Per la costituzione dell’In/arch, Istituto Nazionale di Architettura
Ridotto del Teatro Eliseo, Roma, 26 ottobre 1959
Cari colleghi,
l'idea di costituire un Istituto Nazionale di Architettura è emersa
nel seno della sezione italiana dell'Unione Internazionale degli Architetti
(UIA). Non è un caso. Per i suoi compiti, la nostra sezione UIA è
venuta a contatto con le organizzazioni di architettura di molti paesi,
ha visto come funzionano, ne ha analizzato la struttura. L'idea di un Istituto
Nazionale di Architettura è sorta quasi spontaneamente. Dagli Stati
Uniti all' Australia, dall’Inghilterra al Brasile, dalla Svizzera
all'Argentina, ovunque nel mondo esistono Istituti di Architettura, alcuni
fortissimi, altri meno, tutti operanti. Soltanto l'Italia non ha un organismo
del genere, una casa dove coloro che producono l'architettura si ritrovano,
concordano il loro lavoro, dibattono problemi, predispongono strategie per
incidere negli orientamenti della classe dirigente, nella vita del paese,
nell'opinione pubblica. Questo vuoto è stato parzialmente colmato
ora dall'Associazione fra i Cultori di Architettura, ora da un'Associazione
Architetti, in qualche regione da un Collegio, spesso da enti di carattere
professionale che hanno aggiunto alle loro già onerose funzioni alcune
attività culturali. La stessa UIA, organizzando due convegni, si
è assunta un carico che, all'estero, grava sugli Istituti Nazionali
di Architettura. Tale è la situazione: un contesto di ottime intenzioni,
un'interessante serie di iniziative che hanno vita breve e momentaneo successo.
Nulla di istituzionalizzato, quindi nulla di solido, nessuna garanzia di
continuità. Ma c'è subito da domandarsi: sentiamo veramente
il bisogno di un simile Istituto? A questo interrogativo risponderete voi.
Qui basti constatare che quanto gli Istituti di Architettura attuano negli
altri paesi, da noi o viene realizzato in forme episodiche, oppure non viene
realizzato affatto. I migliori Istituti di Architettura stranieri, dopo
la guerra, tennero corsi di aggiornamento per ingegneri e architetti che
tornavano alla professione; sistematicamente organizzano seminari, o cicli
di conferenze, su aspetti dell'economia edilizia, sulle moderne tecniche
e i nuovi materiali; svolgono un'intensa attività culturale con vivaci
dibattiti e confronti sulle varie tendenze progettuali; promuovono mostre
di architetti, o di architetture scolastiche, ospedaliere, residenziali,
industriali; assegnano premi che hanno vastissima risonanza; collaborano
all'insegnamento attraverso concorsi riservati agli studenti. Inoltre, dopo
e insieme a tutto questo, si rivolgono agli altri, ai consumatori dell'architettura,
stimolano la clientela con scritti, esposizioni, riunioni dirette a far
conoscere agli utenti cosa i produttori hanno da offrire. Tramite gli Istituti,
architetti e ingegneri edili corroborano la loro azione, l'ampliano, l'ingranano
nella società. Nelle ultime elezioni inglesi, sia il partito conservatore
che quello laburista hanno sottoposto all'elettorato circostanziate e analitiche
piattaforme riguardanti l'architettura. Chi le aveva elaborate? È
evidente, uomini del Royal Institute of British Architects di orientamento
politico opposto: avevano una sede comune, affrontavano problemi analoghi,
parlavano un linguaggio concordato, potevano dunque dire cose diverse.
In Italia invece tutti i partiti dicono le stesse cose in materia di architettura,
perché non dicono nulla di impegnativo. Non abbiamo un ente che possa
sollecitarli a scelte precise. L'architettura non ha un suo organo propulsore,
non ha una propria rappresentanza. Possiamo citare innumeri esempi. La Triennale
di Milano annovera, tra i suoi fini istituzionali, l'allestimento di mostre
architettoniche, che da anni non organizza od organizza male; fortunatamente,
in Lombardia esistono un Collegio e un Movimento Studi di Architettura;
altrimenti, alla Triennale non succederebbe nulla, poiché tutti rappresentano
e perciò nessuno rappresenta l'architettura. Ci sono i premi Marzotto:
perché non sono stati istituiti anche per l'architettura? È
chiaro, nessuno lo ha proposto, perché nessuno difende l'architettura.
