Un architetto in Parlamento

Primo a Venezia-Treviso. Il risultato mi sorprende e commuove molto più dell'affermazione ottenuta a Roma. Sono stato la goccia che mancava al Partito Radicale in quella circoscrizione. Ho pensato subito di occuparmi delle questioni veneziane, in cui intervengo da decenni. Ma una lettera dei miei studenti mi dissuade: «Non l'abbiamo eletta perché lei si occupasse di quisquilie locali. Il compito dei radicali fuoriesce dagli ambiti regionali». Ho seguito questo consiglio.

Due nuovi dicasteri: Aree Metropolitane e Università

Primo intervento nell'aula di Montecitorio, 5 agosto 1987

Poiché il mio intervento verte su due argomenti culturali - il Ministero per le Aree Metropolitane e quello della Ricerca Scientifica e dell'Università - inizio rievocando una prodigiosa figura di uomo di cultura, di studioso e di cittadino: la figura di Carlo Ludovico Ragghianti, scomparso a Firenze due giorni fa. A dire il vero, ci si poteva aspettare che, alla notizia della sua morte, la Camera dei Deputati avesse interrotto i lavori per commemorare degnamente questo padre della nostra Repubblica. Ragghianti infatti non è stato soltanto un colossale produttore e animatore di cultura nel campo della storia e della critica d'arte; è stato anche uno dei leader, insieme ad Aldo Capitini e Guido Calogero, della cospirazione liberal-socialista, e poi uno dei fondatori e dei principali dirigenti del glorioso Partito d'Azione. Tra questi due poli - storia dell'arte e lotta per la libertà - Ragghianti, pur religiosamente crociano, non ha mai fatto distinzioni. Sicché troviamo, da un lato, la sua strabiliante tesi di laurea sui Carracci, che Croce pubblicò ne «La Critica», i numerosissimi saggi su ogni periodo e piega della vicenda artistica, dalla preistoria alla pittura pompeiana e all'astrattismo del XX secolo, le riviste, da «La Critica d'arte» fondata con Ranuccio Bianchi Bandinelli e Roberto Longhi, a «Selearte», il lungo e appassionato insegnamento nell'Università di Pisa e poi, una volta nauseato dall'università di stato, nell'Università Universale Internazionale dell'Arte di Firenze; e, dall'altro, troviamo il presidente del Comitato Toscano di Liberazione, il partigiano spericolato che, passando su Ponte Vecchio con un cavo telefonico, congiunge il fronte rivoluzionario con gli avamposti degli eserciti alleati, e quindi gestisce magistralmente la rivolta contro il nazi- fascismo. Di Ragghianti è stato scritto che era un «genio emarginato». Lo era, ma era anche un genio splendente per i suoi discepoli, per coloro che ne hanno ereditato il rigore e l’intransigenza morale.
Ciò premesso, il mio intervento riguarda, come dicevo, due aspetti della struttura governativa che non sono stati commentati - neppure un accenno - nel discorso del Presidente del Consiglio, ma che invece, se ben gestiti, potrebbero rivelarsi qualificanti. Parlo della costituzione di due dicasteri: quello per le Aree Metropolitane e quello dell'Università saldata alla Ricerca Scientifica.
