Commemorazione del 16 ottobre 1943
Nel 1976, poche settimane dopo la sua nomina a Sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan espresse il desiderio che la ricorrenza del 16 ottobre 1943 - accerchiamento del ghetto da parte delle SS naziste e conseguente deportazione di 1.091 ebrei romani nei campi di sterminio - fosse celebrata, per la prima volta dopo la liberazione, in Campidoglio. Si stabilì di affidare il compito a due oratori, uno designato dal Comune, l'altro dalla Comunità Israelitica. Stranamente, ambedue gli enti indicarono lo stesso nome.
Impegno al presente
Il 7 marzo del '44, quasi sei mesi dopo la data che commemoriamo e diciassette giorni prima dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, uno studente di architettura, Giorgio Labò, fu trucidato dalle SS tedesche al Forte Bravetta. Artificiere dei Gap, scoperto mentre, insieme al suo compagno Gianfranco Mattei, fabbricava esplosivi per la resistenza romana in un laboratorio improvvisato in via Giulia 43-A, era stato condotto nel carcere in via Tasso, cella n. 31 del quinto piano. Durante il tragitto, scorgendo casualmente per strada un amico, gli gridò: «Telefona ad Argan, perché avvisi i miei». Il padre, accorso da Genova, non riuscì a rivedere Giorgio, unico figlio. Consultò don Antonio Soranno, il cappellano che assisteva alle esecuzioni naziste; e questi tirò fuori dalla tasca un blocco di appunti dove era annotato quanto il giovane gli aveva detto prima di morire:
«Labò Giorgio di Mario
n. a Modena il 29 maggio 1919
studente di architettura
andare dal prof. Argan, via Giacinto Carini 66
Monteverde, filobus 129
pregarlo di informare la famiglia
che lui è passato con la massima serenità».
Prendo avvìo da questo episodio
perché lega la lotta partigiana a quella dell'architettura e dell'arte
moderna, la politica alla cultura in una convergenza che Elio Vittorini identificava
solo nei periodi rivoluzionari. Il fatto che oggi la tragedia del 16 ottobre
venga ricordata in Campidoglio, perché il Sindaco di Roma è
la stessa persona cui Giorgio Labò chiedeva di comunicare la sua scomparsa
ai genitori, dà la piena, emblematica misura dello scarto etico-qualitativo
compiuto dall'amministrazione della città di cui gli ebrei sono i più
antichi abitanti.
«Più volte io ho percorso il ghetto di Roma - scriveva Gregorovius
nel 1853 - e la sua popolazione mi è parsa, tra le rovine della città,
degna di osservazione, anzi l'unica rovina ancora vivente... Un popolo ebraico
ancora vivo e non distrutto prega l'antico Iddio di Gerusalemme. Questo Dio
era pertanto più potente del Giove capitolino».
La nostra è invero una comunità atipica, non «errante»
come la maggioranza delle comunità israelitiche del mondo, ma radicata
nei secoli, anzi nei millenni, in questi luoghi, in contesti sociali di cui
ha costituito il barometro delle libertà civili. Minoranza religiosa
tenacemente fedele alle tradizioni, ma sostanzialmente laica al confronto
delle superstizioni idolatriche circostanti, gli ebrei, tra schiaccianti condizionamenti
ed abissali miserie, hanno avuto e hanno un solo vantaggio: non occorre loro
alcuna fatica per riconoscere il grado di intolleranza o di democrazia raggiunto
nella città e nel paese, in quanto ogni posizione dogmatica, ogni ideologia
totalitaria o totalizzante, sia essa pagana, cattolica, illuminista o materialista
volgare li ferisce direttamente e tende ad annientarli. Non hanno scelte,
né valide alternative, offrono un coagulo contro il quale infierisce
automaticamente, e senza possibilità di scampo, qualsiasi moto reazionario
e liberticida, un microcosmo che anticipa, nei suoi disagi e nel suo dolore,
le lacerazioni e le sofferenze dell’intera collettività. Pagano
per primi: i 1.259 ebrei romani deportati il 16 ottobre -363 uomini e 896
donne e bambini, di cui tornano solo 14 uomini e una donna- annunciano la
temperie criminale dell'occupazione nazista. Sei milioni di martiri nei campi
di sterminio miniaturizzano, sebbene in proporzione abnorme macroscopica,
le decine di milioni di morti della seconda guerra mondiale, non meno che
i 73 ebrei sui 335 assassinati alle Fosse Ardeatine.