Non parliamo di eventi culturali: muore Frank Lloyd Wright, uno dei massimi
geni della vicenda architettonica, o scompare Bernard Berenson, uno storico
il cui pensiero e costume critico incidono largamente anche in architettura;
ebbene, in Italia non vi è una sola commemorazione solenne di queste
due personalità. Chi dovrebbe promuoverla? I consigli o la federazione
degli Ordini, l'ANIAI, l'UIA? Non lo fanno, non l'hanno mai fatto, perché
non è nei loro obiettivi. Dunque gli architetti italiani sono dei
selvaggi, e non degli intellettuali o degli artisti? Neppure questo è
vero. La diagnosi è semplice: non abbiamo istituzionalizzato la nostra
attività culturale, che quindi fa acqua da tutte le parti. Vantiamo
un record di brillantissime iniziative, dai premi Olivetti ad alcune riviste
qualificate e diffuse, ma esse non creano un costume, non garantiscono una
crescita e uno sviluppo, perché manca un centro di coordinamento
e propulsione, un Istituto Nazionale di Architettura.
Un raffronto con ciò che avviene in urbanistica si impone. Debole
per tanti versi, osteggiato, portavoce degli interessi di una pianificazione
statale, regionale, provinciale e comunale che lo Stato recepisce scarsamente
- le regioni non sentono affatto, le province forse sentirebbero ma non
possono concretare, i comuni avvertono ma non hanno i mezzi per rendere
operativi, esponente di tematiche della vita associata incomprese dai più
- malgrado tutto, l'Istituto Nazionale di Urbanistica è un organismo
a carattere stabile, che ha superato anche i passaggi più spinosi
della storia del paese; mobilita l'opinione pubblica nei suoi congressi,
intesse con la classe dirigente un colloquio sistematico, una costruttiva
dialettica di consensi e opposizioni. Se avessimo in architettura un Istituto
paragonabile a ciò che è l'INU per l'urbanistica, disporremmo
di una forza immensa, travolgente; ve ne potete rendere conto paragonando
il peso di un piccolo nucleo di urbanisti che svolge un'azione contro corrente
alla potenzialità delle migliaia di professionisti attivi in architettura.
Dietro l'urbanistica non c'è nessuno, a eccezione di poche decine
di persone illuminate, e vastissimi interessi sono contro; dietro l'architettura
vi sono complessi, enormi interessi, tutti miranti a incrementare il lavoro;
un Istituto Nazionale di Architettura può dunque avere un prestigio
e una fortuna nemmeno pensabili, per ora, nel campo urbanistico.
Forse, dovrei fermarmi qui: le ragioni esposte sono sufficienti a determinare
la costituzione di un Istituto Nazionale di Architettura. E invece il discorso
serio comincia solo adesso. Tutto ciò che ho detto è ovvio,
scontato. Se gli scopi del nostro Istituto fossero limitati alle prospettive
elencate, esso non si realizzerebbe o nascerebbe male, dacché non
si possono ricalcare le orme di enti impostati cinquant'anni o un secolo
fa, anche se le attività che essi svolgono sono tuttora necessarie.
Perché un'impresa impegni e appassioni, specie in un periodo di prosperità
e perciò di fiacchezza morale, occorre che sia originale, presenti
un rischio, imponga un esperimento coraggioso. Senza dubbio, anche nell'ambito
della cultura architettonica destinata agli ingegneri e agli architetti
c'è moltissimo da fare per stabilire un ponte tra produttori e consumatori
di architettura; ma la struttura organizzativa per raggiungere questi obiettivi
non può essere quella tradizionale degli Istituti di Architettura
esteri, non può consistere nel creare un ennesimo ente a carattere
professionale anche se con mansioni specificamente culturali.
Arriviamo ultimi, bisogna almeno arrivare bene; anzi dobbiamo arrivare primi
nel configurare un orientamento così attuale, aperto e inedito da
costituire; un indice anche per le forze architettoniche di altri paesi.
Il tema dunque si allarga, spalanca i suoi orizzonti. Di che si tratta?
