Danilo Dolci

Carta urbanistica del Machu Picchu

12 dicembre 1977, ore 14,30: sullo spiazzo più alto del rudere incaico, il testo viene firmato da decine di artisti e studiosi. Perché questa nuova «carta», a distanza di quarantaquattro anni da quella formulata da Le Corbusier ad Atene nel 1933? Ci sono anzitutto quattro motivi:
a) città e regione. Nel 1933 il rapporto era di interdipendenza tra cose sostanzialmente diverse. Nel 1977 città e regione fondono, abbiamo la città-regione;
b) polifunzionalità. Nel 1933 poteva essere utile distinguere tra abitare, lavorare, ricrearsi e circolare. Nel 1977, di fronte ai guasti della settorializzazione urbana, l'impegno è di reintegrare;
c) comunicazione. Nel 1933 l'abitazione sembrava costituire la chiave della vita urbana. Nel 1977: la sopravvivenza degli aggregati sparsi nel territorio dipende dall'efficienza delle comunicazioni;
d) architettura. La Carta di Atene trascurava di parlare degli aspetti linguistici, perché la figura dominante di Le Corbusier faceva presupporre che l'architettura si esaurisse nel «gioco sapiente dei volumi puri sotto la luce». Nel 1977 la sfida consiste negli spazi sociali in cui vivere.
L’animus è poi profondamente cambiato:
«Atene 1933, Machu Picchu 1977. I luoghi significano. Atene incarnava la culla della civiltà occidentale. Il Machu Picchu simbolizza il contributo culturale di un altro mondo. Atene implicava la razionalità di Platone e di Aristotele, l'illuminismo. Il Machu Picchu rappresenta tutto ciò che sfugge alla mentalità categorica dell'illuminismo e non è classificabile nella sua logica. I nostri interrogativi sono infinitamente più numerosi e complessi di quelli affrontati dagli autori della Carta di Atene. Alcuni forse non hanno risposta...».

La Carta

Un cantore del Machu Picchu, in una delle sue brillanti metafore, definì la città perduta come “l’anfora più alta che contenne il silenzio”. Un gruppo di architetti ha affrontato l’ambizioso compito di rompere questo silenzio; tale è l’animus che ispira la presente Carta. Sono trascorsi quasi 45 anni da quando Le Corbusier e i suoi collaboratori del CIAM promulgarono un documento sulla teoria e la metodologia della pianificazione, che fu denominato la Carta di Atene. Molti fenomeni nuovi, emersi in questo periodo, richiedono un aggiornamento della Carta o un altro documento di portata mondiale, elaborato su basi interdisciplinari nell’ambito di una discussione internazionale che coinvolga intellettuali, professionisti, istituti di ricerca e università di tutti i paesi. Ci sono già stati alcuni tentativi di ammodernare la Carta di Atene. La dichiarazione che segue intende essere soltanto un dato di partenza per tale impresa. Essa riconosce anzitutto che la Carta di Atene del 1933 è ancora un documento fondamentale per la nostra epoca. Può essere aggiornata, ma non ripudiata. Molti dei suoi 95 punti sono tuttora validi, ciò che testimonia sulla vitalità e la continuità del movimento moderno, in urbanistica e in architettura. Atene 1933, Machu Picchu 1977. I luoghi significano. Atene incarnava la culla della civiltà occidentale. Il Machu Picchu simbolizza il contributo culturale di un altro mondo. Atene implicava la razionalità di Platone e di Aristotele, l’illuminismo. Il Machu Picchu rappresenta tutto ciò che sfugge alla mentalità categorica dell’illuminismo e non è classificabile nella sua logica. I nostri interrogativi sono infinitamente più numerosi e complessi di quelli affrontati dagli autori della Carta di Atene. Alcuni forse non hanno risposta. Ma è nostro dovere proporre almeno un indice preliminare dei problemi emersi nelle ultime decadi.