Io non rievocherò gli eventi spettrali del settembre-ottobre 1943,
poiché sono documentati in saggi e libri esaurienti. L'estorsione di
50 chilogrammi di oro, il 26-28 settembre; l'invasione degli uffici della
Comunità, l’asportazione dei registri, del materiale d'archivio
e di oltre due milioni di lire, il giorno seguente; il saccheggio della biblioteca
e di quella del collegio rabbinico, perpetrato dal 30 settembre in poi; ed
infine, la razzia atroce, l'accerchiamento del ghetto alle 5 del mattino ad
opera di reparti speciali della polizia tedesca espressamente inviati da Berlino,
gli sgherri sguinzagliati nelle case del quartiere per strapparne a forza
gli abitanti, mentre altri militi hitleriani catturano gli ebrei residenti
anche in zone remote dal Portico d'Ottavia, le scene di strazio, di brutalità,
di infame violenza che si moltiplicano con sconvolgente crescendo nei mesi
dell'occupazione, durante i quali i deportati salgono a 2.091. Questi ed altri
dati sono fissati in pagine di numerose pubblicazioni, che si rileggono ogni
volta con sbigottimento c raccapriccio, perché narrano con nomi, cognomi,
indirizzi, minuto per minuto, una vicenda delittuosa che va oltre il limite
della credibilità e dell'immaginazione. L'incubo del 16 ottobre e delle
Fosse Ardeatine vince la dimensione del tempo.
Anche a distanza di trentatré anni, ognuno di noi s'identifica con
gli scomparsi, stupito ed attonito che una sorte inspiegabile l'abbia separato
dal destino dei suoi fratelli. Almeno per quanto riguarda la mia generazione,
quella di Giorgio Labò, siamo e ci sentiamo fortuiti sopravvissuti,
e questo ci induce a vivere nel disperato, quasi colpevole, tentativo di sostituire,
col nostro impegno, qualcuna di quelle vite perdute.
Il tempo, semmai, gioca proprio in senso contrario a quanto si potrebbe prevedere:
rende quei ricordi sempre meno credibili, tanto da esigere un'integrazione
fantastica, poeticamente evasiva. Sarebbe interessante constatarlo esaminando
l'intensità di coinvolgimento, di adesione alla cronaca, degli scrittori
che hanno ricostruito la giornata del 16 ottobre. Mi limiterò a citare
due esempi ben noti, che rappresentano forse i poli estremi del diorama ottico
e rievocativo. Il primo, ovviamente, riguarda Giacomo Debenedetti, finissimo
critico letterario di cui, troppo tardi, viene oggi riconosciuta la statura
anche in quegli ambienti accademici che ne ostacolarono con protervia l'affermazione.
Debenedetti registra:«Lungo i marciapiedi, i tedeschi: a occhio e croce,
forse un centinaio. Nel mezzo della via stavano gli ufficiali, che disposero
sentinelle armate a tutti i canti della strada...Le file vengono sospinte
verso la goffa palazzina delle antichità e belle arti, che sorge al
gomito del Portico d'Ottavia di fronte alla via Catalana, tra la Chiesa di
Sant'Angelo e il Teatro di Marcello. Ai piedi della palazzina si stende una
breve area di scavi, ingombra di ruderi, qualche metro più bassa della
strada. Entro questa fossa venivano raccolti gli ebrei, e messi in riga ad
aspettare tre o quattro camion, che facevano la spola tra il ghetto e il luogo
dove era stabilita la prima tappa... dei camion veniva abbassata la sponda
destra e si cominciava a fare il carico. I malati, gli impediti, i restii
erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi con i calci dei
fucili. Un paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul
camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. Quanto ai bambini,
strappati dalle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi, quando
negli uffici postali si prepara il furgoncino. E i camion ripartivano, né
si sapeva per dove; ma quel loro periodico tornare, sempre gli stessi, faceva
supporre che non si trattasse di un luogo troppo lontano. E questo nei "razziati"
poté forse accendere una specie di speranza. Non ci mandano via da
Roma, ci terranno qui a lavorare...La razzia si protrasse fino verso le 13.