Semplicemente della sorte degli intellettuali in una società condizionata
dai mass-media e quindi dalla cultura di massa; segnatamente, fra gli intellettuali,
della sorte di coloro che professano l'architettura nel quadro della produzione
edilizia a scala, seconda metà del XX secolo. Si tratta insomma di
riesaminare la struttura della nostra professione nella società contemporanea,
nell'epoca della seconda rivoluzione industriale e dell'energia atomica.
In un'intervista pubblicata sul settimanale "L'Express" di Parigi,
il celebre romanziere Arthur Koestler constatava che lo slittamento verso
una cultura uniforme e stereotipata è divenuto un fenomeno irresistibile.
I mezzi di comunicazione moderna creano una cultura controllata a reazione.
Tra l'intellettuale e il suo pubblico si è interposto il microfono,
che non soltanto impone all'intellettuale di parlare a una platea sterminata,
sconosciuta e indifferenziata, ma permette anche a chi gestisce il meccanismo
delle informazioni di rilevare, entro poche ore, le reazioni dei consumatori
e quindi di condizionare la produzione a livelli sempre più bassi.
Di fronte al dilagare dei mass-media, la minoranza degli intellettuali è
in stato di impotenza: un’inquietudine profonda la pervade, un senso
di distacco dalla società la condanna a un isolamento drammatico
e spesso disperato, tanto più grave quanto meno l’intellettuale
ne è cosciente. L'intellettuale soffre, fatica, dedica se stesso
al lavoro; ma nel momento in cui ne traccia un bilancio si accorge di aver
appena scalfito la realtà, di averla soltanto aggettivata senza inciderne
la sostanza. Il nostro bilancio è in deficit assai più di
quello degli intellettuali del passato poiché essi, anche non ottenendo
il successo, potevano contare sulla fedeltà di una ristretta clientela
e puntare sul riconoscimento dei posteri, mentre gli intellettuali d'oggi
sono immersi in una produzione che non lascia loro né il tempo, né
la serenità, né l'agio di pensare, preclude la via del ritiro,
e fa sì che l'infarto o il cancro li sorprenda quando ancora non
hanno avuto modo di riflettere su se stessi, sulla loro funzione nel mondo,
sul rapporto con gli altri. Perciò gli scompensi psicologici aumentano
con ritmo pauroso, file di intellettuali si allineano nei gabinetti degli
psicanalisti; per difendersi dalla corrente amalgamatrice, per salvarsi,
ognuno cerca di costruire un proprio castello, un proprio regno, una serie
di difese contro il mondo ma, in tale processo l'equilibrio diviene sempre
più instabile, crolla, per un motivo qualsiasi, di regola anzi senza
nessun motivo. Nell'età dell'automazione e dei voli interplanetari,
la classe degli intellettuali e degli artisti, che dovrebbe dominare il
tempo libero finalmente elargito dal processo industriale alla maggioranza
degli uomini, proprio quella classe che ha stimolato nel mondo la curiosità
degli spazi e che gli spazi ha descritto e figurativamente rappresentato
nell'ora del suo trionfo, è in stato di disfacimento e liquidazione.
La prosperità esteriore può ingannare gli altri, non gli intellettuali
stessi che, ogni giorno di più, si sentono fuori del gioco. Che c'entrano
gli architetti in questo tenebroso quadro? Apparentemente poco, in quanto,
per alcune doti di estrinsecazione espressiva, la professione li favorisce
rispetto agli altri intellettuali, offre loro maggiori gratificazioni, li
rende meno ricettivi e sensibili, immunizzandoli in parte da verticali crolli
psicologici. Tuttavia, a ben vedere, il loro destino è comune a quello
di tutti gli intellettuali, poiché i contrasti, le antitesi, le lacerazioni
tra individuo e società raggiungono anche in architettura un'intensità
spaventosa, un grado di schizofrenia. La scissione tra cultura ed economia
nel campo architettonico è oggi tale da indurre a definire l'età
in cui viviamo come l'età del paradosso.
