Dal manierismo al linguaggio
“Architecture versus Historic Criticism”, discorso annuale del Royal Institute of British Architects (RIBA), Londra, 6 dlcembre 1983
Un'introduzione provocatoria può
essere fornita da due citazioni. La prima, di Georg Simmel, concerne il tabù
della simmetria. Nel 1896 egli affermò che «la tendenza alla
simmetria, a una sistemazione omogenea degli elementi secondo principi generali,
è tipica di tutti i regimi dispotici», mentre «la forma
dello stato liberale tende invece all'asimmetria», al riconoscimento
dello sviluppo indipendente di ogni elemento, e «a libere relazioni
a largo raggio» fra di essi. In altri termini, Simmel considerava l'asimmetria
un sintomo del grado di maturità democratica raggiunto da una società
e dalla sua architettura.
La seconda citazione è di Alois Riegl. Datata 1901, riguarda l'architettura
tardo-romana che, egli scrive, «riconosce lo spazio come una quantità
materiale e cubica - e perciò è diversa dall'architettura antica
e classica - ma non come quantità infinita e senza forma - ed è
dunque diversa dall'architettura moderna».
Riegl traccia una chiara distinzione tra due momenti della concezione architettonica:
la «composizione di masse» e la «formazione dello spazio».
Per lui, la storia testimonia l'evoluzione da una visione primitiva che è
terrorizzata dal vuoto, dalle cavità, dal non-costruito, a una visione
matura che esalta lo spazio: dapprima uno spazio statico e cubico, poi fluido,
dinamico, senza forma, emancipato dalla costrizione geometrica.
Ottantasette anni sono trascorsi da quando Simmel fece la sua dichiarazione
sull'asimmetria, e ottantadue dall'asserto di Riegl sullo spazio.
Ma la maggioranza dei nostri edifici sono tuttora simmetrici e non contengono
spazi reali, creativi. I due problemi sono intrinsecamente correlati perché,
accettando la simmetria, la «composizione delle masse» assumerà
un valore maggiore della «formazione dello spazio»; il contenitore
prevarrà sul contenuto, l'omogeneità degli elementi costruiti
spingerà a dimenticare «le libere relazioni a largo raggio»
dell'ambiente in cui la gente vive e si muove.
Una struttura simmetrica è auto-assertiva, isolata dal contesto sia
urbano che paesistico. La simmetria è un a priori, una regola astratta
imposta al territorio, alla fabbrica della città o all'edificio, che
non implica alcun dialogo con l'intorno.
La Rotonda di Palladio è un oggetto omogeneo collocato su una collina,
un coagulo nella campagna vicentina che non colloquia con nessun episodio
circostante. Quando, nello sviluppo della sua arte, Palladio perseguì
l'ideale del continuum, questo impianto omogeneo fu abbandonato: a Villa Foscari,
La Malcontenta, le facciate totalmente diverse denotano una drammatica svolta
del suo impulso spaziale.
In genere, i palazzi rinascimentali sono simmetrici e questo è il motivo
per cui il Rinascimento non ha prodotto città umane, organiche. Le
poche «città ideali» realizzate s'ispirarono agli insediamenti
militari, alle prigioni e ai cimiteri. Anche le ville rinascimentali sono
di norma simmetriche: odiano la natura, la crescita, squadrano gli alberi
per uniformarli.
Potete immaginare Palazzo Vecchio a Firenze come un oggetto simmetrico, con
la torre di Arnolfo issata nel mezzo? Se fosse così, guasterebbe sia
la piazza che la corte degli Uffizi.
La simmetria dunque rimanda alla composizione delle masse, dei «pieni»,
e l'asimmetria alla formazione degli spazi, dei «vuoti». Una soluzione
simmetrica è impossibile se si pensa in termini non di facciate e volumi,
ma di luoghi e spazi, e ancora più se si pensa agli uomini e alle donne,
alle famiglie e alle comunità, ai loro comportamenti. Un uomo può
essere considerato simmetrico quando giace immobile in una bara, ma è
sempre asimmetrico quando è vivo e cammina nello spazio. Di conseguenza,
questo spazio non dovrebbe essere statico, «materiale e cubico»,
ma fluente, dinamico, come disse Riegl. Quando, nel 1901, egli parlava di
«architettura moderna», intendeva un linguaggio che unificasse
lo spazio «infinito» del gotico con lo spazio «senza forma»
derivato dalle interpenetrazioni barocche. Fu quasi una profezia. Trentacinque
anni dopo, Frank Lloyd Wright costruì Falling Water, la Casa sulla
Cascata: nessuna simmetria, nessuna composizione di masse, anzi niente masse,
neppure masse vuote, ma formazione dello spazio dentro e fuori, continuo fra
interno ed esterno.