Quando fu la fine, per le vie del ghetto non si vedeva più anima, vi
regnava la desolazione della Gerusalemme di Geremia...Verso l'alba del lunedì,
i razziati furono condotti alla stazione di Roma Tiburtino, dove li stivarono
su carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto...
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere
i suoi parenti a Roma racconta che a fara Sabina (ma più probabilmente
a Orte) incrociò il "treno piombato" da cui uscivano voci
di purgatorio. Di là dalla grata di uno di quei carri, le parve di
riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla,
ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere.
Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio
umano è l'ultima parola, l'ultimo segno di vita che ci sia giunto da
loro».
Per un temperamento delicatissimo, proustiano, sensibile fino allo spasimo
alle cadenze e ai suoni verbali, come Giacomo Debenedetti, scrivere frasi
e pagine così scabre, quasi neorealistiche, dovette implicare uno sforzo
immenso, una violenza inibitoria su sé stesso. Ma non esisteva altra
via narrativa all'indomani di quella giornata tremenda. Dopo Auschwitz non
c'è più posto per la poesia, diceva Brecht, e Debebedetti sembrava
riecheggiare la tesi: dopo il 16 ottobre non c'è più posto per
la letteratura. Non c'è neppure il tempo di conferire alla cronaca
uno spessore storico, e francamente ripugna ipotizzare la lettura attraverso
filtri estetizzanti.
A distanza di qualche decennio, il 16 ottobre diviene, ne “La storia”
di Elsa Morante, macabra fiaba, irrealtà dissennata. Ida, la protagonista
del romanzo, apprende che «del quartiere del ghetto, svuotato interamente
di tutta la carne giudia, non c'era restato altro che lo scheletro».
È terrorizzata, ma «le sue paure contraddittorie rincorrevano
alla fine una cometa misteriosa, che la invitava in direzione dei giudii:
promettendole, laggiù in fondo, una stalla materna, calda di respiri
animali e di grandi occhi non giudicanti, solo pietosi. Perfino questi poveri
giudii di tutta Roma, caricati sui camion dai tedeschi, stanotte la salutavano
come dei beati che, all'insaputa degli stessi tedeschi, si avviavano, per
una splendida turlupinatura, verso un regno orientale dove tutti sono bambini,
senza coscienza né memoria...». Poi, come ricorderete, la folle
scorribanda fino alla Stazione Tiburtina, inseguendo la signora Di Segni,
«moglie di un certo Settimio», che non risponde ai suoi appelli,
anzi «la guarda con l'occhio ostile e torvo di un'alienata che rifiuti
ogni rapporto con la gente normale», chiusa com'è «nella
sua solitudine grande e furiosa d'intoccabile, che non aspetta aiuto da nessuno».
Un vocio misterioso, perché ne è invisibile la causa,«richiamava
insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusori; però
tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina».
Nella Morante ogni avvio descrittivo sconfina nel surrealismo, nella pazzia
onirica. «L'interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava
sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s'accalcavano dei vagiti,
degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso,
delle voci senili che chiamavano la madre, delle altre che conversavano appartate,
quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su
tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti...». Ida tuttavia
evade, non riesce a sostenere la vista di una realtà così inaudita
da sembrare inventata. Infatti «tutto questo misero vocio dei carri
la adescava con una dolcezza struggente, per una memoria continua che non
le tornava dai tempi, ma da un altro canale: di là stesso dove la ninnavano
le canzoncine calabresi di suo padre, o la poesia anonima della notte avanti...