1. Città e regione
La Carta di Atene sancì l’unità essenziale delle città e delle loro regioni. Ma l’incapacità generale di affrontare la realtà e le esigenze della crescita urbana e delle trasformazioni socio-economiche induce a riaffermare questo principio in termini più specifici e pressanti. Oggi, in tutto il mondo, il fenomeno dell’urbanizzazione ha portato a un punto critico la necessità di un uso più efficace delle risorse naturali e umane. La pianificazione, quale strumento sintetico per analizzare i bisogni, i problemi, le possibilità e per guidare la crescita, lo sviluppo e i mutamenti urbani nei limiti delle risorse disponibili, è un obbligo fondamentale dei governi impegnati nel tema degli insediamenti umani. Nel contesto dell’urbanizzazione contemporanea, i piani devono esprimere l’unità dinamica delle città e delle circostanti regioni, non meno che le relazioni funzionali essenziali tra quartieri, comprensori e altre aree urbane. Le tecniche e la metodologia della pianificazione devono essere applicate a tutte le scale degli insediamenti umani – quartieri, città, aree metropolitane, regioni, nazioni – per orientare le localizzazioni, i tempi e le caratteristiche dello sviluppo. L’obiettivo del pianificare, in generale, cioè della programmazione economica, urbana e architettonica, è in sostanza l’interpretazione delle esigenze umane e l’approntamento di strutture e servizi urbani congeniali a una situazione sociale in sviluppo. Questa pianificazione richiede un continuo, sistematico processo di interazione tra progettisti, utenti, amministratori e politici. La mancanza di connessione tra programmi economici nazionali e regionali e piani urbanistici ha implicato uno spreco che ha ridotto l’efficacia di entrambi. Troppo spesso le aree urbane riflettono gli effetti secondari di decisioni economiche basate su strategie vaste e astratte, a lungo termine. Queste decisioni, a livello nazionale, hanno trascurato le necessità prioritarie delle aree urbane e l’interdipendenza operativa fra strategia economica generale e pianificazione del territorio. Perciò la maggior parte della popolazione non ha goduto i benefici potenziali della pianificazione urbanistica e architettonica.

2. La crescita urbana
Dal tempo della Carta di Atene, la popolazione mondiale si è raddoppiata, determinando una triplice crisi: ecologica, energetica e alimentare. Poiché il ritmo della crescita demografica nelle città è assai più rapido dell’aumento generale della popolazione, a questa crisi va aggiunto il decadimento urbano, sottolineato dalla penuria di case, dalla deficienza dei servizi pubblici e dei trasporti, dal deteriorarsi della qualità della vita. Le soluzioni urbanistiche proposte dalla Carta di Atene non potevano prevedere un fenomeno di tale portata, prodotto dall’esodo rurale che è oggi alla base dei problemi urbani. Si possono distinguere due specifiche caratteristiche del caotico accrescimento delle città: la prima corrisponde alle regioni industrializzate, dove gli abitanti economicamente più agiati emigrano verso i sobborghi, resi agibili dalla diffusione dell’automobile, abbandonando le aree centrali a nuovi immigranti che non hanno le capacità economiche e culturali per garantirne il mantenimento e i servizi; la seconda riguarda le regioni in via di sviluppo, le cui enormi città sono invase da una massiccia immigrazione rurale che s’insedia in zone marginali prive d’ogni genere di servizi e di infrastrutture. Questi fenomeni non possono essere risolti e neppure controllati con gli usuali strumenti e con le normali tecniche della pianificazione urbana. Dette tecniche tentano di incorporare le aree marginali nell’organismo della città e, in molti casi, le misure adottate per regolamentare la marginalità (introduzione di servizi pubblici, strade, case popolari ecc.) paradossalmente contribuiscono ad aggravare il problema, incentivando i movimenti immigratori. Le variazioni quantitative producono così fondamentali alterazioni qualitative.

3. Le funzioni integrate
La Carta di Atene suggerisce che la chiave dell’assetto urbano attiene a quattro funzioni basiche: abitare, lavorare, ricrearsi e circolare; i piani regolatori devono definire la struttura e la localizzazione di queste funzioni. Questo ha portato a una settorializzazione funzionale delle città, dove il processo analitico è stato scambiato con l’approccio sintetico atto a creare un ordinamento urbano. Di conseguenza, le relazioni interpersonali nella vita delle città sono state ostacolate al punto che ogni opera architettonica è divenuta un oggetto isolato e le interrelationi spaziali sono determinate principalmente dalla mobilità umana. L’esperienza degli ultimi anni ha evidenziato che lo sviluppo urbano non deve incoraggiare la divisione delle città in distinti settori funzionali, ma invece deve mirare a un’integrazione polifunzionale e contestuale.