Il primo dicastero, concernente le Aree Metropolitane, è un residuo dell'annunciato Ministero della Casa e delle Aree Metropolitane dopo che la casa è stata riportata a forza nell'ambito dei Lavori Pubblici. Sia chiaro: nessuna nostalgia per il pastrocchio improvvisato del Ministero della Casa e delle Aree Metropolitane. Ma è certo che questo Ministero avrebbe avuto una notevole forza, quella derivantegli dagli interessi, dagli organismi, dagli istituti e dagli enti che si occupano di residenza pubblica e privata. Adesso, confinato lo scopo alle aree metropolitane, non si capisce bene che cosa potrà fare il nuovo dicastero, la cui operosità sarà sistematicamente intralciata dalla viscida inerzia del pachiderma dei Lavori Pubblici. Comunque la nascita di questo Ministero riveste, o può rivestire, un significato provocatorio. Denuncia che l'urbanistica, la pianificazione territoriale in Italia non funziona e che, come ripetono ormai da decenni enti competenti quali l'Istituto Nazionale di Urbanistica e l’Istituto Nazionale di Architettura, è necessaria e urgentissima una legge sul regime dei suoli, degli immobili e delle destinazioni d'uso. La nostra legge urbanistica risale al 1942. Sono passati 45 anni e ancora non siamo stati capaci di revisionarla, aggiornarla e cambiarla. Dopo Fiorentino Sullo, ai tempi della programmazione economica, nessuno ha neppure provato. Nel quadro della catastrofe ambientale spiccano i disastri dei piani territoriali e di quelli paesistici, i disastri dei piani intercomunali e di quelli comunali, e quindi anche i disastri delle aree metropolitane.
Le quali aree metropolitane presentano alcuni problemi specifici ma non possono essere scisse da un impegno urbanistico generale che deve e può trovare il suo rilancio. E lo può proprio perché la gente chiede ormai in modo massiccio un miglioramento della qualità della vita e sa che questo implica anzitutto insediamenti urbani più efficienti e razionali, e moderni assetti architettonici di valore estetico.
Aggiungo che la Camera dei Deputati è direttamente coinvolta nel problema delle aree metropolitane. Ubicata nel centro storico di Roma, da oltre dieci anni -presidenti Pertini, Ingrao e Nilde Jotti- ha sentito il bisogno di costituire una Commissione Consultiva Urbanistica che studia i requisiti della cosiddetta «città politica» nella cornice dell'area metropolitana della capitale, e di quell'Asse Attrezzato che dovrebbe vertebrarne la moderna versione.
Per questi motivi, c'è da augurarsi che il Ministero per le Aree Metropolitane, nato così fortunosamente, offra il pretesto per affrontare davvero, con una visione globale, la legislazione urbanistica oggi frantumata, sfilacciala, lacerata, usurata da 45 anni di inadempienze, compromessi, sabotaggi perpetrati all'ombra del Ministro dei Lavori Pubblici.
Più complessa la questione del Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica, anch'esso elemento caratterizzante del nuovo governo. Avremo occasione di discuterne, ma l'obiettivo di questo dicastero deve essere chiarito al più presto perché esso è destinato a incidere in modo decisivo sugli orientamenti e sulla qualità della cultura italiana.
Superfluo ricordare che quella che si chiama ricerca scientifica nell'università è poco ricerca e pochissimo scientifica. Salvo che in alcuni settori, è zavorra, è produzione pseudo-culturale ai fini delle carriere universitarie, di quel meccanismo elefantiaco di docentificio che sperpera decine e decine di miliardi stampando libri che nessuno legge e che servono soltanto a vincere concorsi a cattedra. L'industria culturale universitaria ha in comune con l'industria culturale il basso livello, ma poi, contrariamente all’industria culturale, si caratterizza per il fatto di non rispondere a una domanda e di non avere acquirenti. Del resto, questa industria è strumentale ai concorsi universitari che sono stati, in vari casi, scandalosi. Basti pensare a quelli svoltisi per le Facoltà di Architettura, dove sono stati messi in cattedra, per insegnare la progettazione, individui che non hanno mai costruito non dico una casa, ma neppure un canile. La lottizzazione politica, spesso operata anche dalla sinistra, è un'altra conseguenza del degrado universitario.
Ci troviamo in un momento culturale delicatissimo: da un lato, non c'è più una libera cultura, perché tutti sono professori universitari e, dall'altro, la cultura universitaria è, in larghi settori, una cultura burocratizzata e perciò di basso livello.
In sintesi, va detto anche in quest'aula che all'università italiana mancano undici professori ordinari che l'abbandonino, e un dodicesimo che non ci abbia mai messo piede. Alludo, come capite, alla situazione durante il ventennio della dittatura, quando il rifiuto di aderire al regime fascista da parte di undici professori, da Levi Civita a Lionello Venturi, servì da punto di riferimento anche per coloro che restarono negli atenei, e quando la figura di Benedetto Croce, non-professore, dominava, stimolava e contribuiva a far lievitare l'intellettualità e l'arte del paese.
