Exodus universitario
Il «caso» deflagra
l'8 agosto 1979, quando il «Corriere della Sera» annuncia in prima
pagina, con un titolo su cinque colonne, che «un maestro dell'architettura»
abbandona l'università con 14 anni di anticipo. Scoppia una furibonda
polemica che, per circa due settimane, coinvolge quotidiani e settimanali.
Queste dimissioni non hanno precedenti e costituiscono un atto di accusa contro:
1) il corporativismo dei professori, ordinari e incaricati;
2) la massa degli studenti che «si laurea in stato di analfabetismo»;
3) la burocratizzazione e la sclerosi degli organismi preposti all'università;
4) un'«industria culturale universitaria» sempre più squalificata
e dannosa alla libera cultura. Sulla scottante questione intervengono centinaia
di docenti. Molte le critiche e le invettive a questo gesto. La risposta viene
in sede di assemblea del Partito Radicale ed è riprodotta nell'editoriale
di «L'architettura - cronache e storia», n. 288, ottobre 1979.
Sfascio universitario e degrado culturale
Il compromesso storico funziona
splendidamente. I professori comunisti, da Asor Rosa a Lombardo Radice e Sanguinetti,
scattano all'unisono con i colleghi della destra, in difesa dell'«istituzione»,
dell'«ordine», della disciplina corporativo-burocratico-sindacale,
insomma in difesa dell'acquiescenza. Non possono smentire quanto hanno affermato
ritualmente, durante vent'anni, in focose e platoniche dichiarazioni; ma,
dopo aver ribadito pro forma che l'università è in stato di
necrosi, proclamano a gran voce che adesso si registra una ripresa, che alcuni
studenti lavorano con serietà, che un po' di ricerca e di cultura si
riesce a produrre, che bisogna aver pazienza perché comunque l'università
cosiddetta di massa è sempre preferibile a quella élitaria,
e guai a chi l'abbandona per lanciare un allarme, invece di restare lì,
sulla barca che affonda, senza alzare un dito, anzi contribuendo col peso
del silenzio e dell'omertà, ad accelerarne l'inabissamento. Reazione
da destra e reazione da sinistra trovano una precisa convergenza nel pantano
accademico e le eccezioni si contano sulle dita, anche se annoverano nomi
quali Sabino Acquaviva, Renzo De Felice, Carlo Ludovico Ragghianti, Vittorio
Strada, Adriano Buzzati Traverso, Giulio Carlo Argan, Paolo Alatri, Massimo
L. Salvadori e pochi altri.
Perché sento l'impulso di intervenire in questa assemblea? Perché
il radicalismo si è maturato nelle battaglie degli atenei, e molti
dei suoi leader, a cominciare da Marco Pannella, si sono affinati guidando
il movimento degli studenti universitari. Del resto, anche nella passata legislatura,
i deputati radicali sono stati coinvolti nel tema universitario e hanno coraggiosamente
bloccato una delle tante leggi con cui i governi democristiani cercano di
stroncare l'opposizione negli atenei, distribuendo prebende, accrescendo lo
stuolo dei salariati, svigorendone e corrompendone la cultura. Ma questo non
basta più. La questione universitaria assume ormai un’urgenza
prioritaria. Lo ha dimostrato in queste settimane il trascurabile episodio
di un professore dimessosi anticipatamente che ha riempito le prime pagine
dei quotidiani e i notiziari della radio e della televisione. Perché
un evento così modesto ha scatenato un putiferio? Per il semplice motivo
che, in questo paese, basta che qualcuno esprima le sue convinzioni con un
atto, anche minimo, pagato di persona, basta questo perché l'obbrobrio,
lo scandalo universitario riesploda.
Oggi non si tratta più di «riforma», meno ancora di una
riforma basata sullo slogan, privo di senso, dei dipartimenti. Occorre una
rivoluzione che ristrutturi, alle radici, la didattica e la ricerca. In mancanza
di questa trasformazione radicale, non solo avremo un’università
degradata, inferiore a quelle peggiori del terzo mondo, ma -quel che è
assai più grave- avremo una cultura mortificata e travolta dal sottosviluppo
universitario. Vorrei che almeno un dato fosse chiaro: l'università
italiana sta fagocitando la libera cultura, con migliaia di concorsi a cattedra;
la maggior parte degli intellettuali s'invischia a vita in una macchina faraonica,
irresponsabile, inagibile, culturalmente improduttiva, didatticamente assurda
e ciò si ripercuote nell'attività culturale e creativa che si
esplica fuori dell'università. Il paradosso è questo:
durante il fascismo, esisteva una libera cultura, impersonata da Benedetto
Croce, Piero Gobetti, Carlo e Nello Rosselli, dai fuoriusciti, dai carcerati
e dai confinati, da Luigi Pirandello e Aldo Palazzeschi, da architetti e critici
di architettura quali Terragni, Persico, Pagano, cui era vietata la porta
dell’università; noi eravamo cresciuti e abbiamo combattuto la
tirannia, alimentati da quella libera cultura. Oggi, invece, la libera cultura
non esiste quasi più, poiché gli intellettuali, persino i poeti,
quando non sono «organici» ai partiti, quando non sono assorbiti
dall’industria culturale editoriale, vengono ingoiati da un’industria
anche più infeconda, quella pseudoculturale universitaria, gigantesca
fabbrica di libri, libercoli, quaderni, riviste e rivistine che nessuno legge,
che non hanno mercato ma servono a vincere borse di studio e concorsi a cattedra.
