Chiamata alla cattedra di Storia dell'Arte e Storia e Stili dell'Architettura della Facoltà di Architettura di Roma
Prolusione, Aula Magna del Rettorato
dell'Università di Roma, 18 dicembre 1963.
Figlio di un’antichissima comunità
romana, una cui scuola del I secolo a.C. -«scuola», perché
«scuole» si designano tuttora i nostri templi- sta risorgendo
sul ciglio dell'autostrada per Fiumicino, è stato per me motivo di
sincera e inattesa gioia esser chiamato alla cattedra di Storia dell’Architettura
di Roma, dopo la lunga diaspora veneziana. Ed è motivo di commozione
svolgere la lezione introduttiva in quest'aula adiacente alla Facoltà
di Lettere e Filosofia dove, sull'altra sponda di Valle Giulia, un maestro
indimenticabile, Lionello Venturi, mi chiamò, quindici anni or sono,
a tenere il mio primo corso universitario nella Scuola di Perfezionamento
in Storia dell'Arte. La gioia è però velata di un profondo rimpianto,
proprio per la diaspora veneziana, vitale, lieta e corroborante, ove, raccolto
attorno a un uomo di eccezionali virtù, un folto gruppo di profughi
del movimento moderno, ostracizzati dalle Facoltà di Architettura delle
loro città, ha sperimentato per oltre un decennio una didattica architettonica
nuova, fondata su un clima di organica e antipaternalistica collaborazione
tra docenti e studenti, l'unico clima che permetta una valida produzione di
cultura e perciò avvii a una radicale riforma delle strutture universitarie.
Il bilancio degli anni di lavoro nell'officina di Venezia è schematicamente
riassunto nel titolo di questa prolusione. Che non vuol essere una lezione
accademicamente conchiusa, tale da riscuotere un generale consenso, ma al
contrario una vera e propria prolusione, densa di interrogativi che non trovano
ancora risposta, di problemi in sospeso, di ipotesi controverse e proposte
polemiche. Un discorso meno elegante e austero di quanto si usi in queste
occasioni, ma forse atto a stimolare un dibattito sull'impostazione stessa
dell'intero insegnamento architettonico, su un orientamento didattico inedito
nelle nostre Facoltà che certo implica qualificazioni, approfondimenti
e specie verifiche nelle aule e sui tavoli da disegno.
La storia come metodologia del fare. Questo assunto, formulato sul piano teoretico,
può sembrare largamente condiviso. Nessuno pensa più che, per
formare prosatori o poeti, si debba insegnare il «bello scrivere»
secondo le vecchie regole puriste della retorica, e non la storia della letteratura;
o, per educare pittori e scultori, sia utile insegnare le categorie e i precetti
della bellezza secondo le antiche estetiche normative e non la storia dell’arte;
o ancora, che si possano allevare filosofi dispensando nozioni sugli schemi
scolastici, e non rielaborando la storia del pensiero, la storia stessa della
filosofia. Analogamente, nessuno può più credere che si possano
formare architetti impartendo ricette compositive, cognizioni tecnologiche
cosiddette obbiettive e istruzioni sul modo di disegnare. L’arte contemporanea
ha, del resto, travolto grammatiche e sintassi e con esse l’intero bagaglio
delle ideologie, dei parametri estetici assoluti, e delle relative strumentazioni
per acquisirli.
A parole, siamo tutti d’accordo: l’insegnamento dell’architettura
va storicizzato perché il metodo storico è il solo che ammetta
un riscontro scientifico e, prima ancora, una comunicazione di esperienze.
Ma se è facile concordare su una formula generica è quanto mai
arduo applicarla in concreto; tanto che nessuna scuola di architettura del
mondo ci è ancora riuscita, neppure in grado approssimativo. Basti
ricordare che in molte Facoltà europee ed americane si istituì
la distinzione che ancora persiste tra corsi di «Storia dell'Architettura»
e di «Teoria dell'Architettura»; e se in Italia ciò non
accadde, non è già perché la storia avesse investito
e saturato il campo della «teoria», ma proprio per la ragione
inversa, perché la storia era rimasta una disciplina aristocratica,
avulsa dagli impegni operativi, e la progettazione, se non si basava più
su teorie pretestuosamente oggettive, si affidava però a teorie ancor
più pericolose ed arbitrarie, e cioè alle incerte pseudo-teorie
dei singoli docenti di composizione. Ne è conferma un fatto: questa
situazione, culturalmente disintegrata che si protrae nel mondo da cinquant'anni
determinando una crisi di fondo nelle scuole di architettura, esplode soltanto
ora con virulenza in Italia: perché l’accademia si è prolungata
da noi per decenni, sostenuta da quell'autarchica boria provinciale che ha
escluso il paese, per quasi un secolo, dal corso creativo e civilmente impegnato
della storia dell’architettura.
