Mostra su Michelangiolo Architetto
Nel 1964 il testamento di Palmiro Togliatti, noto come il “Memoriale di Yalta”, riorienta la politica dei comunisti italiani. Hans Scharoun realizza la Philarmonie di Berlino, mentre Alvar Aalto ripiega su uno studio neoclassicista. La mostra critica delle architetture di Michelangiolo rivela la valenza del suo genio pop. Giovanni Michelucci erige la Chiesa dell'Autostrada a Firenze, Le Corbusier inventa per Venezia una “macchina per guarire”, un ospedale transenna della laguna.
Michelangelo in prosa
Presentazione della mostra
18 febbraio 1964. Cade quest'anno il quarto centenario
della morte di Michelangiolo. Il presente fascicolo ne apre le celebrazioni.
È giusto che l'iniziativa parta da un organo di architettura moderna:
serve a convalidare il secondo tempo del moto di rinnovamento, quello impegnato
nella storicizzazione del fare contemporaneo, in una critica attiva e promotrice
che sa allargare i suoi orizzonti al passato, e brucia i residui estrinseci
dell'avanguardia ma ne difende e stimola l'impulso.
Ragionare su Michelangiolo non significa concedersi ad un mero atto contemplativo,
divagando rispetto ai problemi che questa rivista affronta ogni mese. All'inverso,
offre un mezzo fecondo per riesaminare i temi più attuali e pregnanti
da un osservatorio solo in apparenza distaccato. Spogli dell'aureola eroicizzante
e delle retoriche fumosità sparse dalla letteratura encomiastica,
i progetti e gli edifici di Michelangiolo pongono interrogativi urgenti
agli architetti moderni, e perciò esigono una rilettura condotta
in chiave della nostra sensibilità. Precisiamo gli obbiettivi: chi
studia Michelangiolo è immediatamente incitato ad affrancarsi dai
precetti accademici e dalle regole classicistiche, anche da quelle del XX
secolo; di più, afferra o almeno intuisce che vi è un metodo
per compiere l'operazione.
Basti accennare ad alcuni quesiti critici. Anzitutto, la poetica del non-finito,
oggetto di molteplici interpretazioni nel campo della scultura, ma tuttora
da indagare sul terreno della fenomenologia architettonica. Nessun edificio
di Michelangiolo fu portato a termine: alla Laurenziana manca l'ambiente
a pianta triangolare nel fondo della sala di lettura; il Palazzo Senatorio
è privo del baldacchino che doveva raccogliere i vettori ascendenti
dello scalone e, del resto, il disegno del Campidoglio venne sconvolto persino
nelle uniformi cadenze dei volumi laterali e nelle loro testate; la mole
dei Farnese restò senza fronte posteriore e, peggio, senza la prevista
connessione all'altra sponda del Tevere. San Pietro, com'è noto,
fu dilacerato dal prolungamento della navata che ne sovvertì l'impianto
stereometrico anche in relazione al perno di San Giovanni dei Fiorentini;
infine il Vanvitelli distrusse l'immagine di Santa Maria degli Angeli còlta
e trascelta nella narrazione delle terme dioclezianee. Nessuno crede più
che si tratti di accadimenti fortuiti; sono conseguenze di uno specifico
atteggiamento creativo, di una poetica appunto il cui arcano movente è
affatto sfuggito alla critica accademica, ma che noi oggi possiamo recuperare.
Ostili all'opera chiusa, isolata dal contesto ambientale, immune alle trasformazioni
del tempo, degli uomini e degli usi, ci rivolgiamo alla storia per individuarvi
i riferimenti di un'intenzione vivida e calzante, ma ancora largamente inespressa.
Ed ecco ergersi il non-finito michelangiolesco, il metodo di una "formazione"
che rifiuta di serrarsi entro una "forma" oggettiva, e s'affida
alla crescita organica, ad una legge di sviluppo aperto di cui ha fornito
la matrice.
Come urbanista, Michelangiolo è quasi interamente da scoprire. Ma
il suo processo di formazione della città può essere illuminante
per noi. Non tracciò un Piano Regolatore, poiché era ribelle
alle concezioni statiche sia dell'arte che della vita sociale. Agì
per polarizzazioni architettoniche, fulcri di un sistema capace di espandersi
poi spontaneamente: confermò il centro civico sul colle capitolino;
quello residenziale attorno alla piazza Farnese; quello religioso a San
Pietro. Rettificò la strada Pia costruendo una porta cardine dell'Asse
che dal Campidoglio si prolunga nella Nomentana; ne dilatò l'incidenza
in direzione di Santa Maria degli Angeli, e quindi della campagna, di Santa
Maria Maggiore, dell'Esedra. La vocazione al non-finito valse a frenarlo
dall'ambizione di ideare una forma urbana astratta, ma dalla basilica vaticana
a Sant'Agnese fuori le Mura intervenne mediante una serie di grandiosi cantieri
atti ad enucleare "emergenze" architettoniche destinate a guidare
la crescita della città. È un criterio da meditare ed approfondire,
da verificare anche in scala territoriale, specie in una fase dell'urbanistica
moderna in cui si punta sui centri direzionali, sui nuclei e sulle aree
di industrializzazione.