Era un punto di riposo che la tirava in basso, nella tana promiscua di un'unica
famiglia sterminata». Ida assiste all'episodio culminante, al tentativo
forsennato della signora Di Segni di salire sul treno, sente i suoi urli «Apritemi!
Nun ce sta gnisuno, qua? Io so' giudia! Devo partì pur'io! Fascisti!
Fascisti! Aprite!». Ma presto è distratta da Useppe e, del resto,
dopo pochi giorni, nella stanzona di Pietralata, «degli ebrei, e della
loro sorte, già non si parlava più».
C 'è dunque un evidente distacco tra l'ottica di Giacomo Debenedetti
e quella di Elsa Morante, e non si giustifica col semplice fatto che Debenedetti
era un critico. Dopo trent'anni, il ricordo del 16 ottobre ha bisogno di essere
esorcizzato in un processo di graduale sublimazione. Questo, sul terreno letterario.
E in quello politico e culturale? Ecco: dopo trentadue cerimonie, quando,
per volontà del nuovo Sindaco di Roma, la deportazione e il massacro
degli ebrei romani vengono rievocati in Campidoglio, quasi per siglare il
giuramento che la data del 16 ottobre non sarà mai dimenticata nella
storia di questa città, io credo che commemorare non basti più.
Occorre che questi cumuli di cadaveri ci spingano ad agire, anche controcorrente,
anche sfidando l'impopolarità, i motivi di attrito, anche al rischio
di essere tacciati di inserire argomenti inopportuni, «stonati»,
in una riunione solenne che potrebbe concludersi a questo punto, tra la commozione
generale, senza sollevare problemi controversi e inquietanti. Ma sembra necessario
accennarne perché il 16 ottobre è e, allo stesso tempo, non
è una data isolata, eccezionale, avulsa dal contesto e quindi degna
di un rituale sincero e tuttavia infecondo in termini di azione. politica
e culturale. Riassume e simbolizza un'antichissima storia, romana e mondiale,
tutt'altro che conclusa trentatré anni fa: quella dell'antisemitismo
nelle sue plurime versioni e mascherature. È evidente che aggredire
il tema dell'antisemitismo, hic et nunc, a Roma e in Italia, risulta spiacevole
e mortificante più per chi parla che per chi ascolta. Ma i morti ci
costringono a trattarne, in tre angolazioni suscettibili di polemiche e dissensi,
che attengono:
1) allo Stato d'Israele, alla sua politica, in generale al sionismo;
2) al Concordato e ai Patti Lateranensi, cioè alla posizione della
Chiesa dopo il Concilio Vaticano;
3) all'urgenza di una revisione delle tesi marxiste sulla questione ebraica.
Il taglio con cui cercherò di analizzare questi argomenti concerne
solo indirettamente la difesa e l'incolumità della minoranza ebraica
romana. Riguarda soprattutto l'antisemitismo come sintomo, come infallibile
sismografo della società civile. Io sono ebreo, sionista convinto ed
uomo della sinistra; ma i tre problemi che qui propongo esorbitano da queste
connotazioni, ci interessano come cittadini di Roma e del mondo. Jean Paul
Sartre chiude il magistrale saggio «L'antisemitismo» affermando:
«Bisognerà dimostrare a ciascuno che il destino degli ebrei è
il suo destino, non ci sarà un francese libero, finché gli ebrei
non godranno la pienezza dei loro diritti; non un francese vivrà in
sicurezza, finché un ebreo in Francia e nel mondo intero potrà
temere per la propria esistenza». Theodor Adorno è ancora più
esplicito: «L'antisemitismo è uno schema rigido, anzi un rituale
della civiltà, e i pogrom sono i veri assassinii rituali. Essi provano
l’impotenza di ciò che potrebbe frenarli, della riflessione,
del significato, e infine della verità… solo nella liberazione
del pensiero dal dominio, nell'abolizione della violenza, potrebbe compiersi
l'idea che è rimasta, finora, non vera: essere l'ebreo un uomo. Sarebbe
il passo dalla società antisemita, che spinge l'ebreo come gli altri
nella malattia, alla società umana. Superata la malattia dello spirito
che alligna sul terreno dell'autoaffermazione intocca dalla riflessione, l'umanità
diverrebbe, dall'universale "altra razza", finalmente il genere
che, come natura è tuttavia più che mera natura, poiché
prende coscienza della propria immagine. L'illuminismo stesso, divenuto padrone
di sé e forza materiale, potrebbe spezzare i limiti dell'illuminismo».