Un critico deve esplicitare il suo punto di vista; si potrà essere
in accordo o in disaccordo con lui, ma in ogni caso costituirà un utile
punto di riferimento, positivo o negativo. Se invece non ha salde convinzioni
ed è capace di spiegare tutto e il suo contrario, mostrerà di
essere uno scettico, anche se brillerà per essere un acrobata verbale,
in grado di coniare due parole nuove ogni mattina e di connetterle ad altre
tre nel pomeriggio.
Sospetto che l'attuale crisi dell'architettura sia causata principalmente
da quei critici che: 1) confondono il movimento moderno con l'International
Style, 2) hanno sostenuto e difeso l'International Style per decadi, quando
era già obsoleto, 3) invece di condannare l'International Style, in
nome del movimento moderno, ripudiano i linguaggi contemporanei in blocco,
senza discriminazioni. Tre errori macroscopici, consapevoli o incoscienti
che siano. Comunque, quando questi critici sentenziano che l'architettura
moderna è morta, possiamo essere sicuri che è splendidamente
operante.
L'International Style è esattamente l’opposto del movimento moderno.
Ha tentato di classicizzare la nuova architettura facendone un ennesimo stile
della collezione Beaux-Arts. Se prendete ad esempio il Seagram Building progettato
da Mies van der Rohe e Philip Johnson, vi troverete incarnate tutte le regole
Beaux-Arts: visione prospettica rinascimentale, per giunta frontale, scatola
di vetro e metallo, nessuno spazio creativo ma solo vuoti scatolari, congegno
accademico con squisite modanature agli angoli. Si comprende perché
Johnson, partendo dal Seagram, sia approdato al più squallido eclettismo.
Dal 1940 al 1943, negli Stati Uniti, fui allievo di Walter Gropius e dei suoi
collaboratori nella Graduate School of Design della Harvard University. Ma
è da Wright e da Lewis Mumford che ho imparato la complessità
dell’architettura moderna, la sua non riducibilità alla matrice
cubista propugnata da Siegfried Giedion in “Space, Time and Architecture”.
Scoprii la componente espressionista del movimento moderno, totalmente rinnegata
da Giedion e vidi un possibile terreno d'incontro tra cubismo ed espressionismo,
una sintesi chiamata architettura organica.
All’inizio del 1943, tornai in Europa per contribuire all’azione
dei gruppi antifascisti clandestini in Italia. Ma fui fermato per qualche
settimana a Londra in quanto ero repubblicano e il governo inglese allora
era a favore della monarchia corresponsabile dello stato totalitario. Mi recavo
ogni giorno nella biblioteca del RIBA e, quando infine mi fu concesso di salpare
per Roma, portai con me il manoscritto del mio primo libro, “Verso un'architettura
organica”, pubblicato nel 1945.
Questo volumetto, poco più di un pamphlet, si trasformò, nel
1950,in una ponderosa “Storia dell'architettura moderna”. Alcuni
critici la definirono «L’anti-Giedion». Infatti, sottolinea
la rilevanza del movimento Arts & Crafts, che Giedion disconosce; di grandi
artisti come Joseph Maria Olbrich, Antoni Gaudì ed Erich Mendelsohn,
che Giedion emargina, dello sviluppo post-cubista e post-razionalista, da
Etik Gunnar Asplund, su cui Giedion tace, ad Alvar Aalto, affatto trascurato
nella prima edizione di “Space, Time and Architecture” del 1941.