Anche confinando il discorso all'architettura nel senso restrittivo del
termine, comprendere a fondo Michelangiolo appare oggi vitale. In primo
luogo, perché in un'età manieristica quale attraversiamo il
suo esempio è rivelatore: alla crisi del classicismo rinascimentale
egli offrì una risposta anomala e discorde, eversiva e non solo elegantemente
deformatrice. Scevra di compiacimenti virtuosistici e di metafisiche fughe,
questa risposta aggredisce ogni canone proporzionale, comprime e dilata,
comunque carica di energia esplosiva la materia spalancando l'involucro
murario; soverchia e mina la "scatola" plastica finanche quando
assume le dimensioni di una montagna, come nell'abside vaticana.
Il secondo motivo riveste un'importanza maggiore. Si suole ripetere che
Michelangiolo è scultore anche quando architetta. È un luogo
comune che non ha riscontro nei fatti, poiché il suo genio creativo
culmina proprio nella formazione degli spazi e nel manipolare la luce che
li invera. Del resto, si osservino i fogli delle fortificazioni fiorentine:
neppure il più ardito artista barocco ha mai inventato simili cavità
informali. Vincent Scully, nove anni fa, propose un raffronto tra Michelangiolo
e Wright, ma in verità nemmeno il maestro di Taliesin ha concepito
ambienti di tale libertà travolgente, paesaggi edilizi così
inediti, strutture tanto scarnificate e protese. Non solo Le Corbusier,
Gropius o Mies, ma anche l'espressionismo più spregiudicato ed eretico
impallidisce al cospetto.
Questi rapidi cenni critici servano come invito a sfruttare le manifestazioni
di quest'anno per rileggere, con occhio moderno, le opere di Michelangiolo.
Il programma delle celebrazioni comprende libri, mostre, dibattiti, congressi,
films. Per ciò che attiene all'architettura, è in corso di
stampa presso l'editore Einaudi un grosso volume cui hanno contribuito Giulio
Carlo Argan, Franco Barbieri, Aldo Bertini, Sergio Bettini, Renato Bonelli,
Decio Gioseffi, Roberto Pane, Paolo Portoghesi, Lionello Puppi. È
stato redatto dall'Istituto di Storia dell'Architettura di Venezia che lanciò
per primo, sin dal lontano ottobre 1960, un appello diretto ad utilizzare
la scadenza del '64 come una grande occasione di cultura. L'Italia ufficiale,
tronfia, accademica ed improvvisatrice, manca anche questa volta all'appuntamento
culturale; ma il richiamo ha stimolato numerosi studiosi ed alcuni istituti
universitari.
A Venezia gli studenti di architettura hanno lavorato per tre anni su Michelangiolo
raccogliendo un ingente materiale documentario e critico che sarà
esposto in una mostra e più tardi conservato ed arricchito in un
museo a Querceta. In queste pagine s'illustra una piccola parte del loro
lavoro, dando il maggior risalto alle fotografie riprese dai ponteggi costruiti
per condurre i rilievi, ed ai modelli eseguiti con l'assistenza del pittore
Mario Deluigi. Un esperimento didattico nuovo, questo ultimo, in cui la
critica architettonica si esplica non in parole, ma nel linguaggio stesso
degli architetti, nella realtà tridimensionale.
Questo fascicolo è dedicato agli studenti dell'Istituto Universitario
di Architettura di Venezia non solo perché pubblica i loro modelli,
ma perché è stato compilato nel momento in cui, chiamato all'Università
di Roma, ho lasciato, con indicibile rimpianto, la cattedra di storia tenuta
per quindici anni. Specie nel corso degli studi michelangioleschi abbiamo
sperimentato una temperie scolastica che prefigura una riforma, nelle strutture
e nel costume. Abbiamo mostrato che la riforma è concretamente possibile,
e cioè che: 1) l'università è capace di produrre cultura,
non solo di trasmetterla, ed anzi nell'impegno produttivo sta lo strumento
idoneo per apprendere; 2) il coordinamento tra le discipline in cui oggi
si smembra l'insegnamento architettonico è attuabile, a condizione
che il metodo che lo ispira sia quello storico; 3) nell'officina universitaria
così riformata scompare la distinzione tra docenti e studenti, che
è ancora largamente intesa come distinzione di casta. Chini a decifrare
i fogli di Casa Buonarroti, non c'erano professori né allievi: ricercavano
insieme.