Scomparsa di Frank Lloyd Wright
Istituto Universitario di Architettura Venezia, 10 aprile 1959
Ieri mattina, a Taliesin West, in Arizona,
Frank Lloyd Wright, quasi novantenne, ha chiuso il suo lavoro. E la notizia
spaventa, è giunta improvvisa e imprevista tanto gli anni sembravano
non incidere sulla sua personalità e sulle sue incredibili capacità
creative. Perciò siamo tutti impreparati a commemorarlo: non possiamo
dire di lui che è vissuto troppo poco, né troppo, e neppure
abbastanza. Aveva raggiunto un livello di maturità umana, civile e
artistica nel quale la nozione del tempo è distrutta, e con essa quella
di un progresso. Si può parlare di un primo periodo della sua attività,
culminante nel primo decennio del nostro secolo con l'epopea delle Prairie
Houses. Si può individuare un secondo periodo, dal 1915 al 1932-34,
caratterizzato da un ricerca plastica, da una volontà di possesso della
natura e del messaggio dei materiali. Ma è impossibile parlare di una
vecchiaia, come invece si può per tanti altri maestri ancora viventi.
Dopo la Casa sulla Cascata e gli Uffici Johnson a Racine, le opere di Wright
si susseguono in una sequenza che sfugge ai rapporti di causa ed effetto,
e sono "doni" che egli elargisce ad un mondo in cui sente di essere
tanto più solo quanto più è applaudito e onorato.
Il lavoro di Wright poteva terminare con ciascuna di questa opere, senza distinzione.
Si è chiuso con due edifici ed un libro: un museo e una sinagoga, e
un volume intitolato "A Testament". Aveva bisogno di altre prove,
di altre affermazioni, di altro successo? No, Wright da molti anni sentiva
di aver compiuto la sua missione, di aver donato al mondo una visione dell'architettura
come strumento ed espressione di una democrazia in cui l'individuo è
sovrano, di aver concretato questa visione in ogni possibile modo. Non era
felice ma, figlio di un missionario, aveva imparato sin da bambino a non ricercare
la felicità, o a intenderla soltanto nella fenomenologia quotidiana,
nell'esperienza lenta del lavoro. Aveva avuto un'aspirazione: quella di creare
una scuola, una comunità di giovani capaci di continuare la sua via.
La Fondazione di Taliesin era questo?
Diceva pubblicamente di sì, ma in privato confessava di dubitarne,
e non si trattava dell’impossibilità di trasmettere metodi o
principi della composizione architettonica, quanto metodi e principi di vita.
I giovani che, da ogni paese del mondo, andavano a Taliesin non erano mediocri
sul terreno professionale, ma su quello umano. Appartenevano a generazioni
di cui Wright non poteva comprendere i problemi, ad un'America ormai remota
dal pionierismo e a un'Europa avvilita da decenni di dittature e di guerre.
Egli intuiva che i suoi principi non potevano essere applicati nella loro
rappresentazione architettonica, senza realizzarsi prima in un sistema di
vita coraggioso, intrepido, scevro di calcoli, di conformismi, di convenzioni.
I giovani accettavano la sua architettura e, per entusiasmo e amore, ripetevano
il suo pensiero; ma la loro struttura morale non poteva reggere a lungo ad
una situazione intimamente artificiosa, per sostenere la quale la volontà
non basta, ma occorre la vocazione. Artificioso risultava anche il tentativo
di produrre a Taliesin condizioni di vita diverse da quelle attuali, fondando
una comunità libera e isolata dal mondo, in cui ognuno potesse ritrovare
le proprie energie spontanee per scaricarle poi nell'attività architettonica.
La presenza di un genio conferiva alla comunità di Taliesin una coloritura
paternalistica, di cui Wright si rendeva conto. Perciò, in questi ultimi
anni, la speranza di veder continuare il suo lavoro era in larga misura svanita
o si era appena attenuata. Ritrovano l’uomo e l’opera in una specie
di serena scommessa. L’America e il mondo si erano finalmente svegliati.
Non per abbracciare le idee di una vita o di un’architettura organica,
ma per riconoscere la grandezza del suo apostolo. E Wright pensava che questo
fosse un mezzo per spiegarsi, in fondo, e persuadersi della necessità
di una nuova cultura. Ogni suo edificio significava un passo avanti nella
lunga strada di questa affermazione: che fosse la sua architettura anziché
le sue idee a prevalere non aveva in fondo importanza perché la sua
architettura riassumeva e proiettava non solo le sue idee, ma una totale concezione
della vita. Da ogni angolo della terra nelle ultime ventiquattro ore sono
partiti migliaia di telegrammi diretti a Taliesin. Un'ora dopo la morte di
Wright le agenzie giornalistiche europee chiedevano dichiarazioni agli architetti
che avevano conosciuto, amato, seguito il maestro. Avviene sempre così;
ma è sembrato ieri che si organizzasse addirittura uno sfruttamento
pubblicitario sulle emozioni di ciascuno di noi, quando era il momento per
riflettere silenziosamente.
Perché non c'è davvero nulla da commemorare su di lui, commemoriamo
noi stessi, affranti, mutilati dalla sua scomparsa. È evidente che
per noi Wright è stato molto più di un grande architetto, da
ammirare o da illustrare; ha costituito un vettore, un motivo, una linea-forza
infranta con la quale non la mera storia architettonica, ma la storia in generale
appare disperatamente impoverita. In una società che corre il continuo
pericolo di essere sommersa dal proprio scetticismo, dalla propria pigrizia,
dalla propria viltà, potevamo rivolgere il pensiero a Wright e dire:
«C'è lui a dimostrare che l'individuo è sovrano e che
la libertà è un principio operante, attualissimo, indispensabile
a tutti. In una civiltà in cui si diventa vecchi a venti anni, potevamo
indicare lui vitale e indomito, incapace di ripetersi e di imitare se stesso
a 90 anni». Persino in quegli sciagurati che individuano lo scopo della
vita nel successo potevamo incuneare un dubbio, proprio dimostrando come Wright
ne avesse raggiunto uno massimo senza deflettere dai suoi principi, senza
mai confondere -questo era il suo fondamentale principio- il bello con il
curioso.
Insomma Wright incarnava l’esempio prima che dell’architettura,
della vita dell’architetto, condizione di ogni architettura.