Com'è noto, la tensione tra una storiografia cieca e reazionaria e
il movimento moderno sboccò in una clamorosa frattura nel programma
didattico del Bauhaus. Poiché la storia era intesa come insegnamento
astorico degli stili, inutile agli effetti della formazione dell’architetto,
Walter Gropius coraggiosamente la espulse dal curriculum di Weimar e di Dessau.
Nelle altre scuole rimase, ma come disciplina largamente estrinseca; nozionale;
informativa, nei casi migliori, magari anche formativa ma ai fini di una cultura
generale, non nell'interesse specifico del fare la nuova architettura. Lo
prova la circostanza che mentre, sia pur lentamente, gli architetti moderni
conquistarono le cattedre di Composizione o di Design, quelle di Storia dell’Architettura
restarono per lungo tempo monopolio di studiosi talvolta preparatissimi ma
di regola disimpegnati rispetto ai temi della produzione contemporanea; tuttora
le cattedre di storia affidate a docenti calati nell'attualità dell'architettura
non superano, nel mondo, la dozzina.
Il problema, del resto, non può esaurirsi nel sostituire docenti misoneisti
con studiosi consapevoli del fatto che ogni vera interpretazione del passato
nasce ed è sollecitata da una partecipazione intima all'arte contemporanea.
In tal caso, non occorreva coprire la cattedra di Storia dell’Architettura
a Valle Giulia; bastava indurre gli studenti-architetti a seguire i corsi
di storia dell'arte della Facoltà di Lettere e filosofia, svolti da
un maestro, anzi da un protagonista del rinnovamento storiografico in materia
d'arte ed anche di architettura. Il nodo del problema non è questo.
Un'analisi comparativa di numerose scuole di architettura europee ed americane
offre il seguente risultato: quando la Storia dell’Architettura è
insegnata da docenti moderni, appassionati, partecipi del fare contemporaneo,
gli architetti che ne derivano sono più avvertiti, articolati e pensosi;
quando si resta nel tipo di insegnamento accademico sono meno colti, più
rudimentali. Ma, nell'un caso e nell'altro, la storia non incide, non serve
o serve in modo indiretto, non si riflette in una metodologia della progettazione.
Come si vede, benché tutti concordino sull'esigenza di storicizzare
l'insegnamento architettonico, sul terreno applicativo siamo all'anno zero.
È sciocco tentare di nasconderci lo stato di disintegrazione culturale
in cui versiamo.
L’esito di un insegnamento non storicizzato se non a parole, e di un
fare in conseguenza sganciata da ogni metodologia scientifica, è eloquentemente
proiettato nello scenario delle nostre città e campagne. Non richiede
commenti dacché urla la sua denuncia. Uno scenario infame di arbitrii
senza costrutto, di intenzioni oscure e corrotte, di velleitarismi e di noia.
Una scenario in cui cento e più anni di storia dell'architettura moderna,
segnati da straordinarie personalità creatrici e da grandiose esperienze
sociali, restano affatto estranei nei contenuti e nell'espressione, quasi
che un'eruzione di ignoranza li abbia sommersi.
Anche sotto il profilo formale, che, del resto, sempre accusa errori di contenuto,
si moltiplicano le sovrapposizioni di lessici diversi, di etimi contraddittori,
in una folle ed insulsa commistione di linguaggi al cui confronto. L'eclettismo
ottocentesco appare un gioco virtuoso di gentlemen dilettanti.
Qui siamo nell'informe, in una architettura senza fonti, senza riferimenti
e senza metodi, forse l'architettura dell'affluent society, ma di un'affluent
society non solo colma di insicurezze, ma pregna di viltà.
