Danilo Dolci

Padiglione italiano all'Expo Universale di Montréal nel 1967.

Con Giulio Carlo Argan, Michele Guido Franci, Vincenzo, Fausto e Lucio Passarelli, consulenti; Bruno Munari, Leonardo Ricci, Carlo Scarpa, Emilio Vedova, progettisti; Antonio Antonelli, Manfredo Greco, Franco Piro e Sara Rossi, per la progettazione esecutiva.
Come veicolare la realtà contraddittoria dell'Italia moderna? Polarizzandone i tre aspetti nella struttura del padiglione, e simbolizzandoli mediante opere d'arte fissate sul tetto-tenda, che la folla proveniente dalla metropoli vede dall' alto.
Polo della poesia, affidato a Carlo Scarpa: vocazione lirica, modanatura personalizzata fino allo spasimo. E, sopra, la sfera corrosa di Arnaldo Pomodoro.
Polo del costume, linguaggio aggressivo, inquieto, neorealista o, meglio, neoespressionista, scavo manuale e gestualità materica, brutalista, remota da ogni geometria elementare, memore della tradizione artigiana: Leonardo Ricci e, sul tetto, una colata in ceramica di Leoncillo.
Polo dell'industrializzazione, design, grafica.
Dunque, Bruno Munari e all'esterno, sulla cresta della curva, una scultura metallica trasparente di Leonardo Carlucci.
Tensione tra i poli, spazio distrutto, fremente di luci e colori: il percorso drammatizzato dal pittore Emilio Vedova.