Registriamo infatti questa incredibile situazione: gli architetti e l'industria
edilizia sono non solo separati, ma agli antipodi. Ogni volta che vediamo
demolire una casa, anche se non ha alcun valore artistico, proviamo un senso
di amputazione, non sospettiamo neppure che al suo posto possa sorgere un
edificio migliore; pensiamo subito a una legge economica che farà
costruire più vani e più piani, che aumenterà il numero
degli abitanti e delle automobili parcheggiate per strada. I produttori
dell'architettura sono così in continua polemica con le forze che
permettono di produrre l'architettura. E poiché l'iniziativa economica
è assai più pressante e veloce di quella culturale, gli architetti
sono ridotti alla periferia del fenomeno edilizio, in stato di passività,
servono l'iniziativa economica, ma senza convinzione profonda e perciò
senza vera possibilità di ispirazione poetica; il giudizio sui contenuti
dell' architettura sembra sfuggire al campo decisionale degli architetti
in un'epoca in cui l'invenzione del programma edilizio costituisce il primo
atto della creatività architettonica. Cosa rimane? La forma in senso
epidermico, magari tridimensionale anziché di mera facciata, ma comunque
estrinseca non essendo dettata dalla passione per il tema. Sul terreno psicologico,
poi, il fenomeno più paradossale è questo: tutti gli architetti,
a parole, inorridiscono al solo nome della Società Generale Immobiliare,
ma tutti, o quasi, ne sono al servizio o sono complici di aziende immobiliari
anche peggiori.
Il verdetto è automatico, la diagnosi chiarissima: infranto il rapporto
tra economia e cultura, l'architettura è in stato di paralisi. Circolo
vizioso.
Nessuno di noi, da solo, ne esce più: non il professionista che,
malgrado tutto, deve campare; né lo storico d'architettura, costretto
ad apparire non un alleato degli architetti moderni, ma un loro fustigatore;
né il costruttore, che sente ogni sua iniziativa giudicata negativamente,
quasi l'intento imprenditoriale fosse a priori deplorevole. Non ne esce
l'amatore di architettura, obbligato a ripiegare sui romanticismi nostalgici
della vecchia Roma, della vecchia Milano, della vecchia Napoli, tagliato
fuori da una vera collaborazione con l'attività moderna. Non ne escono
i geometri considerati schiuma della terra, rifiuto, da ingegneri e architetti
che spesso compiono obbrobri assai più vistosi dei loro. Non ne escono
i banchieri, i controllori del credito, a cui nessuno dice dove, quando,
come i finanziamenti dovrebbero essere concessi per risultare più
utili. Non ne esce l'amministratore locale, cui l’urbanista consegna
un Piano Regolatore che nessuno vuole, che gli operatori economici e i costruttori
per primi, ma non ultimi anche gli ingegneri e gli architetti, coadiuvano
a sabotare. Non ne escono i parlamentari e gli uomini di governo, sollecitati
in direzioni diverse e spesso contrastanti da architetti, ingegneri, costruttori,
operatori economici, giornalisti, critici, amministratori locali. Insomma,
è la sclerosi dell'architettura come atto di cultura integrata. Il
divario tra cultura ed economia è divenuto un baratro, e allora la
cultura si ritira in astrazioni, cessa di essere engagée, cade nel
solipsismo e nel pessimismo, mentre l'economia si trasforma in bruta speculazione
e, là dove incrocia la politica, contribuisce alla corruzione e al
sottogoverno.
Si può migliorare la situazione, per dare all'attività architettonica
il prestigio che le compete? Chi non lo crede, ritenendo che la società
italiana sia irrimediabilmente corrotta, è pregato di accettare le
scuse del comitato promotore di questa riunione per il disturbo arrecatogli.
Gli altri... nutrono dubbi, molti e gravi. Nessuno pensa che sia facile
superare la paralisi in cui si trova l'architettura. A cosa porteranno le
nostre perplessità? Lo vedremo tra breve. Se le titubanze prevalgono,
possiamo rimandare sine die il varo dell'Istituto Nazionale di Architettura.