Di un panorama così squallido, a-sociale, incivile e perciò
stesso antiestetico non possiamo obbiettivamente ascrivere l'intera colpa
alle Facoltà di Architettura reazionarie. Almeno di concorso al reato
va incriminato il movimento moderno, che giustamente ha minato le scuole di
vecchio tipo, ma poi ha avuto il torto di non impegnarsi nell'impostazione
di un nuovo tipo di scuola, e perciò di una moderna didattica.
Le attenuanti sono invero scarse. Perché i maestri dell'architettura
moderna Wright, Le Corbusier, Gropius, Mies, Aalto - o credevano sinceramente
in una metodologia architettonica a-storica, e quindi in un insegnamento non
storicizzato, ed allora avevano il dovere di formulare una grammatica e una
sintassi per l'architettura moderna, sostituendo ai precetti accademici nuove
e più attuali dottrine, sull'esempio di quanto tentarono Schönberg,
Brecht, Eliot e, a suo modo, van Doesburg; oppure credevano in una metodologia
storica del fare architettonico, ivi compreso il loro fare, ed allora avevano
il dovere di formulare questo nuovo metodo e, anziché espungere la
storia dal Bauhaus o lasciarla in quarantena, dovevano farsi essi stessi storici,
varcando gli apodittici enunciati funzionalisti, tecnicistici e formali, e
strumentando una critica atta a penetrare nella realtà architettonica
a tutti i livelli, dalla pianificazione del territorio alla modanatura e al
segno più minuto dell'immagine.
Invece, come agirono questi maestri? Si disinteressarono del problema esclamando,
come Le Corbusier, « Je m'en fiche! ». Oppure dalla scuola di
tipo istituzionale tornarono alla scuola-bottega; scuola-studio, scuola-atelier,
dominata non da un metodo, ma da una personalità che solo un'élite
di studenti poteva seguire, e perciò stesso sorda alle istanze di un'educazione
di massa. Per due decenni gli Stati Uniti hanno offerto una pluralità
di scuole-studi di questo tipo perché numerose figure del movimento
moderno erano compresenti in America ed impegnate nell'insegnamento. Chi ammirava
Gropius, frequentava la Harvard University; chi preferiva Mies van der Rohe
s'iscriveva all'Illinois Tech, per apprendere da Wright si andava a Taliesin.
E, in fondo, tra scuole di antica tradizione come Harvard e come Taliesin
non v'era differenza, quando in ambedue incideva un protagonista della nuova
architettura su un limitatissimo numero di allievi.
In Europa, specie nei paesi ove il sistema universitario era più autoritario,
rigido, paternalistico e anti-democratico, la frattura tra scuola e cultura,
mediata benché non risolta negli Stati Uniti dalla presenza dei maestri,
divenne un baratro. La vera cultura si espresse fuori delle scuole, attraverso
un'autoeducazione antitetica a quella universitaria. L’incomunicabilità
fu assoluta. Da un lato, la Facoltà di Architettura di Roma, che non
si abbonava nemmeno alla rivista «Casabella Costruzioni», l’unico
organo autentico del movimento moderno italiano; dall'altro, Terragni e Pagano,
le più significative personalità di questo movimento, che non
insegnarono mai nell'università.
Anche la generazione di mezzo, quella che oggi sta tra i 55 e i 65 anni, ereditò
un atteggiamento di diffidenza verso la scuola. Non è un caso che gli
Albini, i Belgiojoso, i Gardella, i Libera siano entrati nell'università
solo dopo l'ultima guerra. Il motivo estrinseco, il pervicace ostracismo,
non occorre ricordarlo. Ma vi è anche una ragione intima, più
inafferrabile ma non meno importante: sono entrati nell'università
quando hanno sentito che le certezze razionaliste del 1920-30, e cioè
i principi fondati su una metodologia a-storica, venivano in loro stessi a
crollare. La scuola diviene un tema bruciante per il movimento moderno e i
suoi artefici nel momento in cui il razionalismo entra in crisi, e tale crisi
attesta che della scuola è più facile dir male che fare a meno.