Quando l’università diventa una mostruosa corporazione burocratico-sindacale
e un mastodontico parcheggio per giovani disoccupati, il suo carattere anticulturale
si estende e lentamente contagia ogni ramo della scienza. Che tale processo
sia giustificabile in nome dell’università di massa è
uno degli equivoci, degli alibi, più diffusi e balordi. L’università
di massa da noi non esiste, esiste solo la massificazione abbrutente dell’università
d’élite. La liberalizzazione dell'accesso non ha portato all’università
i figli meritevoli dei contadini, dei proletari e dei sottoproletari; al più,
vi ha portato, indiscriminatamente, i figli somari della borghesia urbana
media e piccola. Ma, anche questo alla condizione di rimanere somari, di laurearsi
in stato di analfabetismo, perché il nostro elefantiaco meccanismo
universitario può a stento sopravvivere solo se la maggioranza degli
studenti non segue le lezioni e i seminari, non frequenta le biblioteche e
i laboratori e rinuncia a priori alle attrezzature indispensabili alla ricerca.
La cosiddetta università di massa, in Italia, è un esamificio
e un laureificio di massa, non una scuola di alta cultura aperta alla massa.
Ad Architettura, a Medicina, a Lettere, a Magistero, a Giurisprudenza, più
o meno in ogni Facoltà, poiché solo un'élite di studenti
può malamente frequentare, l'università è costretta a
richiedere uno standard nozionale infimo, vergognoso, l'unico compatibile
con il suo assetto grottesco. La ricerca, per quel poco che si fa, si svolge
nel chiuso degli istituti baronali, senza la partecipazione degli studenti
e spesso neppure dei giovani docenti. Impera il burocratismo più demenziale
nell'assegnazione degli incarichi d'insegnamento, mentre nei concorsi domina
la lottizzazione partitica, da parte comunista non meno che da parte democristiana.
E ancora: se l'esperienza francese delle «unità pedagogiche»
ha mostrato come si possano articolare le Facoltà sul territorio, quella
inglese della Open University attesta che l'uso dei mass-media è lo
strumento indispensabile per un'università di massa. Ma la nostra ineffabile
RAI-TV rifiuta anche l'ipotesi di apprestare un'Università dell'Aria;
per ore e ore del giorno e della notte non trasmette niente; ma non consente
di dedicare queste ore all'insegnamento a distanza, che potrebbe davvero portare
l'università alle masse di tutto il paese.
Nel salto qualitativo «dall'antagonista radicale al protagonista socialista»,
qualcosa bisogna fare concretamente per la cultura e per l'università,
combattendo anzitutto la dilagante «reazione da sinistra» nell'arte
e nell'attività intellettuale. La colpa dello sfacelo, ovviamente,
è della destra, ma questo non ci interessa: la destra fa il suo mestiere.
Il dramma è che la colpa è anche nostra, perché non siamo
capaci di inventare le strutture di un'università di massa, non siamo
capaci di rinnovare l'università statale, e non siamo neppure capaci
di escogitare qualche alternativa, un'università indipendente, laica,
promossa dalla sinistra e atta a stimolare la ristrutturazione di quella statale.
Nella nostra azione universitaria, siamo alla bancarotta, alla perdita di
credibilità. All'inizio di ogni stagione accademica, qualche rettore
minaccia di non riaprire l'ateneo: cerimonia inoffensiva, che serve a scaricare
la coscienza. Neppure un rettore di eccezionali doti, come Antonio Ruberti,
può superare l'impasse. I piccoli rimedi, volti all'efficientismo,
non intaccano la sostanza del tema. La seconda università romana, a
Tor Vergata, a parte il fatto che ci vorranno dieci anni per costruirla, sarà
un lager peggiore della prima.
A questo punto, l'unica speranza sta nel governo-ombra proposto dai radicali,
idea-motrice caratterizzante il passaggio «dall'antagonista al protagonista».
All'interno dell'istituzione universitaria non ci sono forze sufficienti a
rinnovarla: non esiste un movimento dei professori di sinistra e le organizzazioni
studentesche vegetano in stato di frustrazione. All'esterno, non esiste una
libera, creativa piattaforma della cultura, mentre incalza una nuova accademia
sostenuta dalla sinistra. Le ragioni per essere pessimisti e quindi per restare
appiccicati fino a 75 anni alla propria cattedra, sono innumerevoli. Ma questa
situazione non può durare, la relativa calma che constatiamo negli
atenei si fonda su una prostrazione di professori e studenti, su un infiacchimento
etico-culturale che preannuncia, per il domani, o il collasso definitivo o
una spaventosa tempesta. Io nutro ancora un po' di ottimismo. Credo che intorno
a una proposta immaginativa e rischiosa per l'università di massa,
elaborata da un governo-ombra, si possano coagulare le forze coraggiose all'interno
e all'esterno dell'istituzione universitaria, impostando una battaglia dura
ma, alla fine, forse vincente.