Nella mia Storia, il capitolo conclusivo non era dominato da Le Corbusier,
Gropius e Mies, ma da Wright; non era più il piano di Amsterdam del
1934, ma i piani di ricostruzione di Londra del 1944 a dare un'indicazione
per il futuro dell'Europa urbana. Più tardi, ho aggiornato questa Storia,
integrandola ogni cinque anni circa, e poi ampliandola nel 1975 in due volumi:
“Spazi” e “Storia dell'architettura moderna”. Avevo
imparato da Wright e Mumford, ma anche da Nikolaus Pevsner e Walter Curt Behrendt,
che l'architettura moderna non è «uno stile», ma un processo
continuo, un gioco che distrugge continuamente le sue regole, e deve essere
reinventato ogni giorno. Così, quando Le Corbusier, nella Chapelle
de Ronchamp del 1950, smentì la pianta libera, i pilotis, il tetto-giardino,
la finestra a nastro, tutti i «principi» che aveva promulgato
nel 1921, e in certo modo risuscitò lo spirito e le forme dell'espressionismo,
questo non costituì un trauma per la mia Storia, in quanto la poetica
espressionista vi esisteva già come fattore permanente del linguaggio
moderno.
Lo stesso si può applicare alle opere di Hans Scharoun, Walter Netsch,
John Andrews, Denys Lasdun, John Johansen, Lucien Kroll, Norman Foster, Renzo
Piano e Richard Rogers, Peter Eisenman e Richard Meier, Günther Domenig,
Jean Renaudie, Fehling & Gogel, Ralph Erskine, per menzionare solo alcuni
nomi. Questi architetti hanno aggiunto nuove parole al linguaggio moderno,
arricchendone i contenuti, contribuendo a renderlo più colto e popolare,
capace di dialogare con la cacofonia urbana e con il kitsch.
Il panorama dell'architettura moderna è cambiato, la complessità
ha sostituito la semplificazione geometrica e puritana; la distanza tra un
Domenig e un Eisenman, o tra un Erskine e un Renaudie, è enorme. Ma
tutti appartengono alla stessa ricerca, passata dal dilemma elementare cubismo/espressionismo
a una complicata equazione che si può definire «organica»
o, se più vi piace, «umana» come proponeva Aalto, oppure
«post-industriale» o «elettronica» o come volete.
Il post-modernismo è un narcisistico non-senso, ma è sintomatico
che Charles Jencks abbia concluso il suo pamphlet “The Language of Post-Modern
architecture” esaltando Antoni Gaudì e che recentemente abbia
proclamato Frank Lloyd Wright il migliore degli architetti postmoderni. Bene,
possiamo essere d'accordo con lui su Gaudì e Wright, dimenticando tutto
il resto, da Philip Johnson a Michael Graves.
Mi dispiace di essere alquanto rude con i post-modernisti. Alcuni di loro
si lamentano per il fatto di essere chiamati «Rats, Posts & Pests»;
lo trovano sgarbato, «unEnglish». Ma è forse gentile e
«inglese» ripetere, come loro fanno, che noi tutti, i moderni,
saremmo morti dal «15 luglio 1972, alle 15,32»? Quello che i post-modernisti
non comprendono è che il movimento moderno ha un intrinseco potere
di rigenerazione, di morire e risorgere, che i loro aborti non possiedono.
Certo, si potrebbe essere più generosi verso i teorici del post-moderno
e riconoscere che hanno contribuito, forse involontariamente, a chiarificare
la situazione. Perché adesso la gente dell'International Style, i cosiddetti
«classico-moderni», che è una contraddizione in termini,
e tutti i mediocri che hanno ricalcato in vetro e metallo le regole e i dogmi
Beaux-Arts, ora si rivelano meri plagiari dediti all'uso di falsi archi e
colonne, false simmetrie, false decorazioni. Finalmente, l'equivoco tra International
Style e movimento moderno è superato.
Gli architetti International Style tornano al classicismo e all'eclettismo,
all'accademia cui appartengono, mentre le persone creative continuano a sviluppare
il movimento moderno.
