere e selezionare, ma anche quello di stimolare questo tipo
di creatività in antitesi alle restrizioni burocratiche e ai tabù
accademici.
Il documento fu firmato da me, Max Blumenthal (direttore di «Techniques
& Architecture», Parigi), Louise Noelle Gras de Mereles (condirettrice
di «Arquitectura», Mexico), Mildred F. Schmertz (direttore associato
di «Architectural Record», New York), Blake Hughes (USA) e Jorge
Glusberg (direttore del CAYC di Buenos Aires, che sarà l'anima organizzativa
del CICA).
Tra le adesioni più rilevanti, Julius Posener (Berlino), Dennis Sharp
(direttore della rivista dell'Architectural Association, Londra), Moniek Bucquoye
(direttore di «Neuf», Bruxelles), Mario Gandelsonas (direttore
di «Oppositions», New York), Elémer Nagy (condirettore
di «Magyar Epitomuvészet», Budapest), Toshio Nakamura (direttore
di «A+U», Tokyo), Marina Waisman (direttrice di «Summa»,
Buenos Aires), Lance Wright (direttore di «The Architectural Review»,
Londra).
L'annuario CICA del 1987, pubblicato dal CAYC di Buenos Aires, elenca 70 membri,
tra i quali Giulio Carlo Argan, Rudolph Arnheim, André Chastel, James
Marston Fitch, Ada Louise Huxtable, Lewis Mumford, Joseph Rykwert, che saranno
raggiunti da altri, come Peter Davey (nuovo direttore della londinese «The
Architectural Review») e Kenneth Frampton.
L'attività del CICA è scandita da interventi clamorosi nell'ambito
dei congressi mondiali dell'UIA: Varsavia, giugno 1981; Cairo, gennaio 1985;
Brighton, luglio 1987; Montréal, maggio 1990. La relazione «Il
Grado Zero della scrittura architettonica» tenuta a Varsavia, è
pubblicata in “Pretesti di critica architettonica”, Einaudi, Torino
1983. Delle riunioni tenute dal CICA a Barcellona, Buenos Aires, New York,
Berlino, Parigi, Vienna, Sofia ha dato sistematica notizia la rivista «L'architettura
- cronache e storia».
Cosa c'è dietro la mia presidenza del CICA, rinnovata ogni triennio,
da Mexico City a Montréal? Può esser detto con le parole di
George Steiner tratte dallo stupendo libro “Language and Silence”,
in cui si precisano tre compiti della critica contemporanea:
1) cosa rivisitare e come. Siamo eredi di un patrimonio immenso e dobbiamo
scegliere o sottolineare quanto entra in dialogo diretto con il presente.
Ogni generazione seleziona e il critico di valore «sente prima degli
altri» ;
2) connettere, superando le barriere ideologiche e politiche, combattendo
lo sciovinismo. «Il critico non è uomo che può vegetare
nel suo giardino»;
3) formulare giudizi sull'arte attuale, non solo in termini tecnici ed estetici,
ma in chiave di ciò che «contribuisce o detrae alle deperite
riserve dell'intelligenza morale... La nostra epoca non è ordinaria.
Avanza sotto l'angoscia dell'inumano, sperimentato in una scala inedita di
grandezza e orrore. Ci sono piaceri di distacco che uno vorrebbe concedersi,
ma non può».
Credo che tutte le lotte contro l'accademismo, il postmoderno, l'irresponsabilità
più o meno lucida, la ricostruzione classicistica del Teatro Carlo
«Infelice» a Genova, il piano della 167 a Roma, siano state condotte
sotto l'impulso dell'intelligenza morale.