Con questo, però, non abbiamo fatto nemmeno un passo avanti rispetto
all'argomento di cui discutiamo. Abbiamo soltanto constatato che il problema
esiste, che ha una sua remota origine e una complessa vicenda, che non ha
ancora trovato una soluzione né in Italia né fuori; e che spetta
a noi, nel prossimo futuro e cominciando oggi stesso, contribuire a risolverlo.
Ma come?
Tre anni or sono, concludendo il saggio “Architectura in nuce”
auspicavo che il processo di storicizzazione del movimento moderno, eluso
dai maestri e dalla generazione di mezzo, potesse essere portato a fondo in
una fase culturale in cui, dopo la lunga astenia storica, gli architetti,
specie i più giovani, sentono l'urgenza di una metodologia scientifica,
verificabile, del loro fare, consona ad una educazione di massa che rifiuti
di degradarsi.
L’antica accademia consentiva all'allievo di scegliere tra lo «stile
greco», lo «stile gotico», lo «stile barocco»;l'accademia
moderna ci ha saputo insegnare, più o meno efficientemente, lo «stile
razionalista», lo «stile organico», i modi compositivi puristi
o neoplastici. Ebbene, se la nuova didattica sa passare dagli «stili»
alla storia concreta e dinamicamente intesa, avvalendosi di una critica capace
di recuperare l'intera prospettiva del passato in chiave ed in funzione dei
compiti contemporanei, e se questa critica è condotta con criteri scientifici,
e cioè è aperta, problematica, ricettiva di nuovi apporti ed
anzi tale da stimolarli e nutrirli, lo studente-architetto sarà in
grado di operare scelte circostanziate, continuamente alimentate ed incentivate
da una ricerca operativa che tenga conto e rispetti anche le probabilità,
le intenzionalità, il caso e l'azzardo, ma eviti gli sprechi, le evasioni,
quella serie di piccoli errori, di sbagli meschini, di arbitrii inconsistenti
che discende da un insegnamento agnostico e si riflette poi nel volto stolido
delle nostre città. La scuola –dicevo- può almeno offrire,
nel collegamento, anzi nella fusione tra corsi di storia e corsi di progettazione,
un sostituto dell'esperienza che ogni giovane acquisterebbe se potesse frequentare
gli studi dei maestri antichi e moderni per apprendere il metodo del loro
fare. Se non riusciamo nemmeno a tanto, i corsi di storia e di composizione
potranno essere brillantissimi, stimolanti, appassionati, ma il loro successo
sarà affidato al fascino di una personalità o di un’altra,
non ad una nuova metodologia controllabile e trasmissibile.
A me sembrava di aver indicato una strada utile, degna di essere sperimentata.
La proposta non ha sollevato obbiezioni; tutti anzi hanno mostrato di apprezzarla
ripetendo che l'insegnamento architettonico va storicizzato. Ma i più,
dopo aver sottoscritto questa tesi, non ne tengono alcun conto e prolungano
un insegnamento empirico, artigianale, talvolta mirabile nei suoi singoli
capitoli, ma privo di ogni esplicita metodologia. Il distacco tra storia e
composizione permane anche quando le discipline sono rinnovate, e i docenti,
per preparazione e tendenza, sono affini: sembra impossibile far comprendere
che il problema più scottante per le Facoltà di Architettura
oggi non è tanto quello di svolgere delle buone lezioni di storia,
o dei buoni corsi di progettazione architettonica ed urbanistica, quanto di
individuare il nodo in cui la storia penetra, fonde nella composizione divenendone
la componente metodologica.