In caso contrario, se decidiamo di saltare il fosso, lo faremo con una tenacia
derivante dalla convinzione che non c'è altra via; non con superficiale
ottimismo ma sicuri che, senza questa rischiosa avventura, l'architettura
continuerà fatalmente a perdere terreno. In uno scritto autobiografico,
Pierre Mendès-France raccontava di quando, dopo il crollo francese,
era riparato in Inghilterra e partecipava, nell'armata di De Gàulle,
alla battaglia aerea di Londra. Aveva una paura folle che gli provocava
irrefrenabili conati di vomito: saliva in aeroplano, combatteva e, scendendo
a terra, vomitava; poi, rimontava in aeroplano. In circostanze assai meno
drammatiche ma altrettanto serie per l'architettura, ci troviamo in una
posizione analoga. Si può rinunciare a volare, e non si fa l’Istituto;
chi vuol farlo, deve aver paura ma non temere di averla conoscendo i rischi
e accettando l’avventura.
Oggi è assurdo pensare a un Istituto di Architettura di vecchio stampo,
affine a quelli fondati decenni or sono in società affatto diverse:
un Istituto che organizzi un circoletto di conferenze, un congressetto ogni
anno, qualche pubblicazioncina, e si perda in questioni meschine se, per
esempio, vi debbano essere ammessi i critici d’arte o i costruttori
o i geometri o i banchieri. Abbiamo già salde istituzioni professionali
dagli Ordini all'ANIAI; non vogliamo doppioni. Se l'Istituto Nazionale di
Architettura va creato, i suoi orizzonti devono essere ampi, l'obiettivo
dell'incontro tra produttori e consumatori, che coincide con quello dell'integrazione
tra cultura ed economia, deve essere costantemente presente. Sono state
avanzate le riserve più strampalate all'idea di fondare l'Istituto:
c'e chi paventa che gli Ordini si offendano, che l'ANIAI vi individui un
ente rivale, che gli architetti, (oh mammole puritane!) si corrompano a
contatto con i costruttori o sfigurino vicino ai critici d' arte; e ancora,
chi pretende che l'Istituto sia una federazione delle organizzazioni professionali
esistenti, o si chiami Istituto Nazionale di Edilizia e non di Architettura,
o Centro-studi, o Movimento.
Tutte queste recriminazioni e controproposte nascono da un equivoco, dal
sospetto cioè che si voglia un Istituto di Architettura di vecchia
formula, nello stesso spazio occupato almeno parzialmente dagli Ordini,
dalla Federazione degli Ordini, dall'ANIAI, dall'UIA, dai Collegi o dalle
Associazioni di Ingegneri e Architetti. Nulla di questo: qui si intende
configurare qualcosa di assolutamente diverso, che risulterà in un
solenne fiasco oppure in un'iniziativa nuova, straordinariamente efficace.
Eleviamo dunque il discorso al di sopra di queste beghe, delle gelosie settoriali
di architetti e ingegneri, pensiamo al destino dell'architettura nell’insieme
e ai suoi ingredienti economici, politici, sociali, artistici. Nessuno vi
chiede atti di altruismo o sacrifici. Al contrario.
L’Istituto, per risultare efficace, deve rispondere all'interesse
diretto, egoistico, di chi professa l'architettura, ed essere gestito da
uomini convinti che, attraverso il loro lavoro nel nuovo organismo, saranno
più soddisfatti e felici, quindi più utili al paese.
Cosa farà l’Istituto Nazionale di Architettura? Qual'è
il suo programma? Nessuno lo sa. Potrei tracciarvi un calendario dettagliatissimo
per cinque anni; ma i programmi, anche i più seducenti, non servono
se non corrispondono a una struttura di interessi; e viceversa, quando la
struttura esiste, i programmi discendono da soli. Prima di discutere gli
articoli dello statuto, prima di sapere quel che fa, importa sapete quello
che è l'Istituto. È il luogo, il tavolo intorno al quale si
incontrano le forze che producono l'architettura: industriali, banchieri,
costruttori, ingegneri e architetti, fino ai critici d'arte e agli amatori
di architettura.
