I digiuni di Danilo
Ha studiato architettura
quasi fino alla soglia della laurea; poi ha prevalso l'impegno sociale, la
scelta di vivere nella comunità più derelitta, come se volesse
captare, nel linguaggio architettonico, gli elementi basici, le «invarianti».
Specie nei primi anni della sua lotta in Sicilia, il digiuno fu lo strumento
emotivo più efficace a ogni livello, dai contadini ai governanti. A
Roma, quando si annunciava «Danilo Dolci digiuna», alcuni uomini
politici perdevano letteralmente la testa; non lo sopportavano, chiedevano
con rabbia che smettesse.
A Partinico o Trappeto, sedevamo intorno al letto su cui era disteso: un poeta
del luogo, un pittore milanese, un architetto romano, cinque o sei intellettuali
e giornalisti, tre o quattro esponenti del Partito Comunista. Si discuteva
della situazione generale dell'isola, delle risorse idriche perennemente sprecate,
dei progetti per le dighe, del centro studi e iniziative di Partinico. L'impulso
di Danilo si radicò progressivamente fra la gente, culminando nella
clamorosa «marcia contro la mafia»: partimmo in trenta-quaranta
persone, ma lungo il percorso centinaia e centinaia di donne e uomini ingrossarono
il corteo che sfociò in un impressionante comizio.
Non sono un pianificatore «dal basso», né ho mai finto
di esserlo. Credo nella programmazione democratica, controllata ma non delegittimata
nei suoi poteri decisionali. Tuttavia, camminando per chilometri in quei viottoli
siculi, gioivo di appartenere all'altra parte, a quella degli utenti della
politica.