Ecco, non con l'illusione dì «superare la malattia dello spirito»
di cui parla Adorno, ma almeno per captarne le matrici, merita esaminare brevemente
i tre aspetti dell'antisemitismo attuale; non vedo strada migliore per assumersi
l'eredità dei morti del 16 ottobre, e dei milioni di morti, ebrei e
non-ebrei.
La nascita dello Stato d’Israele, che l'Unione Sovietica fu il primo
paese a riconoscere, è il prodotto concreto, naturale e miracoloso,
di questa tragica eredità. Nessun ebreo autentico può non essere
sionista, poiché il sogno del ritorno a Gerusalemme fa parte integrante,
ineliminabile, della tradizione, direi dell'antropologia ebraica. Questo sogno
è passato dal livello religioso a quello politico come conseguenza
di due millenni di persecuzioni, e specificamente in seguito al fallimento
dell'ideologia illuminista. II famoso processo Dreyfus, collegato agli orrendi
pogrom dell'Europa orientale, ha determinato lo scatto. Se non si fosse costruito
il «focolare ebraico» in Palestina, il 16 ottobre 1943 i deportati
ebrei di Roma sarebbero stati molto più numerosi; forse, nei vagoni
piombati descritti da Giacomo De Benedetti e da Elsa Morante sarebbero stati
rinchiusi, lo dico rabbrividendo, anche i miei genitori e le mie sorelle,
che si salvarono trasferendosi in terra d'Israele. Viceversa, se la Gran Bretagna,
potenza mandataria, l'avesse permesso, e se la maggioranza degli ebrei europei,
a cominciare dai tedeschi, non fossero stati sordi all'appello sionista, i
sei milioni dei lager nazisti sarebbero scesi a cinque, quattro, tre, forse
nessuno, perché uno Stato d'Israele, proclamato nel 1939 anziché
nel '48, avrebbe forse potuto esercitare una pressione atta a mobilitare l'opinione
pubblica internazionale contro la strage. Né basta. Il collegamento
tra ebrei romani e Stato d'Israele s'incarna nella figura di Enzo Sereni,
pioniere del sionismo, esponente del movimento comunista dei kibbutzim, che,
durante la guerra, per partecipare alla resistenza italiana, si fece paracadutare
presso Firenze e finì a Dachau.
Da questi dati di partenza dobbiamo prendere le mosse per riflettere sui dissensi
che si verificano, nell'ambito della sinistra europea, sulla politica dello
Stato d'Israele. Non è questa la sede per esaminarli analiticamente,
ma tacerne significherebbe tradire i morti del 16 ottobre. Certo, è
più facile commuoversi per gli ebrei morti che per quelli vivi, per
i perseguitati e gli sconfitti che per coloro che combattono per sopravvivere.
Ma non si può pretendere che gli israeliani depongano le armi, arrendendosi
a chi dichiara di volerli distruggere e ha tentato più volte di farlo.
Il conflitto tra israeliani e palestinesi angoscia gli ebrei più dei
non-ebrei, perché lo Stato d'Israele non può vivere senza pace
nel Medio Oriente, senza un accordo di convivenza e poi di fratellanza con
gli arabi e, in primo luogo, con i palestinesi. Tuttavia, un accordo non si
raggiunge rifiutando di riconoscere il diritto all'esistenza dell'altro, dopo
aver esasperato la tensione mantenendo i palestinesi in campi di concentramento,
mentre decine di migliaia di ebrei, residenti da secoli nei paesi arabi, ne
venivano cacciati, ma trovavano asilo e cittadinanza nello Stato d'Israele.