Ci confronteremo; esamineremo in condizioni di parità, e non in quelle
di subordinazione tra cliente e architetto, fino a qual punto i vari interessi
possano conciliarsi. Cosa vogliono gli operatori economici? Guadagnare costruendo:
è forse illegittimo? Cosa vogliono i critici d'arte? Difendere il
paesaggio urbano e rurale: è sacrosanto. Ma è mai possibile
che, per costruire, occorra rovinare le città o, per difenderne i
monumenti, sia necessario vietare le costruzioni? Una strada comune, pur
con grandi difficoltà, si deve trovare, altrimenti ci fermeremo all'attuale
paralisi, per cui le città e il paesaggio vengono deturpati, la ricchezza
nazionale è almeno in parte sperperata, i costruttori considerano
gli architetti degli ingenui o dei pazzi, i critici elevano le loro proteste
ma senza riuscire a evitare i disastri, perché arrivano quasi sempre
troppo tardi. L’Istituto di Architettura deve essere un centro dove
i vari personaggi della scena architettonica, dagli industriali ai giornalisti,
finora isolati, trovino un canale di comunicazione, la sede di sinceri e
chiari dissidi, lo strumento per rompere la segregazione. La cultura ha
tutto da guadagnare e niente da perdere; oggi, nel 99,99 per cento dei casi,
la cultura e la professione architettonica sono a servizio passivo della
speculazione. Gli architetti invero non possono essere corrotti. Il proverbio
«il peggio non è mai morto» qui non funziona. Il peggio
c’è già. Cosa può nascere da una collaborazione
di questo tipo, tra forze così eterogenee? Il minimo: l'educazione
dei clienti. Il massimo: un'edilizia liberamente pianificata e tale da sostanziare
l'attività urbanistica.
Sull'educazione dei clienti non occorre indugiare. L'Italia è l'unico
paese del mondo civile i cui fruitori di architettura non siano oggetto
di attenzione, di pressione didattica. Il risultato è che la nostra
storia architettonica, appare, sempre più, ingemmata di occasioni
perdute. Organizzeremo mostre nelle grandi città e in provincia,
inviteremo i maggiori architetti stranieri, esporremo esempi di ciò
che si ha all'estero nei vari campi, valorizzeremo i progettisti italiani
e le loro opere più qualificate; istituiremo premi in ogni regione,
diffonderemo opuscoli diretti ora ai parlamentari, ora agli amministratori
locali, ora ai costruttori, ora alle masse dei consumatori. Il pubblico
c'è, la congiuntura è fortunata, ma non sappiamo sfruttarla.
Nessuno di noi, da solo, può farlo: non i professionisti, tutti presi
dal loro lavoro; non gli storici e i critici impegnati in attività
scientifiche di livello universitario; non i giornalisti che non sanno a
chi e dove rivolgersi. Solo un Istituto Nazionale di Architettura può
affrontare il compito: è nell'interesse di tutti ampliare e qualificare
i consumatori di architettura, la massa di gente che usa i nostri prodotti.
L'obiettivo massimo è invece programmare l'iniziativa economica nel
campo edile fino a portarla a scala e a livello urbanistico. Bisogna guardare
al domani, a imprese assai più vaste di quelle del «villinetto»
che si trasforma in palazzina, dell'attico che sporge o del superattico
che viola il regolamento edilizio. Queste forme di speculazione minuta sono
uno strascico artigianale, un residuo del mondo di ieri: nel futuro ci troveremo
di fronte a iniziative massicce, a programmi edilizi che investono centinaia
e centinaia di ettari. Gli intellettuali, ingegneri e architetti devono
scegliere: porsi ai margini della realtà, o alla testa delle forze
imprenditoriali. L'idea dell'Istituto Nazionale di Architettura è
una sfida: sono capaci gli architetti di concepire e dar forma a grandi
piani edilizi proficui per chi li intraprende, e insieme utili per il paese
e per l'arte? Se non lo sono, l'ambizione di creare un Istituto di Architettura
è illusoria e assurda, ma c'è di peggio: è sbagliata
la struttura della nostra professione, il mestiere dell' architetto si riduce
a un'attività parassita di disturbo. Il mondo va avanti, gli architetti
rimangono indietro. Accadono cose straordinarie. Nell'ultimo congresso del
Partito Socialista, Riccardo Lombardi dichiara: «il socialismo non
si fa più con gli scioperi, ma attraverso il controllo degli investimenti
statali», sovvertendo la concezione tradizionale classista e aprendola
ai temi del New Deal; ma gli architetti arrivano all'ultimo momento, a programma
edilizio già elaborato, quando tutto o quasi è già
compromesso.