D'ora in poi, nessuno penserà che Michael Graves o Ricardo Bofill siano
architetti moderni. Sono traditori e suicidi, non subiscono crisi perché,
come artisti, non esistono. Solo gli architetti moderni sono in costante crisi,
perché sono vivi. C'è ragione per essere ottimisti: il carnevale
post-moderno ha dimostrato che l'alternativa al movimento moderno è
una sciocchezza alla moda o una vergognosa idiozia. Una volta separata dalla
corruzione International Style, l'architettura moderna torna a essere una
minoranza, una sfida rischiosa per gente coraggiosa. La confusione è
finita. I mutamenti di oggi non sono quelli dell'avanguardia e dei pionieri,
riguardano l'età matura dell'architettura moderna. Coinvolgono parecchi
problemi, tra i quali tre appaiono rilevanti: la presenza della storia; il
manierismo moderno, sia a livello aulico che a quello regionale e vernacolare;
e, infine, la codificazione del linguaggio moderno.
Il dialogo con il passato. Come storico, non ricordo una sola età,
una sola cultura che, per enfatizzare l'originalità del suo messaggio,
non abbia dovuto combattere contro l'arte del periodo precedente. Tutte le
culture, da quella romana rispetto alla greca, dal primo cristianesimo rispetto
all'eredità imperiale, al Rinascimento rispetto al Medioevo, al Barocco
rispetto al Rinascimento, tutte le nuove poetiche hanno dovuto attaccare i
contenuti, i metodi e le forme preesistenti. Ma non c'è cultura che,
dopo la fase pionieristica, non abbia trovato, in un modo o nell'altro, una
dialettica persuasiva tra il nuovo e il vecchio.
Come possiamo raggiungerla noi?
Prima di cercare di rispondere a questo quesito, va sottolineato che, anche
durante la stagione pionieristica, l'indifferenza degli architetti per il
passato è stata più apparente che reale. Le Corbusier studiò
la storia in profondità, non nei falsi manuali e precetti Beaux-Arts,
ma viaggiando per anni in Oriente, Grecia e Italia, e scoprendo cosa c'era
di nuovo, di moderno nel passato. Il linguaggio dei «volumi puri sotto
la luce» deriva dal cubismo quanto dall'eredità ellenica. Quando
Corbu rigetta questa poetica, a Ronchamp, la conoscenza dei castelli medievali
francesi lo aiuta a trovare nuove espressioni. Chiunque l'abbia conosciuto,
e abbia passeggiato con lui lungo le calli di Venezia, non dimenticherà
mai la sua straordinaria sensibilità per il tardo-antico, per il carattere
narrativo della città lagunare. Lo stesso vale per Wright. Ho passato
giorni e giorni con lui a Roma, Firenze, Perugia, Assisi e Venezia, e non
ricordo un architetto altrettanto ricettivo in presenza di Palazzo Vecchio
a Firenze o di Santa Maria della Salute a Venezia. Il disprezzo per il passato
è stato un atteggiamento alla moda dell'avanguardia, ma i maestri si
sono sempre nutriti di storia.
Di conseguenza, gli architetti moderni non hanno mai commesso crimini contro
il passato. Li hanno commessi invece gli accademici che esaltavano retoricamente
l'antichità. Non sono stati Arnolfo di Cambio o Brunelleschi a distruggere
i monumenti greci e romani, ma i maestri dell'Alto Rinascimento che li misuravano
con reverenza e interpretavano Vitruvio come una kabala. Non fu un architetto
del ciclo Arts & Crafts o Art Nouveau o protorazionalista a fracassare
il cuore di Roma erigendo l'orribile monumento a Vittorio Emanuele, ma Giuseppe
Sacconi, studioso di modanature etrusche e classiciste. Non fu Terragni ad
aprire l'atroce via della Conciliazione adducente a San Pietro, ma Marcello
Piacentini, il capo degli architetti fascisti, il corruttore del movimento
moderno in nome del classicismo. Anche durante la dittatura di Mussolini,
quando gli architetti moderni intervenivano nei centri storici, producevano
opere come la Casa del Fascio a Como o la Stazione ferroviaria di Firenze,
che dialoga ancora gentilmente con l'abside di Santa Maria Novella.
Ciò comunque non è sufficiente per assicurare un fertile scambio
tra architettura e storia. Di cosa abbiamo bisogno?