4. L’abitazione
A differenza della Carta di Atene, noi giudichiamo che la comunicazione umana sia il fattore predominante nell’esistenza stessa della città. Pertanto, la pianificazione urbana e i programmi di edilizia residenziale devono tener conto di questo fatto. Consideriamo inoltre che la qualità della vita e la sua integrazione con l’ambiente naturale sia un fondamentale traguardo nella formulazione di spazi abitabili. Le case popolari non vanno intese come meri prodotti di consumo, sibbene come potenti strumenti di sviluppo sociale. La progettazione delle abitazioni deve avere la flessibilità necessaria per adattarsi alla dinamica sociale, facilitando la partecipazione creativa degli utenti; perciò dovrebbero essere progettati e prodotti in massa elementi edilizi assemblabili da parte dei fruitori, secondo il loro livello economico. Lo stesso spirito di integrazione che rende il problema comunicativo fra gli abitanti della città un elemento basico della vita urbana dovrebbe presiedere alla localizzazione e alla struttura delle aree residenziali dei diversi gruppi comunitari, evitando separazioni inaccettabili alla dignità umana.

5. I trasporti
Le città devono programmare e gestire un sistema di trasporti pubblici di massa, considerandolo un aspetto basilare della pianificazione urbana. Il costo sociale dei sistemi di circolazione va correttamente valutato nello studio dell’ampliamento delle città. La Carta di Atene fu esplicita nel definire la circolazione una fondamentale funzione urbana, ma implicò la sua dipendenza dall’automobile come mezzo di trasporto individuale. Dopo 45 anni, appare chiaro che la soluzione ottimale non consiste nel differenziare, moltiplicare e articolare le connessioni stradali. È ormai evidente, e va sottolineato, che la soluzione dei trasporti deve essere ricercata subordinando i mezzi individuali a quelli pubblici di massa. Gli urbanisti devono capire che la città è una struttura in sviluppo la cui forma non può essere definita, perché occorre prevederne la flessibilità e l’estensione. I trasporti e le comunicazioni producono una serie di griglie interconnesse che servono come un sistema articolato fra spazi interni ed esterni, e vanno progettate in maniera tale da ammettere una sperimentazione infinita nei mutamenti di forma ed estensione.

6. La disponibilità del suolo urbano
La Carta di Atene affermò la necessità di una legislazione che consentisse di utilizzare il suolo per fini sociali, subordinando gli interessi privati a quelli collettivi.
Malgrado i vari sforzi compiuti dal 1933 in poi, le difficoltà incontrate nell’esproprio delle aree fabbricabili continuano a frapporre un ostacolo rilevante alla pianificazione urbana. Si auspica perciò l’adozione di misure legislative efficienti, capaci di produrre sostanziali miglioramenti a breve termine.

7. Risorse naturali e inquinamento ambientale
Una delle più serie minacce contro la natura è determinata oggi dall’inquinamento ambientale che si è aggravato fino a raggiungere proporzioni senza precedenti, potenzialmente catastrofiche, quale diretta conseguenza di una urbanizzazione non pianificata e di un eccessivo sfruttamento delle risorse. In tutto il mondo, nelle aree urbanizzate la popolazione è sempre più soggetta a condizioni ambientali incompatibili con standards sanitari decenti e col benessere umano. Tra le caratteristiche inaccettabili delle odierne aree urbane si annoverano eccessive quantità di sostanze tossiche nell’atmosfera, nell’acqua e negli alimenti, nonché dannosi livelli di rumore. La politica di piano che sovrintende allo sviluppo urbano deve includere immediate misure per evitare che si accentui questa degradazione ambientale e per incentivare il restauro di un ambiente consono alle norme dell’igiene e del benessere umano. Queste misure possono e devono riflettersi nella programmazione economica e urbanistica, nella progettazione architettonica, nei criteri e nelle normative tecniche, in genere nella politica di sviluppo.

8. Tutela e preservazione dei valori culturali e del patrimonio storico-monumentale
L’identità e il carattere di una città sono formati, ovviamente, non solo dalla struttura fisica ma anche dalle connotazioni sociologiche. Per questo è necessario salvaguardare e conservare le pietre miliari della nostra eredità storica e i suoi valori culturali, onde riaffermare le peculiarità comunitarie e nazionali e/o quelle che assumono un autentico significato per la cultura in generale. Analogamente, è indispensabile che l’azione preservatrice, di restauro e riciclaggio di ambienti storici e monumenti architettonici, sia integrata nel processo vitale dello sviluppo urbano, anche perché questo costituisce l’unico modo di finanziare e gestire tale operazione. Nel processo di riciclaggio di queste zone va presa in considerazione la possibilità di innestarvi edifici moderni di alta qualità.