Il mondo cammina, con o senza architetti. Il caso del grande parco archeologico
di Roma ne è un sintomo. Se il Piano Regolatore lo avesse previsto
e imposto, non sarebbe mai stato attuato, perché un'urbanistica paternalista
incontra l'opposizione di tutte le forze economiche.
Siccome però il parco è stato pensato nell'ambito di un programma
economico, pare che i lavori stiano per cominciare. È buona o cattiva
l'idea del parco archeologico? Non si può rispondere in astratto;
bisogna mettersi a tavolino, fare i calcoli, precisare il costo del miracolo,
abbassarne il prezzo se fosse esoso. Né più né meno
di quanto fa un Walter Reuther, capo dei sindacati operai americani del
CIO, quando tratta con il presidente della General Motors. Non lo apostrofa
con male parole, non lo ricatta con la minaccia di scioperi, che suonerebbe
ridicola in tempi di automazione; gli dimostra che, ricontrollati i bilanci,
i profitti della General Motors sono aumentati, che i salari, di conseguenza,
devono essere elevati anche perché il miglioramento del tenore di
vita della classe operaia serve alla General Motors per incrementare gli
acquirenti. La lotta di classe, negli Stati Uniti, si avvia a diventare
una competizione scientifica e tecnica tra i centri studi dei complessi
industriali e quelli dei sindacati operai. Nel campo dell'architettura,
invece, dove sarebbe folle pensare a uno sciopero dei consumatori o a una
serrata dei produttori, si persiste in un atteggiamento di falso puritanesimo,
si dice no a tutto ciò che propongono gli operatori economici (salvo
poi a fare sì come professionisti privati), non si offrono alternative;
non riconoscendo i diritti dell'iniziativa economica, non si tenta nemmeno
di integrarli con quelli dell'architettura. C'è qualcuno che possa
tentare da solo? No, il tentativo può essere compiuto unicamente
da un Istituto Nazionale di Architettura che nasca su questa ispirazione.
Avrà successo? È dubbio. Ma è chiaro che da questo
Istituto e dalla sua fortuna dipende, in larga misura, l'avvenire dell'architettura,
e anche dell'urbanistica italiana.
Non a caso, tra i colleghi presenti, si contano molti urbanisti. Io credo
che il bilancio culturale dell'INU sia decisamente in attivo. Ma se l'efficacia
del suo operato non è proporzionale alla passione e all'intelligenza
dimostrate dagli urbanisti, ciò dipende dal fatto che, una volta
elaborato un Piano Regolatore, anche il migliore dei piani, esso non trova
rispondenza nell'iniziativa economica, non riesce a farsi realtà.
Un Istituto di Architettura è la necessaria integrazione dell'Istituto
di Urbanistica e ne rafforza l'azione. Tra il Piano Regolatore e il lavoro
degli architetti vi è uno iato, un vuoto che sconfigge il piano e
sminuisce il senso e il significato dell'attività architettonica.
Questo vuoto va riempito, sulla traccia della strategia di alcune planning
commissions americane, e ciò è il compito di un Istituto di
Architettura: a monte, nell'interesse di assetti urbani e rurali che poi
vengono configurati e orchestrati nei piani; a valle, nell'interesse della
professione, dell'architettura, dell'arte. Questo è l'obiettivo massimo:
pianificare la libera iniziativa economica in modo tale da sostanziare la
pianificazione urbanistica. Se ciò accadesse, finalmente cultura,
economia e politica troverebbero un punto di convergenza.