Il compito del Ministero dell'Università deve esser quello di ridare un posto e una funzione alla libera cultura, di liberalizzare e sburocratizzare gli atenei, di inventare organi concorrenziali alle università statali in modo da eliminare o almeno attenuare il torpore che deriva dal monopolio, al fine di riassorbire la pseudocultura e l'incultura universitaria trasformandola in autentica cultura.
Il Ministro preposto a questa nuovo dicastero è in grado, io credo, di svolgere questo compito. Ha una lunga esperienza universitaria, e dell'università ha conosciuto tutte le tare dall'interno. Oggi ne è fuori, può rovesciare il binocolo e vederne i problemi in modo spregiudicato, cioè in modo creativo.
Aree Metropolitane e Università, cioè urbanistica e cultura. Due ministeri di cui saremo presto chiamati a discutere le motivazioni e le strutture. È un vero peccato che il Presidente del Consiglio dei Ministri non ne abbia neppure accennato nel suo discorso di presentazione. Anche per questo, per questo deplorevole silenzio, noi radicali voteremo contro.
Ma voteremo contro con lo spirito che ha investito anche questo intervento, cioè con uno spirito propulsivo, scatenante di progettualità.

Lo scandalo dell'ora di religione

9 ottobre 1987
La mia è una testimonianza. Appartengo al popolo di Maria ebrea, di Giuseppe falegname ebreo, e del loro figlio Gesù, ebreo circonciso.
Appartengo al popolo dileggiato, perseguitato, schernito, oltraggiato per duemila anni dalla Chiesa cattolica, costante oggetto di nefandezze discriminatorie esasperate durante il potere temporale dei papi.
Poiché ci occupiamo dei problemi della scuola, va ricordato l'atteggiamento assunto dalla Chiesa verso gli ebrei fino a 117 anni fa. Fino al 1870 i vescovi non si sono preoccupati, come fanno oggi, di impedire che gli ebrei uscissero dalla scuola durante l'ora di religione: si sono preoccupati di non farli entrare, di non permettere loro di seguire né le classi elementari, né i ginnasi, né i licei, né le università. Gli ebrei, popolo o razza perfida e maledetta, peggio popolo deicida, non avevano alcun diritto all'istruzione e alla cultura.
All'ora di religione, sì, avevano diritto, anzi non potevano esserne esentati. Ogni settimana, in una chiesa vicino al ghetto, erano costretti ad ascoltare una predica diretta a farli convertire al cattolicesimo.
Del resto, meno di 50 anni fa, nel 1938-39, quando i bambini, i ragazzi, i giovani ebrei furono violentemente espulsi dalle scuole elementari, dai ginnasi, dai licei, dalle università, cosa fece la Chiesa? Nulla, proprio nulla; in qualche caso, spiegò che se lo meritavano in quanto membri del popolo deicida e maledetto. È sullo sfondo di questi precedenti, di un millenario antisemitismo cattolico, a cui tutti gli altri antisemitismi si sono ispirati, che dobbiamo giudicare gli eventi incredibili di questi giorni, le farneticanti «gravi preoccupazioni» dei vescovi, la «partecipazione e solidarietà» del pontefice a tali preoccupazioni, esposte, tanto per rendere lo scenario più teatrale e retorico, davanti a una folla di 70 mila persone.
Cosa significa la dichiarazione dei vescovi? È vilipendio della libertà, vilipendio della democrazia, vilipendio della convivenza civile, vilipendio dei diritti delle minoranze, vilipendio dell'individuo. È frutto di un fanatico istinto da Inquisizione, che sembrava represso negli ultimi decenni, e invece riemerge con inaspettata virulenza, una virulenza così rozza e brutale da richiedere la pronta, recisa risposta dei liberali, dei socialisti, dei liberal-socialisti, insomma degli eredi di Benedetto Croce, Carlo Rosselli, Pietro Nenni e Ugo La Malfa.