Sappiamo che la storia può essere usata per qualsiasi scopo, anche
il più reazionario. Non furono soltanto Hitler, Stalin e Mussolini
a sproloquiare in nome della storia. I rivoluzionari francesi predicarono
un revival classico, Robespierre mitizzò Atene, e l'estrema sinistra
lo attaccò mitizzando Sparta. Così, nell’alterco fra Atene
e Sparta, il classicismo arrivò sulla scena, con Napoleone.
Il problema è che in ogni età, per ogni generazione, la storia
deve essere riesaminata e riscritta alla luce dell'arte contemporanea. La
storiografia creativa converge sempre con l'architettura creativa, con una
reinterpretazione della storia condotta con occhi moderni. Forse il più
importante e difficile obiettivo oggi non è un'altra storia dell’architettura
moderna (ce ne sono già troppe), ma una moderna storia dell'architettura,
dalla preistoria a oggi. Come professore di Storia dell’Architettura
prima all'Università di Venezia, poi a Roma, per trent’anni ho
cercato di insegnare la storia alla luce dell'arte e della cultura contemporanea.
Per trent'anni, all'inizio di ogni lezione, sia sull'antico Egitto o sul romanico
o sul XIX secolo, chiedevo agli studenti e a me stesso: perché ce ne
occupiamo? E solo dopo aver trovato una chiave moderna alla lettura del passato,
potevo individuare l’interesse operativo di analizzarne i prodotti.
Dopo una lezione su Villa Adriana a Tivoli o su una moschea di Sinan a Istanbul,
su Biagio Rossetti a Ferrara o sulle fattorie contadine nel sud della penisola
italica potevamo scoprire suggerimenti inaspettati e stimolanti sugli impegni
progettuali di oggi. A quel punto, la storia non era più un noioso
passaggio obbligato nel curriculum studentesco; era il più valido e
scientifico laboratorio di progettazione.
Non riesco a concepire la critica se non come critica storica. Non credo che
un critico debba impersonare per forza un duplice fallimento: come architetto
e come storico; Da Vasari a Baudelaire, i critici autentici sono individui
che hanno un potenziale creativo e, allo stesso tempo, una profonda cultura
storica. Solo attraverso la moderna critica storica si può dimostrare
che Michelangiolo e Borromini hanno da offrire all'architetto moderno più
di Gropius o Aalto perché, nel loro contesto linguistico, furono più
coraggiosi e inventivi. Solo mediante la moderna critica storica si può
dimostrare quanti templi greci, cattedrali gotiche, palazzi rinascimentali
e chiese barocche siano mediocri o orrendi.
Altrimenti, la storia resta una specie di elenco telefonico dove ognuno è
bello e grande. Una mitologia acritica gremita di sentenze tautologiche: qualcosa
che dà ai giovani un complesso di inferiorità, perché
sembra implicare che gli architetti pessimi, codardi e sciocchi siano una
prerogativa dell’epoca contemporanea. La critica storica può
confutare e demistificare questa mitologia mostrando quanti idioti si possano
annoverare nel passato.
Come funziona questa critica? Nello stesso modo della moderna critica musicale,
letteraria o figurativa. L'attenzione va concentrata, più sul processo
che sul risultato. Vanno analizzati e valutati il programma dell'edificio
e le sue possibili alternative, il modo in cui ha preso forma e le possibili
maniere in cui avrebbe potuto acquisire altre forme, le opzioni rispetto agli
spazi e al loro uso, ai volumi, al sistema strutturale, fino all’ultima
modanatura. Va identificato l'itinerario costituito dalla somma dei dati,
dal processo induttivo e dai momenti di vera invenzione. La critica storica
aspira a ricostruire la genesi e la crescita di un’ipotesi architettonica
dall'interno, è come se si dovesse progettare una cupola per la cattedrale
di Firenze e, nella bottega di Brunelleschi, se ne discutesse ogni scelta
con lui.
Il critico storico non è più un pomposo giudice che sentenzia
in un tribunale applicando le leggi della proporzione, della simmetria, del
ritmo, della prospettiva agli edifici sottoposti alla sua valutazione. Egli
sa che queste leggi sono tutte accademiche e false; perciò scende dal
piedistallo, si unisce agli architetti, ne condivide i problemi, le angosce,
le vittorie e le sconfitte, il potere immaginativo e l'impotenza. Così
il critico storico agisce all'interno della fenomenologia architettonica,
e non guarda l'edificio come un oggetto statico da contemplare più
che da vivere.
