Danilo Dolci

Lettera al Rettore

“Avanti!”, 8 febbraio 1968

Il compagno Bruno Zevi, ordinario di Storia dell’Architettura all’Universdità di Roma, ha indirizzato una lettera aperta al rettore per esprimergli, innanzi tutto, la sua più viva sorpresa in merito alla intransigente posizione assunta dal Senato Accademico sulla occupazione in corso di alcune Facoltà.
Dopo aver suggerito di convocare al più presto l’intero corpo accademico, affinché la questione venga presa in esame con maggiore ampiezza di vedute e con maggiore serenità, il compagno Zevi –nella sua lettera- prosegue occupandosi, in particolare, della situazione esistente alla Facoltà di Architettura. Ecco i punti sui quali ha creduto opportuno mettere l’accento:
1) Malgrado i numerosi tentativi fatti negli scorsi anni da alcuni di noi, nulla è cambiato nella conduzione della Facoltà, degli Istituti e dei corsi. Tutto è rimasto come trent’anni or sono: il piano degli studi, il numero degli esami, le frequenze, la struttura. Quattro anni fa, presentammo un programma per la riforma del Biennio, concepito sulle linee rivendicate oggi dal movimento studentesco: fu respinto dal Senato Accademico e vanificato dal Ministero. Nulla, assolutamente nulla di sostanziale è mutato.
2) Il movimento studentesco è quindi perfettamente giustificato quando dichiara la sua sfiducia nelle trattative con i professori. Le forze tese al rinnovamento dell’università, studenti come docenti, sono state sempre mortificate dal Consiglio di Facoltà, dal Senato Accademico o dal Ministero. Io ammiro e condivido, egregio Rettore, il Suo proposito di aprire un colloquio attivo, da pari a pari, con gli studenti. E tuttavia dobbiamo riconoscere che, dopo tante esperienze fallimentari, la sfiducia degli studenti nella fecondità di tale colloquio è pienamente spiegabile. Sta a noi riconquistare la fiducia degli studenti.
3) L’arma dell’occupazione, legale o meno che sia, è la sola disponibile per il movimento studentesco. Anche sotto il profilo pratico perché, con i nostri assunti e anacronistici programmi di studio, con un carico di oltre 35 esami, col sadismo di molti cattedratici, gli studenti normalmente non hanno nemmeno la possibilità di riunirsi, di discutere, di conoscersi, di organizzarsi. La scuola così pianificata li opprime. L’occupazione, quindi, per illegale che possa essere formalmente, è legittima da un punto di vista morale, culturale e direi persino esistenziale. Se non comprendiamo questo, vuol dire che siamo proprio fuori gioco rispetto alle condizioni culturali attuali, e perciò siamo incompetenti per la funzione dell’insegnamento.
4) Il movimento studentesco, a me pare, si articola in due tendenze: la prima ha per slogans «contestazione globale», «potere agli studenti», e cioè ritiene che la creazione di un’università nuova, moderna, democratica esiga come premessa la paralisi di quella attuale, mediante l’occupazione permanente; la seconda, invece, mantiene ancora la speranza di poter rinnovare il sistema trasformandolo radicalmente dall’interno, anche con la collaborazione del corpo accademico o almeno di una sua parte. Mentre a Venezia e a Torino la prima tendenza prevale, mi pare che a Roma la seconda sia consistente ed abbia la possibilità di affermarsi. Ma la sua affermazione dipende da noi.
5) Non si tratta di aprire un colloquio, di istituire commissioni per la riforma, di iniziare trattative. Queste sono rivendicazioni antiche del movimento studentesco: respinte quando furono avanzate, non possono essere oggi riproposte con successo dai professori. Occorre uno scatto coraggioso: un periodo sperimentale durante il quale le Facoltà, con l’apporto di tutte le componenti universitarie, possano trasformare programmi, conduzione, struttura. Se vogliamo salvare la situazione, dobbiamo ottenere questo dal Ministero: piena liberà, per un periodo di due o tre anni, di riformare la scuola nei corsi, nel metodo, negli esami, nella struttura.
Nei suoi due ultimi punti sulla situazione ad Architettura, il compagno Zevi scrive infine. Primo: il Ministero, quasi sempre sordo alle proposte di rinnovamento avanzate dai professori, ogni tanto cade di fronte al movimento studentesco. Con tanti clamorosi precedenti, vi è motivo di ritenere che il Ministero sarebbe oggi pronto ad accettare due o tre anni di sperimentazione scientifica e didattica, se il rettore dell’Università di Roma, sostenuto dal Corpo accademico, se ne facesse propugnatore. Sono sinceramente convinto che non ci sia altro da fare: certo, potremmo reprimere l’occupazione, ma ne avremmo un’altra domani, e questa assurda lotta si radicalizzerebbe ancor più.
Secondo: è evidente che l’Università di Roma non significa «città universitaria» nel limite territoriale del termine. La polizia, perciò, deve seguire nelle sedi delle Facoltà decentrate di Architettura, Ingegneria, Magistero, ecc., le stesse direttive seguite nella città universitaria.
«È superfluo aggiungere –questa la conclusione della lettera del compagno Zevi al rettore- che, a giudizio mio e di molti colleghi non si deve, in alcun modo, far ricorso alla polizia per sgombrare le Facoltà occupate, anche se l’occupazione si protrarrà a lungo. Della Facoltà di Architettura ho notizie dirette: malgrado la permanenza, giorno e notte, di centinaia di studenti, la Facoltà non è mai stata così ordinata, pulita, culturalmente attiva com’è ora; si arriva al punto che gli studenti, prima di fare una telefonata, versano 45 lire per non gravare sulle finanze della Facoltà. Un intervento della polizia, in queste condizioni, alla luce di questo comportamento esemplare, non sarebbe soltanto controproducente, ma sostanzialmente ingiustificato e imperdonabile».