«Non possiamo accettare», «Non possiamo accettare», ripetono i vescovi di fronte a ogni sia pur minima esigenza liberale, magari solo formale come quella contenuta dai termini «facoltativo» o «non curricolare» del documento dei cinque partiti. Ebbene, a tale superbia dobbiamo rispondere, oggi qui e domani, se necessario, sulle piazze, di fronte a 70 mila persone: «Non possiamo accettare le vostre tesi dispotiche, il vostro autoritarismo insolente che rischia di riaprire una contesa tra Stato e Chiesa, dannosa per l’Italia e gli italiani, ma anche e soprattutto per la Chiesa».
Dopo l'aberrante dichiarazione dei vescovi, Eugenio Scalfari, che non è sospettabile di simpatie per l'intransigenza radicale, ha scritto: «La questione dell'ora di religione va molto al di là dei suoi contenuti specifici, che del resto sono di grande rilevanza. Ci riconduce infine al nocciolo del problema, che è quello dell'incongruenza di un Concordato tra Stato e Chiesa in un paese fondato sulla democrazia, e quindi sulla libertà di tutti e sull'abolizione d'ogni privilegio, a cominciare dal privilegio d'un insegnamento obbligatorio sancito da un patto con un'istituzione extrastatuale».
Asserzione incontrovertibile, che è stata ribadita anche in occasione del
Concordato rinnovato tre anni fa dai laici che reincarnarono le posizioni di Croce, Rosselli, Nenni e La Malfa di fronte al Concordato del 1929 e al voto sull'Articolo 7 della Costituzione.
Il Concordato firmato da Benito Mussolini, il Concordato firmato da Bettino Craxi, o qualsiasi altro immaginabile Concordato firmato da qualsiasi altro leader politico risulta inconciliabile con una società democratica, è una spada velenosa che penetra, inquina e corrode il terreno democratico.
Tuttavia, sia pur contro la logica, un Concordato può esistere se viene interpretato in modo equilibrato e flessibile, con senso diplomatico, con la volontà di non calpestare l'interlocutore. Le autorità cattoliche invece hanno tradito la buona fede di quanti prevedevano un'interpretazione razionale, equilibrata, non-dogmatica e intollerante delle trame concordatarie. I vescovi hanno scatenato una crociata, di cui il pontefice si è fatto vessillo.
Sono oggetto di condanne e anatemi i socialisti, i repubblicani, i liberali, i socialdemocratici che hanno sottoscritto un documento sottoposto all'esame della VII Commissione della Camera. È un documento pasticciato, logorato dai tira-e-molla, dal desiderio di far contenti Dio e il diavolo, di dire e di non dire, pur di uscire da questa impasse grottesca, da questa pagliacciata dell'ora di religione.
Pur così ostile a quel documento, quasi mi commuovo pensando ai titanici sforzi acrobatici che deve essere costato. E tanto più mi indigno per l'atteggiamento oscurantista, sprezzante per la democrazia italiana, dei vescovi.
Attenti, signori vescovi. L'Italia è cambiata, ha "votato contro" di voi per il divorzio, non è disponibile a farsi mortificare accogliendo nelle sue istituzioni, meno che mai nella scuola, metodi totalitari, intolleranti e ricattatori. Battezzate pure le bambole dei bambini che seguono l'ora di religione. Ma attenti, perché un giorno potrebbero sbattervi queste bambole in faccia.
C'è un'altra ragione per cui i vescovi dovrebbero essere più prudenti, ed è questa: oggi in Italia le minoranze religiose non sono più impotenti e paralizzate come nei secoli del dominio temporale della Chiesa e nei decenni della prima metà del secolo. Hanno acquistato dignità, prestigio e vigore politico. I valdesi possono coinvolgere l'universo protestante, come gli israeliti il mondo ebraico. Avete visto che, prima di recarsi negli Stati Uniti, il papa ha ricevuto a Roma una delegazione delle comunità israelitiche americane e, non appena attraversato l'Atlantico, ha incontrato altri rappresentanti dell'ebraismo degli Stati Uniti che hanno duramente criticato vari comportamenti della Chiesa e dello stesso pontefice: dall’invito al criminale nazista Waldheim al non-riconoscimento dello Stato d'Israele (la questione dell'ora di religione non era ancora sorta).