Questa cultura storico-critica non ha nulla in comune con il miserabile storicismo
dei neo-accademici e dei post-moderni. Gli storicisti non sanno nulla di storia,
conoscono solo gli stili Beaux-Arts, li copiano, li combinano in grottesche
«citazioni» per sfoggiare la loro intellettualità.
Ma quando una vera coscienza storica è presente, non c'è bisogno
di metterla in mostra. Si può provare che quanto più è
forte la coscienza storica di un architetto, tanto meno evidente apparirà
nei suoi prodotti.
Lo storicismo si stronca con una consapevolezza tagliente, aggressiva della
storia.
Dunque, architettura moderna + storia architettonica moderna? È sufficiente?
L'ho creduto per molti anni. Dal 1948 al 1973 ho ritenuto che la storia potesse
fornire un metodo consistente e scientifico per la progettazione. In altri
termini, ho creduto nel manierismo moderno.
Perché? La storiografia contemporanea ha riconosciuto lo splendore
e la creatività del manierismo nei suoi molti aspetti. Anzitutto, in
chiave di Michelangiolo e Palladio, cioè nella rivolta contro le regole
classiciste, sovrastrutturali e oppressive. Poi in chiave di Vasari, Vignola,
Giulio Romano, anticlassicisti mediante la contaminazione di poetiche diverse
e spesso contrastanti.
In realtà, viviamo in un’età manieristica, seguita a quella
di Wright, Le Corbusier e Mendelsohn. Il nostro obiettivo è simile
a quello della generazione successiva a Leonardo, Raffaello e Michelangiolo:
consiste nel combinare creativamente i linguaggi dei maestri, nel sottrarre
loro gli attributi sovrumani e mitici, nel popolarizzarne i messaggi. Manieristi
sono stati Alvar Aalto, Hans Scharoun, Rudolf Schindler, Giuseppe Terragni.
Manieristi sono tutti gli architetti validi e creativi del dopoguerra, dai
brutalisti britannici ai metabolisti giapponesi, da Eero Saarinen ad Aldo
van Eyck. Il manierismo è l'alternativa laica alla dogmatica ideologica
del classicismo e alle scenografiche ipnosi del Barocco. Borromini fu un tardo-manierista
in lotta disperata contro le direttive della controriforma cattolica. Il manierismo
può essere drammatico e dolce, è umano. Si possono annoverare
vari generi di manierismo. In primo luogo, quello intellettuale e concettuale,
«un discorso sui discorsi dei maestri», come in Peter Eisenman
e Richard Meier. L'Atheneum di New Harmony, Indiana, denota un acrobatico
innesto di linguaggi. Vi si rintracciano elementi semantici di Le Corbusier,
Mies, Aalto, Louis Kahn e altri; il risultato è senz'altro un'opera
d'arte.
C'è poi un manierismo più inclusivo, meno sofisticato e più
popolare: quello di Paul Rudolph, Oscar Niemeyer o del municipio di Boston.
C'è un manierismo eretico, aperto al kitsch, il manierismo del «nonfinito»,
come nel Mummers' Theatre a Oklahoma City di John Johansen, e nelle stazioni
della metropolitana di Stoccolma.
C'è un manierismo utopistico e un manierismo High-Tech. La stessa architettura
organica è manierista perché ha lanciato un ponte tra la scuola
Arts & Crafts e il mondo della macchina e, più tardi, tra il cubismo
o, meglio, il gruppo olandese «De Stijl» e l'espressionismo tedesco.
Come quello di Michelangiolo, il genio di Wright è manierista. A un
tale grado che sia «De Stijl» che il suo opposto, la Scuola di
Amsterdam, proclamarono il loro debito con il leader di Taliesin. Anche Erich
Mendelsohn si riconobbe e auto realizzò a suo contatto. Scrisse da
Chicago: «Ho trascorso due giorni con Frank Lloyd Wright; due giorni
nella meravigliosa corrente, densa di aspettative e generosa, tesa e rilassata...