Non si favorisce la pace, e quindi una convivenza, possibile e necessaria,
fra israeliani e palestinesi subendo i ricatti del petrolio, schierandosi
indiscriminatamente da una parte contro l'altra, e costringendo l'altra a
cercare altri appoggi e solidarietà. Per triste che sia, la politica
degli Stati va giudicata obiettivamente, nel terreno delle forze e degli equilibri.
Abbiamo assistito ad avvenimenti imprevedibili e paradossali, al patto Hitler-Stalin,
all'alleanza Mao-Nixon in Angola, e tutti sono stati giustificati o almeno
spiegati alla luce dello stato di necessità o dei bilanciamenti di
potere. Solo quando si tratta dello Stato d'Israele, si vorrebbe una politica
rinunciataria, idillica, astratta, suicida, che magari rifiutasse le armi
americane per non essere accusata di collusione con l'imperialismo occidentale,
mentre le nazioni arabe sono armate fino ai denti da altre fonti e anche dalla
stessa fonte. Malgrado la guerra del Kippur, che vede l'Egitto e la Siria
sferrare un attacco nel giorno del digiuno, certi giornali continuarono a
parlare sistematicamente e solo di «israeliani aggressori» come
per millenni nelle chiese si è parlato di «perfidi giudei».
Anche a proposito della tragedia del Libano, sembra spiacere ad alcuni che
non si possa accusare Israele di armare la Siria; e abbondano i corrispondenti
dal Libano che cercano, con sottili allusioni o con smaccata distorsione della
verità, di interpretare la difesa israeliana dei propri confini come
un contributo ai massacri che suscitano l'indignazione degli ebrei non meno
di quella di ogni uomo civile. Certo, è legittimo dissentire dalla
politica israeliana e criticarla; essendo Israele un paese democratico, l’unico
di quell’area, molti israeliani dissentono e criticano. Ma l’antisionismo
è una mascheratura dell’antisemitismo e, peggio, è un
veleno che si propaga. È recente la notizia di uno sciopero di impiegati
di una casa editrice per bloccare la traduzione di un libro sull'episodio
di Entebbe, con l'alibi che sarebbe «così filosionista»
da rasentare «il razzismo».
Siamo dunque alla censura sull'informazione, mentre in edicola si può
comprare, in edizione economica, il «Mein Kampf» di Hitler. Ripeto
e sottolineo: qui non si denuncia l’antisemitismo per difendere gli
ebrei cui, nel corso dei secoli, sono stati ascritti tali e tanti crimini,
da far apparire quello di essere sionisti tra i più blandi tautologici,
pari all’essere circoncisi. Ma l'antisionismo esaspera l’antisemitismo,
porta alla discriminazione e alla censura, fenomeni pericolosi prima per gli
ebrei, poi per tutti gli uomini liberi. Lo attestano due fatti: uno di gravità
incalcolabile, la crescente ondata di antisemitismo nei paesi dell’est;
l'altro minore ma degno di rilievo anche perché verificatosi a Roma,
le bottiglie incendiarie lanciate contro la Sinagoga in strumentale concomitanza
di una manifestazione della sinistra. E notate: quest'ultimo episodio è
stato accompagnato da un altro gesto non meno ignobile: il fuoco appiccato
agli indumenti e ai medicinali raccolti per i palestinesi del Libano. Ha scritto
«l'Unità» in un corsivo intitolato «Barbari»:
«Non si può escludere che tanto il vergognoso attentato contro
la sinagoga ebraica come l'incendio alla sede del Gups risalgano, se non alla
stessa mano, a uno stesso disegno diretto a creare allarme, disordine e confusione
e magari a suscitare fantasmi di antiche, indegne, discriminazioni respinte
per sempre dalla coscienza democratica del nostro popolo». Esatto: sembra
assurdo che palestinesi ed ebrei vengano attaccati simultaneamente, ma in
fondo è logico e comunque istruttivo. I fascisti approfittano sempre
delle situazioni equivoche e l'antisionismo viscerale ne favorisce le nefande
azioni. Sarò telegrafico sul secondo punto riguardante la Chiesa cattolica
il cui secolare antisemitismo fa da armonico sfondo alla giornata del 16 ottobre.
