La lettera di Zevi: «Politica elettoralistica, disastro irreversibile».

“Il Messaggero”, 12 marzo 1984

Questa è la lettera con la quale Bruno Zevi rinuncia all’incarico di progettista dei nuovi piani di edilizia economica e popolare. La lettera è indirizzata all’Assessore al Piano Regolatore, Vincenzo Pietrini, socialista.
Ecco i motivi che mi inducono a rinunciare e a pregarti di sostituirmi:
1) Formazione dei gruppi professionali. Risultano palesemente frutto della consueta lottizzazione partitica. Mi pare che questo non sia più sopportabile. I socialisti non possono continuare a condannare a parole il metodo della lottizzazione, e poi ad adottarlo.
Qualcuno deve dire: NO. I lottizzati e i lottizzanti non possono. Spetta dunque a persone come me dare un esempio, anche perché, più che un professionista, sono uno studioso.
2) Piano P.E.E.P. I suoi criteri di impostazione, benché sottoscritti da quattro esperti di sicuro prestigio, non mi convincono. Per le seguenti considerazioni: a) i comunisti preposti all’urbanistica capitolina hanno sfasciato l’organismo della città, obliterando il magistrale Piano Regolatore concepito dal socialista Luigi Piccinato nel 1962; esattamente come lo avevano disatteso i democristiani, e peggio. I comunisti hanno profuso le risorse comunali per attrezzare e dotare di servizi le borgate abusive, premiando l'edilizia illegale e incrementandola in grado vertiginoso. Hanno optato per una politica meramente elettoralistica, ai danni della città, dei suoi abitanti vecchi e nuovi, ricchi e poveri e a vantaggio soltanto della speculazione mafiosa;
b) i socialisti coinvolti nell'amministrazione capitolina non hanno avuto la forza di opporsi allo scempio, non hanno potuto affermare la priorità dell’Asse Attrezzato e dei Nuovi Centri Direzionali, che avrebbero evitato l'invasione del terziario nelle zone residenziali e quindi la necessità di costruire altri alloggi in una città che ne possiede sin troppi;
c) compiuto un disastro irreversibile, i comunisti hanno passato la gestione urbanistica ai socialisti. Tutto era già pregiudicato. Cosa restava da fare? La cosiddetta “ricucitura”: una miriade di insediamenti che, in teoria dovrebbero incentivare il risanamento dell’ambiente circostante, ma che, in pratica, con ogni probabilità ne saranno fagocitati.
Basta una buona architettura per garantirci che ciò non si verifichi? Ne dubito. E poi: quando finirà questa prassi suicida di moltiplicare squallidi quartieri-dormitorio nell'estrema periferia romana mentre le abitazioni del centro storico e della fascia adiacente vengono trasformate in uffici?
Chi si opporrà al perpetuarsi di questo circolo vizioso? E quando? E come?
3) I socialisti hanno ereditato la bancarotta urbanistica causata dal malgoverno comunista. Fanno quanto possono, con la migliore buona volontà, ma purtroppo nella logica della bancarotta. Non hanno ancora formulato un “progetto alternativo socialista per Roma”, capace di determinare un'inversione di tendenza. Sicché la “galoppante schizofrenia” del Pci, come l’ha definita il compagno prosindaco Pierluigi Severi, continua a dominare l'urbanistica della capitale.
E giungo alla conclusione.
Credo fermamente nell'utilità di uno scambio assiduo e di una collaborazione tra politici e intellettuali, a condizione però che non comporti un appiattimento della cultura sul potere.
Gli amministratori socialisti del Comune di Roma avranno valide ragioni per accettare il disagio di questa fallimentare situazione urbanistica. Agli intellettuali spetta un compito diverso: quello di mostrare che non tutti i socialisti sono disposti a subire gli scandali della lottizzazione e a prolungare, con rimedi non idonei, i guasti democristiani e comunisti.
Un senso di responsabilità per l'immagine del Psi a Roma mi spinge dunque a pregarti di esonerarmi dall'incarico affidatomi, per il quale torno ad esprimerti la mia sincera gratitudine.