9. La tecnologia
La Carta di Atene si riferisce solo tangenzialmente al processo tecnologico, allo scopo di discutere l’impatto dell’attività industriale sulla città. Negli ultimi 45 anni, il mondo ha sperimentato un avanzamento tecnologico senza precedenti, che ha inciso sugli orientamenti e sulla pratica dell’architettura e dell’urbanistica. La tecnologia si è sviluppata in parecchie regioni del mondo e la sua diffusione ed efficiente applicazione sono un problema fondamentale della nostra epoca. Oggi lo sviluppo scientifico e tecnologico e le comunicazioni tra i popoli consentono il miglioramento delle condizioni locali e offrono maggiori possibilità di risolvere i problemi urbani ed edilizi. Il cattivo uso di queste possibilità porta spesso ad adottare materiali, tecniche e forme dettati dalla moda o da un’intellettualistica inclinazione alla complessità. In questo senso, l’impatto dello sviluppo tecnico e meccanico ha fatto sì che assai spesso l’architettura sia divenuta un processo per realizzare ambienti condizionati artificialmente, concepiti in funzione di un clima e di un’illuminazione innaturali. Ciò può costituire una soluzione per certi problemi, ma l’architettura deve essere il processo di creare un ambiente pianificato in armonia con gli elementi della natura. Dovrebbe essere chiaramente inteso che la tecnologia è un mezzo e non un fine. Va applicata per realizzare le sue potenzialità in seguito a un serio lavoro di ricerca sperimentale, compito che i governi dovrebbero prendere in considerazione. La difficoltà di usare processi altamente meccanizzati o materiali industrializzati deve implicare non una mancanza di rigore tecnico o di giusta risposta architettonica al problema da risolvere, ma una disciplina più approfondita nel pianificare le soluzioni realizzabili con i mezzi disponibili. La tecnologia costruttiva deve studiare la possibilità di riciclare i materiali al fine di trasformare gli elementi edilizi in risorse utili al rinnovo urbano.

10. L’attuazione dei piani
Le autorità pubbliche e la professione devono riconoscere che gli obiettivi del processo di pianificazione non si esauriscono redigendo piani regolatori urbani e regionali. È responsabilità dei governi e della professione perseguire l’attuazione dei piani e delle politiche su cui sono basati. Dato il costante processo di mutamento che incide sulle città e sulle aree urbane, le pubbliche autorità hanno anche l’obbligo di aggiornare e revisionare i piani di tempo in tempo, secondo le circostanze. Va anche compreso che ogni area urbana o regionale, nel processo di attuazione dei piani e delle politiche di sviluppo, deve raggiungere un proprio equilibrio rispetto all’ambiente, ai limiti delle risorse e alla forma fisica.