Il Concilio Vaticano ci ha sollevato dalla condanna di popolo deicida. È
molto: dopo duemila anni, abbiamo smesso di essere gli assassini di Cristo,
siamo assolti per insufficienza di prove. Questo però non ci rende
ancora cittadini pari agli altri, poiché il Concordato firmato dal
fascismo e i relativi Patti Lateranensi ci mantengono sempre, insieme alle
altre minoranze religiose, e ai laici, in situazione di inferiorità,
soggetti alle conseguenze dei privilegi riconosciuti alla Chiesa e ai suoi
ordini nelle scuole statali e confessionali, negli enti assistenziali pubblici
e cattolici. Anche in questo caso, la denuncia del Concordato non concerne
gli ebrei in quanto tali, che, abituati a ben altre discriminazioni, trovano
quelle attuali di entità quasi negligibile. La denuncia del Concordato
concerne gli italiani, e specie i romani, ad ogni scala: senza l'abolizione
dei privilegi ecclesiastici non si può concretare nessuna riforma seria,
né sanitaria, né scolastica, né fiscale, né urbanistica,
perché quei privilegi non lo consentono. Ciò è stato
dimostrato tante volte che è inutile indugiarvi. In materia, la condizione
ebraica altro non è che la cartina di tornasole dell'indipendenza e
del carattere laico della Repubblica Italiana.
E vengo all'ultimo punto, il più spinoso: l'urgenza di una revisione
delle tesi marxiste sulla questione ebraica. Problema delicato, che esigerebbe
un'ampia e approfondita disamina, ma che va almeno posto come problema senza
ulteriori dilazioni, nel comune interesse dell'ebraismo e del marxismo. È
noto che Carlo Marx scrisse, nel 1843, un famigerato libello su « La
questione ebraica» in cui si legge, per citarne solo due frasi, che
«il denaro è il glorioso Dio d'Israele, di fronte al quale nessun
altro dio può esistere» e che «l'emancipazione sociale
dell'ebreo è l’emancipazione della società dal giudaismo».
Questo rozzo o, a dir poco, ambiguo sfogo giovanile, purtroppo non mai smentito
dal Marx maturo, fondatore del socialismo scientifico, è stato spiegato
o come ricezione, dovuta ad ignoranza, dello stereotipo dell'ebreo mercante
avido di denaro, secondo i pregiudizi ispirati dalla tradizione cristiana
e dall'illuminismo militante; oppure, in chiave psicanalitica, come sentimento
di colpa per il rifiuto della tradizione avita, come rimozione della parte
«scomoda» della propria personalità, insomma come «odio
ebraico di sé». Ciò sarà o non sarà vero.
Il fatto grave però è che queste incrostazioni arcaiche e insieme
infantili, questo aspetto nevrotico di Marx venticinquenne si è ripercosso
in una sistematica diffidenza del marxismo rispetto al problema ebraico, in
un'interpretazione dell'ebraismo e della sua cultura che Antonio Gramsci avrebbe
definito peculiare del «materialismo volgare». Dei complessi di
colpa, dell'«odio di sé in quanto ebreo» di Marx può
importare poco; del resto, ha trovato un bilanciamento nell'ambito familiare,
perché sua figlia. Eleonor Marx, in completo disaccordo del padre e
con Engels, soleva iniziare i suoi discorsi ai lavoratori dichiarando «Io
sono ebrea», quando in realtà non lo era. Risulta invece di vitale
interesse che si proceda ad un integrale ripensamento marxista della questione
ebraica. Non è un argomento meramente teorico e dottrinario, perché,
come l'antisemitismo cattolico, le tesi di Marx hanno avuto e continuano ad
avere deleteri riflessi, trovando eco in quelle di Bauer e Kautsky, nella
posizione di Lenin, rispetto al Bund ebraico, in quella di Stalin e di altri
marxisti, persino di un marxista ebreo, Abram Léon, il quale, dopo
aver appartenuto al movimento della gioventù sionista-marxista, prima
rigettò il sionismo, poi l'ebraismo, infine fu ucciso nel 1945, all'età