Siamo diventati amici subito, stregati dallo spazio, tendendoci le mani uno
verso l'altro nello spazio... Wright dice che l'architettura del futuro sarà
per la prima volta interamente architettura, spazio in se stesso, movimento
in tre o quattro dimensioni, senza alcun modello prescritto, senza abbellimenti...
una joie de vivre effusa nello spazio, dionisiaca e divina... Non esiste nessuno
che gli si avvicini». Nel 1924, Mendelsohn scopriva ciò che Alois
Riegl aveva profetizzato: la formazione dello spazio, in Wright, aveva trionfato
sulla composizione delle masse.
Qualche altro attestato a gloria del manierismo. Può essere usato in
modo ugualmente intelligente a due livelli linguistici: l'aulico e il vernacolare,
l'elegante e lo slang. Storicamente, nel XVI secolo ha intrecciato solo linguaggi
aulici, quelli dei protagonisti della generazione precedente. Ma, più
tardi, le contaminazioni hanno coinvolto gli architetti minori. Nel campo
degli edifici anonimi, dell'«architettura senza architetti», ci
sono vari casi di manierismo dialettale.
Il manierismo può essere bilingue e anche trilingue, combinando il
livello aulico con quello popolare e tecnologico. Se paragonate cosa è
successo nella contaminazione dei livelli linguistici in letteratura, o in
musica da Mahler a Ives, con ciò che è accaduto in architettura,
avrete l'impressione che il moderno manierismo architettonico sia ancora in
uno stato d'infanzia e possa esplorare molti nuovi sentieri creativi nelle
prossime decadi.
Ma quali sono i difetti, le lacune del manierismo? Perché dopo venticinque
anni passati a insegnare storia come metodologia della progettazione, ho constatato
che il manierismo non era sufficiente, e un ulteriore passo in avanti era
indispensabile?
Il limite fondamentale del manierismo è stato analizzato da molti studiosi.
Per combattere le regole del classicismo e per infrangerle, il manierismo,
in qualche modo, ne legittima l'autorità, è costretto a mettere
il classicismo su un piedistallo prima di buttarlo giù e fracassarlo.
Il manierismo è fatto di dissonanze, ma queste sono concepite come
eccezioni alle assonanze, mentre nell'arte moderna, come ha spiegato così
chiaramente Arnold Schönberg, le dissonanze non sono più dipendenti
dalle assonanze, hanno una vita autonoma, comunicano e si muovono autonomamente.
Il manierismo è legato all'invettiva contro il potere totalitario e
repressivo, mentre la nostra epoca ormai ne è largamente libera...
La nostra condizione è diversa da quella del XVI secolo, non abbiamo
l'inquisizione cattolica, i nostri Galilei non devono giurare. Possiamo ancora
chiamarlo manierismo ma il nostro è sostanzialmente diverso da quello
storico.
Il secondo inconveniente del manierismo è più rilevante. Senza
riferimento alle assonanze e liberi da costrizioni, gli architetti medi sono
perduti. Domandiamoci: quanti buoni manieristi moderni esistono nel mondo?
Cento? Due, cinquecento? Anche a essere molto generosi, si tratta di una trascurabile
minoranza rispetto all'obiettivo di creare un ambiente decente e civile, una
comunicazione democratica urbana e architettonica. Il manierismo moderno è
terribilmente arduo, richiede una costante educazione culturale che la maggioranza
degli architetti non è preparata ad assimilare. Piaccia o no, il manierismo
moderno è una proposizione aristocratica ed élitaria, riservata
solo ai migliori architetti.