In breve, né il popolo italiano nel suo insieme, né le sue minoranze religiose sono inermi e disposte a subire le prepotenze di quelli che Scalfari definisce i «nuovi clericali in salsa polacca». La cultura liberale e socialista italiana, vituperata dall'insolenza dei vescovi, troverà l'energia di rispondere in difesa della democrazia. Nessuno vuole uno scontro.
Ma se continua questa provocazione dell'ora di religione, allora non l'Intesa ma il Concordato dovrà essere abrogato.
Per avere un’idea della «perfidia» dei vescovi (“perfidos judeos” fummo denominati per secoli noi ebrei nelle chiese cattoliche, e questa è una buona occasione per restituire il termine), basta ricordare che essi dichiarano di non poter accettare «che ci sia possibilità per coloro che non si avvalgano dell'insegnamento della religione cattolica di assentarsi dalla scuola». Avete capito? Non ci deve essere la possibilità di assentarsi. Sicché i casi sono due: o i presidi divengono gendarmi al servizio dei preti, oppure i vescovi dovranno appellarsi alle guardie svizzere affinché circondino tutte le scuole della Repubblica controllando che nessuno si assenti. «A qualcuno è scappato il piede dalla frizione», si dice al paese del Presidente del Consiglio. Qui non è un piede, ma un pezzo di cervello a scappare!
Romano da duemila anni, voglio chiudere con due ricordi personali sull'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane.
1924, prima elementare, scuola «Ugo Bartolomei» alla Batteria Nomentana.
Tutte le mattine, non appena la maestra entra in classe, ci alziamo in piedi. Tutti gli altri bambini si fanno il segno della croce e poi recitano il Pater Noster. Io, in piedi, immobile, attonito e smarrito in quel coro che mi attornia e da cui sono escluso. Quanto del mio carattere dipende ancora da quella lontana esperienza? Non so e poco importa; ma, sotto il profilo pedagogico, quell'insegnamento della religione cattolica era, a dir poco, aberrante.
Secondo ricordo. 1936, liceo Tasso in via Sicilia. Nella sezione B insegna religione un sacerdote intelligente e simpatico. Dice agli studenti: so benissimo che a voi, alla vigilia della maturità classica, della religione non v’importa un'acca; perciò vi darò ripetizioni di matematica e fisica.
Destino beffardo e baro! Espulso dall'aula in quanto non cattolico, fragile anzi fragilissimo in matematica e fisica, mi trovo a girare i corridoi del «Tasso» in attesa che finisca l’ora di religione.
Ma in terza liceo si è ormai maturi. Antifascista, membro del gruppo
Zangrandi, connetto l'atteggiamento arrogante della Chiesa a quello del regime mussoliniano. Totalitarismo cattolico, totalitarismo nazifascista, totalitarismo stalinista. Per me, ormai membro del movimento “Giustizia e Libertà” fondato da Carlo Rosselli, tutto è chiaro, “tout se tient”.
Invece non è chiaro adesso, onorevoli colleghi, non capisco come l'ora di religione imposta dai vescovi sia compatibile con la democrazia italiana. La nostra è davvero una democrazia così flaccida e imbelle da sopportare simili oltraggi?
Conclusione: tre NO, oppure l'alternativa di un quarto NO.
NO all'ora di religione nelle scuole materne.
NO all'ora di religione nelle altre scuole, a meno che non sia esplicitamente facoltativa, non curriculare, situata fuori dell'orario, all'inizio o alla fine.
NO a qualsiasi potere degli insegnanti di religione, che non riguardi strettamente questa disciplina.
Fuori di questi tre NO, ce n'è un quarto alternativo: «NO AL CONCORDATO».