di ventisei anni, nel lager di Auschwitz. Ebbene, se abbiamo avuto un Concilio
Vaticano che ha cancellato l'onta di popolo deicida, è lecito chiedere
un'assise marxista che, alla luce del pensiero gramsciano, smentisca una visione
così ottusa, falsa, dannosa dell'ebraismo e porti, sono parole di Gramsci,
al «riconoscimento del diritto per le comunità ebraiche dell'autonomia
culturale (della lingua, della scuola, ecc.) ed anche dell'autonomia nazionale
nel caso che una qualche comunità ebraica riuscisse, in un modo o nell'altro,
ad abitare un territorio definito». Un profondo fermento rinnovatore
qualifica in questi anni i partiti comunisti occidentali. L'eurocomunismo
o l'eurosocialismo riproblematizza principi, come la dittatura del proletariato,
che sembravano intoccabili. E, dunque, questo è il momento, quando
i valori della cultura non sono più meccanicamente considerati sovrastrutturali
e si sceglie la via del pluralismo, per realizzare una svolta decisiva del
pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica, per decretare che il
problema ebraico non va risolto con la scomparsa, con l’assimilazione
forzosa, con l’annientamento l'autoannientamento degli ebrei in quanto
tali, ciò che ha provocato e provoca laceranti discriminazioni antisemite.
Gramsci sembra incitare a questa svolta scrivendo: «Se la filosofia
della prassi (il marxismo) afferma teoricamente che ogni “verità”
creduta eterna e assoluta ha avuto origini pratiche e ha rappresentato un
valore “provvisorio” (storicità di ogni concezione del
mondo e della vita), è molto difficile far comprendere “praticamente”
che una tale interpretazione è valida anche per la stessa filosofia
della prassi… La proposizione del passaggio dal regno della necessità
a quello della libertà deve essere analizzata con molta finezza e delicatezza…
La stessa filosofia della prassi tende a diventare una ideologia nel senso
deteriore, cioè un sistema dogmatico di verità assolute ed eterne;
specialmente quando…esso è confuso col materialismo volgare».
Forse, l’iniziativa di questa revisione del pensiero marxista sulla
questione ebraica potrebbe partire proprio dall’Italia di Gramsci, e
da Roma dove, indipendentemente dalle posizioni assunte rispetto al sionismo
e allo Stato d'Israele, i comunisti sono stati sempre a fianco degli ebrei
contro l'antisemitismo fascista, sono stati sempre i primi ad accorrere in
ghetto per schierarsi con la resistenza ebraica contro il teppismo che ripetutamente,
anche in questi anni, ha compiuto gesta canagliesche in quel quartiere. È
comunque un'ipotesi da elaborare, e un auspicio.
Ho finito. La seconda parte del mio discorso sarà forse considerata,
da molti, ebrei e non ebrei, inopportuna. Forse bastava ricordare il 16 ottobre
in poche parole emotive espungendo argomenti scottanti e controversi. Mi spiace,
ne chiedo scusa; ma parlare dei morti serve nella misura in cui il loro sacrificio
contribuisca alla vita, alla crescita della libertà, all'edificazione
di un panorama culturale e civile che eviti altre infamie, altri massacri,
altre discriminazioni, altre idolatrie, altri dogmatismi, altre censure. E
poi, il Sindaco di Roma, prima di essere Sindaco, è stato mio maestro
e mi ha insegnato a non accantonare i problemi scabrosi e a non prostrare
mai la cultura all’opportunismo politico. Anche per tale insegnamento,
nutro per lui un affetto grandissimo e devoto. So che, in ogni ora difficile
e in ogni situazione rischiosa, si può fare come Giorgio Labò,
si può dire «telefona ad Argan», anche perché Argan
sa benissimo che in ogni ora difficile e in ogni situazione rischiosa, può
chiamare e contare con certezza su tutti e su ciascuno di noi.