L'International Style, i tentativi di fare dell'architettura moderna un altro
stile Beaux-Arts, il neo-accademismo, il Post-Modern e il neo-vernacolare
sono sintomi delle difficoltà incontrate dal manierismo moderno. Un
linguaggio di dissonanze indipendenti è troppo complicato, provoca
una nevrosi al giorno. Bisogna ricominciare ogni volta dal Grado Zero della
scrittura architettonica, rifiutando il linguaggio aulico e il dialetto, nonché
tutte le regole codificate. Un compito troppo impegnativo. Gli architetti
vogliono una certa dose di sicurezza, e lo stesso i committenti, che chiedono
case apparentemente rassicuranti per nascondere il loro stato insicuro. Sicché
l'accademia, con i suoi dogmi obsoleti e l'eclettismo post-moderno con la
sua superficiale licenziosità, offrono due strumenti complementari
per una simile sicurezza suicida. Situazione inevitabile, o c'è qualcosa
da fare? Nel 1973 pensai che qualcosa doveva esser fatto. Per la professione
il manierismo non bastava. Occorreva un linguaggio, un linguaggio codificato
trasmissibile a tutti, e tale da poter essere scritto da architetti e costruttori,
letto da critici e cultori d’arte, parlato dal pubblico. Non si può
imparare l'italiano solo ordinando spaghetti e leggendo “La Divina Commedia”.
Un linguaggio diventa linguaggio quando passa attraverso un processo di codificazione.
Noi abbiamo un solo linguaggio codificato, quello del classicismo Beaux-Arts.
Tutto il resto appare deroga, eccezione o negazione di esso. C'è una
ragione per cui il linguaggio moderno anticlassico non dovrebbe esser codificato?
Arnold Schönberg fu poeta e critico. Creò un nuovo linguaggio
musicale, poi lo codificò per renderlo trasmissibile. Al contrario,
Voysey e Mackintosh, Horta e Olbrich, Sullivan e Gaudì, Wright, Le
Corbusier, Häring e Mendelsohn crearono un nuovo linguaggio architettonico,
ma fallirono nel codificarlo. Temettero di stabilire nuove regole, nuovi dogmi,
o di promuovere un nuovo stile. Non riuscirono a vedere ciò che Schönberg
vide, cioè che c’era un' alternativa alla codificazione accademica,
che si potevano codificare non i paradigmi, non i comuni denominatori, ma
le eccezioni, le droghe, le anti-regole. Non un codice costrittivo come quello
Beaux-Arts ma, al contrario, un elenco aperto per prevenire le regressioni
accademiche.
Nel 1964 John Summerson pubblicò un breve saggio sul “Il linguaggio
classico dell’architettura”. Ho aspettato nove anni il suo complemento,
un saggio su “Il linguaggio anticlassico” o, semplicemente “Il
linguaggio moderno”». Nel 1973, poiché nessuno sembrava
averne intenzione, decisi di scriverlo io. Questo saggio, “Il linguaggio
moderno dell'architettura”, condensa tutto ciò in cui credo:
- l'architettura è spazio, spazio dinamico in cui muoversi, da usare
e da vivere;
- l'architettura moderna coincide con la nuova storiografia, il passato va
reinterpretato con occhi contemporanei;
- il linguaggio moderno dell’architettura può essere codificato
e reso trasmissibile come quello della musica moderna. Può essere codificato
altrettanto chiaramente del suo opposto, il classicismo Beaux-Arts, ma naturalmente
usando il sistema opposto di codificazione. Il linguaggio moderno dell'architettura
non è semplicemente il linguaggio dell'architettura moderna. I suoi
«principi» o «invarianti» sono strumenti per stimolare
la nuova architettura, ma anche per capire gli architetti e le architetture
del passato.
Ho cominciato con due citazioni, sull'asimmetria e sulla formazione dello
spazio. Poi ho cercato di evidenziare come l'architettura moderna sia viva,
forte e multivalente, mentre l’International Style, il «classico-moderno»
fosse un cadavere almeno cinquant'anni prima che i postmodernisti se ne accorgessero.
Ho esaminato il problema del rapporto tra architettura moderna e storia, indicando
come i crimini contro la storia vadano ascritti non ai moderni, ma ai pre-anti-post-pest-moderni,
a quelli che esaltano retoricamente il passato per distruggerlo con grottesche
parodie. Ho analizzato il manierismo moderno nelle sue conquiste e potenzialità,
ma anche nei suoi limiti generici che sottolineano l'urgenza di codificare
il linguaggio moderno dell’architettura. In ogni senso dobbiamo difendere
il passato. Ma sempre ricordando che «le cattedrali erano bianche»,
ed erano bianche perché erano nuove.