Non vorrei che il miraggio dell'avventura ci facesse dimenticare le difficoltà
da superare. Sono molte, e non riguardano le critiche, i pettegolezzi di
questo o quel consiglio dell'Ordine degli Ingegneri e degli Architetti,
di qualche Collegio o Associazione. Questi sono piccoli ostacoli, sorti
su equivoci facilmente dissipabili, su risibili malignità, su quel
costume italico per il quale, ogni volta che si propone una cosa nuova,
tutti si domandano: che cosa c'è sotto? E, quando scoprono che non
c'è niente, tentennano la testa con gravità e dicono: chissà
cosa c'è sotto! Non sono questi gli scogli che preoccupano. Allarma
invece un altro tipo di opposizione occulta che deriva dai settorialismi
in cui è scisso il mondo architettonico. Diciamolo francamente; poiché
i vari protagonisti della produzione architettonica vivono in compartimenti
stagni, contro l'idea di un Istituto Nazionale di Architettura che spezzi
gli attuali frazionamenti, e porti il discorso su un altro livello, sono
schierati tutti:
- sono contro i tradizionalisti, perché temono che questo Istituto
cada nelle mani di una minoranza di architetti moderni, facinorosi, eversivi;
- sono contrari gli architetti moderni che non riescono a capire perché
chi più si oppone alla cattiva architettura auspichi l'ingresso nell'Istituto
di tutti i professionisti, anche dei peggiori;
- sono contrari gli architetti nel loro insieme, monumentalisti e moderni,
perché vedono nella presenza forse soverchiante degli ingegneri edili
nell'Istituto una condizione di inferiorità;
- ma gli ingegneri sono a loro volta contrari, perché sospettano
che gli architetti, in un Istituto di Architettura, prevalgano, e già
alcuni hanno fatto il calcolo di quanti ingegneri appartengano al comitato
promotore rispetto agli architetti;
- ingegneri e architetti nel loro insieme sono poi contro l'Istituto di
Architettura perché non vogliono i costruttori, oppure non vogliono
i critici d'arte e meno ancora gli amatori di architettura, dizione che
chiaramente include anche i geometri;
- i costruttori sono contro. Per varie ragioni: anzitutto, perché
non intendono sottoporre agli architetti e agli ingegneri le loro iniziative;
poi perché, nel loro stesso ambito, i piccoli temono di essere soffocati
dai grandi, e i grandi temono che i piccoli, alleandosi con gli ingegneri
e gli architetti, acquistino troppo peso;
- sono contrari anche i banchieri, gli industriali, gli operatori economici,
avendo il vago sentore che, in un Istituto del genere, saranno degli eterni
accusati, e perché attribuiscono agli architetti ogni qualità
tranne la ragionevolezza. La lista potrebbe continuare. Sono contrari tutti,
perché un Istituto di Architettura infrange i privilegi di categoria,
non fa gli interessi di nessuno, non può essere comprato o dominato
da nessuno; infine, perché un Istituto organicamente articolato è
un'istituzione, e si paventano le istituzioni in quanto ci si trova benissimo
con il sottogoverno.
Tale è la situazione: per creare un Istituto Nazionale di Architettura
bisogna invertire il senso delle forze che determinano l'architettura del
paese. Oggi sono forze centrifughe, di parte: occorre che si trasformino
in fattori dell'equazione architettonica. Ma per realizzare questo obiettivo
ci vuole coraggio, spregiudicatezza, visione.
E concludo. Che cosa avverrà ora? I casi, come sempre, sono due:
o questa assemblea conferma che la nostra iniziativa è opportuna
e urgente, e allora nella cronaca e nella storia dell'architettura italiana
si leggerà: «1959, ottobre 26: si costituisce l'Istituto Nazionale
di Architettura». Oppure, niente. Nel secondo caso, che non spaventa
nessuno, anzi è segretamente auspicato perché esonera da un'altra
fatica, l'Istituto Nazionale di Architettura non si crea. La discussione
intristisce, le beghe e le gelosie settarie mortificano i temi del dibattito,
tutto si diluisce e stempera: l'Istituto non si fa, e nessuno si sente offeso
o sconfitto. L'idea non è attuata, ma non è nemmeno sciupata:
sarà ripresa domani, magari in altre forme, da persone migliori di
noi. Anche senza alcun risultato immediato, questa riunione non sarà
stata inutile: è nata un'idea che ha mobilitato le forze dell'architettura
italiana, provocando dissidi, pettegolezzi, entusiasmi, e pure consensi
e opposizioni, perché è viva, moderna, coraggiosa. L'idea
di un Istituto Nazionale di Architettura sarà rimasta un sogno, ma
un sogno esplicitato, chiarito, discusso, comunque stimolatore. Diceva Teodoro
Herzl, fondatore non di un Istituto, ma di uno Stato: «I sogni non
sono poi così diversi dalla realtà, come qualcuno crede; tutte
le imprese degli uomini, all'inizio, sono dei Sogni».