11. Progettazione urbana e architettura
La Carta di Atene non si occupò di design architettonico. Non era necessario, perché coloro che la firmarono concordavano nel definire l’architettura “le jeu savant des volumes purs sous la lumière”. La Ville Radieuse era composta di tali volumi; applicava un linguaggio architettonico di matrice cubista perfettamente coerente con la concezione e la metodologia di un pianificare volto alla scomposizione della città nelle sue parti funzionali. Durante le recenti decadi, l’architettura moderna è cresciuta. Il suo problema principale non è più il gioco visuale dei volumi, ma la creazione degli spazi sociali in cui vivere. L’accento ora non è sul contenente, ma sui contenuti; non sulla scatola edilizia isolata, per quanto bella e sofisticata essa sia, ma sulla continuità del tessuto urbano. Nel 1933, lo sforzo era diretto a disintegrare l’oggetto architettonico, e la città, nelle sue componenti. Nel 1977, mira a reintegrare queste componenti che, fuori della loro relazione, hanno perduto vitalità e significato. La reintegrazione, in architettura come in urbanistica, non è l’integrazione a priori tipica del classicismo. Va detto con franchezza che i vari tentativi di risuscitare revivals Beaux-Arts sono antistorici ad un grado grottesco, tanto da non meritare neppure di essere discussi. Ma sono sintomi di un consumo linguistico di cui dobbiamo tener conto, non per retrocedere ad una sorta di eclettismo ottocentesco, bensì per attingere uno stadio più maturo del movimento moderno. Per essere precisi, le conquiste degli anni Trenta, quando la Carta di Atene fu promulgata, sono ancora pienamente valide. Esse concernono: a) l’analisi delle funzioni e dei contenuti edilizi, b) il principio della dissonanza, c) la visione antiprospettica spazio-temporale, d) la disgregazione della tradizionale scatola edilizia, e) la riunificazione dell’ingegneria strutturale con l’architettura. A queste “costanti” o “invarianti” linguistiche ne vanno aggiunte altre due: f ) la temporalizzazione dello spazio, e g ) la reintegrazione edificio-città-territorio. Lo spazio temporalizzato è il massimo contributo di Frank Llovd Wright: corrisponde alla visione dinamica spazio-temporale del cubismo applicandola non solo ai volumi, ma anche agli spazi umani, non solo ai valori visuali ma anche a quelli sociali. Quanto alla reintegrazione edificio-città-territorio, è la naturale conseguenza della reintegrazione tra città e campagna. È giunto il momento di rivolgere un appello agli architetti affinché divengano pienamente coscienti dello sviluppo storico del movimento moderno, e cessino di moltiplicare panorami urbani obsoleti, composti da prismi monumentali, verticali od orizzontali, opachi, riflettenti o trasparenti. La nuova urbanistica esige una continuità edilizia, e questa implica che ogni elemento del continuum richieda un dialogo con gli altri elementi per completare la propria immagine. Il principio del “non-finito” non è nuovo. Fu indagato dai manieristi e, in forma esplosiva, da Michelangiolo. Ma adesso è un principio non meramente visuale, sibbene soprattutto sociale. L’esperienza dell’arte, nelle ultime decadi, ha dimostrato che l’artista non produce più oggetti finiti: si ferma a metà strada, o a tre quarti, del processo creativo in modo che lo spettatore non sia più in stato di passiva contemplazione dell’opera d’arte, ma divenga un fattore attivo del suo messaggio polivalente. Nel campo edilizio, la partecipazione dei fruitori è anche più importante e concreta. Significa che la popolazione deve partecipare attivamente e creativamente ad ogni fase del procedimento progettuale, al fine di integrare il lavoro dell’architetto. L’approccio non-finito non diminuisce il prestigio dell’urbanista o dell’architetto. Le teorie della relatività e dell’indeterminazione non hanno ridotto il prestigio degli scienziati. Al contrario, l’hanno accresciuto, perché uno scienziato non dogmatico è rispettato assai più del vecchio “deus-ex-machina”. Se la gente è coinvolta nel processo architettonico, il rilievo sociale dell’architetto ne risulterà elevato. E l’alimento per l’inventività architettonica sarà più grande e ricco. Infatti, se gli architetti si liberano dal precetto accademico della finitezza, la loro immaginazione potrà essere stimolata dall’immenso patrimonio dell’architettura popolare (Kitsch incluso), di quella “architettura senza architetti” recentemente tanto studiata. Anche qui, tuttavia, dobbiamo fare attenzione. Riconoscere che i vernacoli e i gerghi edilizi possono contribuire alla fantasia architettonica non significa imitarli. Una simile operazione, tanto di moda oggi, è folle quanto copiare il Partenone. Il problema è affatto diverso da quello dell’imitazione. È un fatto accertato che l’approccio più colto alla progettazione architettonica, proprio perché è libero da ogni convenzione – dagli ordini di Vitruvio e da quelli Beaux-Arts, come dai “cinque principi” corbusieriani del 1921 – incontra spontaneamente e si fonde con gli idiomi popolari. La partecipazione degli utenti renderà questo incontro tra linguaggio di alta cultura e linguaggio popolare più organico e autentico. A volta, per la loro monumentalità, le costruzioni sulle alture dell’antico Perù sono state paragonate alle piramidi egiziane. Fisicamente, per la grandiosità di ambedue le concezioni, il confronto è calzante. Ma queste furono edificate come monumento alla morte che esaltava la gloria del faraone, mentre quelle furono elevate per le comunità, come monumento alla vita. Vita sulle vette e morte in pianura esprimono, volumetricamente e spiritualmente, la rotta diversa di due grandi civiltà che edificarono per l’eternità.

Firmato:
Santiago Agurto Calvo, Perú; Fernando Belaunde Terry, Felix Candela, Chicago; Francisco Carbajal de la Cruz, Mexico, D.F.; George Collins, New York; Leonard J. Currie, Chicago; Jorge Glusberg, Buenos Aires; Mark Jaroszewicz, Florida ; Oscar L. de Guevara, Cuzco; Alejandro Leal Garcia, Mexico, D.F.; Reginald Malcolmson, Michigan, Ann Arbor; Dorn Mc. Grath, Washington, D.C.; Luis Miro Quesada Garland, Perù; Carlos Morales Machiavello, Perù; Guillermo Payet Garreta, Perú; Paulo Pimentel Morales, Caracas; Felipe Prestamo, Florida; Hector Velarde, Perú; Fruto Vivas, Caracas; Bruno Zevi, Roma; e da Manuel Ungaro Zevallos, Oscar Alvarez, Elizabeth Carrarco, Perú.