Lettera al Rettore
“Avanti!”, 8 febbraio 1968
Il compagno Bruno Zevi, ordinario di
Storia dell’Architettura all’Universdità di Roma, ha indirizzato
una lettera aperta al rettore per esprimergli, innanzi tutto, la sua più
viva sorpresa in merito alla intransigente posizione assunta dal Senato Accademico
sulla occupazione in corso di alcune Facoltà.
Dopo aver suggerito di convocare al più presto l’intero corpo
accademico, affinché la questione venga presa in esame con maggiore
ampiezza di vedute e con maggiore serenità, il compagno Zevi –nella
sua lettera- prosegue occupandosi, in particolare, della situazione esistente
alla Facoltà di Architettura. Ecco i punti sui quali ha creduto opportuno
mettere l’accento:
1) Malgrado i numerosi tentativi fatti negli scorsi anni da alcuni di noi,
nulla è cambiato nella conduzione della Facoltà, degli Istituti
e dei corsi. Tutto è rimasto come trent’anni or sono: il piano
degli studi, il numero degli esami, le frequenze, la struttura. Quattro anni
fa, presentammo un programma per la riforma del Biennio, concepito sulle linee
rivendicate oggi dal movimento studentesco: fu respinto dal Senato Accademico
e vanificato dal Ministero. Nulla, assolutamente nulla di sostanziale è
mutato.
2) Il movimento studentesco è quindi perfettamente giustificato quando
dichiara la sua sfiducia nelle trattative con i professori. Le forze tese
al rinnovamento dell’università, studenti come docenti, sono
state sempre mortificate dal Consiglio di Facoltà, dal Senato Accademico
o dal Ministero. Io ammiro e condivido, egregio Rettore, il Suo proposito
di aprire un colloquio attivo, da pari a pari, con gli studenti. E tuttavia
dobbiamo riconoscere che, dopo tante esperienze fallimentari, la sfiducia
degli studenti nella fecondità di tale colloquio è pienamente
spiegabile. Sta a noi riconquistare la fiducia degli studenti.
3) L’arma dell’occupazione, legale o meno che sia, è la
sola disponibile per il movimento studentesco. Anche sotto il profilo pratico
perché, con i nostri assunti e anacronistici programmi di studio, con
un carico di oltre 35 esami, col sadismo di molti cattedratici, gli studenti
normalmente non hanno nemmeno la possibilità di riunirsi, di discutere,
di conoscersi, di organizzarsi. La scuola così pianificata li opprime.
L’occupazione, quindi, per illegale che possa essere formalmente, è
legittima da un punto di vista morale, culturale e direi persino esistenziale.
Se non comprendiamo questo, vuol dire che siamo proprio fuori gioco rispetto
alle condizioni culturali attuali, e perciò siamo incompetenti per
la funzione dell’insegnamento.
4) Il movimento studentesco, a me pare, si articola in due tendenze: la prima
ha per slogans «contestazione globale», «potere agli studenti»,
e cioè ritiene che la creazione di un’università nuova,
moderna, democratica esiga come premessa la paralisi di quella attuale, mediante
l’occupazione permanente; la seconda, invece, mantiene ancora la speranza
di poter rinnovare il sistema trasformandolo radicalmente dall’interno,
anche con la collaborazione del corpo accademico o almeno di una sua parte.
Mentre a Venezia e a Torino la prima tendenza prevale, mi pare che a Roma
la seconda sia consistente ed abbia la possibilità di affermarsi. Ma
la sua affermazione dipende da noi.
5) Non si tratta di aprire un colloquio, di istituire commissioni per la riforma,
di iniziare trattative. Queste sono rivendicazioni antiche del movimento studentesco:
respinte quando furono avanzate, non possono essere oggi riproposte con successo
dai professori. Occorre uno scatto coraggioso: un periodo sperimentale durante
il quale le Facoltà, con l’apporto di tutte le componenti universitarie,
possano trasformare programmi, conduzione, struttura. Se vogliamo salvare
la situazione, dobbiamo ottenere questo dal Ministero: piena liberà,
per un periodo di due o tre anni, di riformare la scuola nei corsi, nel metodo,
negli esami, nella struttura.
Nei suoi due ultimi punti sulla situazione ad Architettura, il compagno Zevi
scrive infine. Primo: il Ministero, quasi sempre sordo alle proposte di rinnovamento
avanzate dai professori, ogni tanto cade di fronte al movimento studentesco.
Con tanti clamorosi precedenti, vi è motivo di ritenere che il Ministero
sarebbe oggi pronto ad accettare due o tre anni di sperimentazione scientifica
e didattica, se il rettore dell’Università di Roma, sostenuto
dal Corpo accademico, se ne facesse propugnatore. Sono sinceramente convinto
che non ci sia altro da fare: certo, potremmo reprimere l’occupazione,
ma ne avremmo un’altra domani, e questa assurda lotta si radicalizzerebbe
ancor più.
Secondo: è evidente che l’Università di Roma non significa
«città universitaria» nel limite territoriale del termine.
La polizia, perciò, deve seguire nelle sedi delle Facoltà decentrate
di Architettura, Ingegneria, Magistero, ecc., le stesse direttive seguite
nella città universitaria.
«È superfluo aggiungere –questa la conclusione della lettera
del compagno Zevi al rettore- che, a giudizio mio e di molti colleghi non
si deve, in alcun modo, far ricorso alla polizia per sgombrare le Facoltà
occupate, anche se l’occupazione si protrarrà a lungo. Della
Facoltà di Architettura ho notizie dirette: malgrado la permanenza,
giorno e notte, di centinaia di studenti, la Facoltà non è mai
stata così ordinata, pulita, culturalmente attiva com’è
ora; si arriva al punto che gli studenti, prima di fare una telefonata, versano
45 lire per non gravare sulle finanze della Facoltà. Un intervento
della polizia, in queste condizioni, alla luce di questo comportamento esemplare,
non sarebbe soltanto controproducente, ma sostanzialmente ingiustificato e
imperdonabile».