Evidentemente, occorre che l'indicazione sia ampliata ed approfondita, e forse
proprio l'esperienza dell'arte, dell'architettura di questi ultimi anni lo
consente. Certo, l'argomento è complesso e dispersivo, ma tenterò
almeno di sottoporre alla vostra attenzione tre punti che appaiono acquisibili:
1. è a tutti noto che il concetto dell'arte come mero raptus lirico,
esente da ogni processo razionale, cosciente e verificabile è stato
travolto con gli ultimi residui del romanticismo. Non occorre elaborare su
questo, poiché in ogni ramo della moderna speculazione filosofica,
dallo storicismo post-crociano alla fenomenologia, il momento artistico è
stato liberato dagli inceppi della vecchia entificazione metafisica, e recuperato
al campo della conoscenza intelligibile, cioè demitizzato. Questo sviluppo
del pensiero filosofico sull’arte ha un enorme peso sui fondamenti stessi
dell'architettura: demolisce il trinomio vitruviano, ed anche il binomio funzionalità-esteticità,
nel formarsi del prodotto e del giudizio sul prodotto; riporta l'atto creativo
o inventivo dal limbo dell'irrazionale e dell'inconscio, sul terreno responsabile
delle scelte, in ogni fase della programmazione architettonica e urbanistica;
rompe insomma l'antitesi e finanche la distinzione tra contenuti e forme individuando
proprio nella invenzione dei contenuti, nell’interpretazione creativa
dei programmi, il punto di applicazione specifico dell'intervento dell'architetto,
e la matrice dei risultati artistici del suo lavoro;
2. l'attività figurativa non è diretta che in casi eccezionali
alla creazione poetica. Di norma, è attività critica, commento
più che invenzione. Il carattere critico della produzione artistica
impegnata nella dinamica e nella trasformazione della realtà, già
largamente intuito nel passato, fu confermato dal Ragghianti nel saggio sui
Carracci, ed è stato ampiamente verificato da tutti i moderni storici
d'arte. In sede filosofica, il Croce stesso, nella sua terza estetica, fu
spinto ad integrare il concetto di poesia con quello di letteratura; ma le
correnti fenomenologiche, marxiste e neorazionaliste hanno indagato a fondo
la natura di questa attività critica dell'arte, sorrette e stimolate
dalle ricerche semantiche e linguistiche. Di questa acquisizione però,
di un'architettura critica, scientificamente controllabile, nelle nostre Facoltà
si tiene tuttora pochissimo conto;
3. anche quando l'attività artistica risulta in una creazione poetica,
compiendo uno scatto nella storia della cultura, tale creazione non è
mai «pura», autonoma, disincagliata dalla sua storicità.
È un salto che nasce da un lungo travaglio critico.
Alla distinzione crociana tra poesia e struttura in Dante, esaminato il canto
di Farinata, Antonio Gramsci rispondeva: «Senza la struttura non ci
sarebbe poesia e quindi anche la struttura ha valore di poesia».
In tale constatazione sta l'elemento emergente della ricerca storica e degli
scavi linguistici di questi ultimi anni. Non c'è figura di poeta o
di genio che sfugga ad una precisa determinazione storica se la critica è
capace di penetrarla. Un processo di demistificazione è in atto, vince
l'idolatria; illumina i modi espressivi degli artisti, compresi i più
grandi. Persino Michelangiolo, che è apparso finora la personalità
più avulsa dal contesto culturale e perciò meno storicizzabile,
attraverso un'intelligenza matura può essere dimostrato fino ai più
alti e singolari scarti della fantasia.
È insita, del resto, negli stessi artisti quest'urgenza di demitizzare
la loro produzione. Scriveva Schönberg: «Il bisogno di un consapevole
controllo dei nuovi mezzi e delle nuove forme sorgerà in ogni artista.
Egli vorrà coscientemente conoscere le leggi e le regole che governano
le forme da lui stesso concepite “come in sogno”. Per quanto grande
sia la forza di persuasione di questo sogno, la certezza che quelle nuove
sonorità sognate obbediscano alle leggi della natura e del nostro pensiero
spinge il compositore sul sentiero della ricerca. Egli deve trovare, se non
le leggi e le regole, almeno i mezzi capaci di giustificare il carattere dissonante
di quelle armonie, e il loro succedersi». Ed aggiungeva: «Si dovrebbe
poter insegnare l'arte di esprimersi con efficacia e chiaramente»; «Il
vero genio creativo non ha mai difficoltà a controllare con la mente
i suoi sentimenti».
Ebbene, se la moderna critica storica sa definire non solo le culture artistiche
e i linguaggi, non solo le poetiche, ma lo stesso processo del fare artistico
nelle sue pieghe formative più sottili ed individuate, se è
capace non solo di partire dall'esito artistico per ricostruirne la formazione,
ma anche di indicare o almeno di cogliere una formazione o da una cultura
l'intero raggio delle sue virtualità, assumendo appunto i criteri della
ricerca scientifica in una «rete di esplorazione» che lascia ampio
margine alle probabilità, alle ipotesi, al caso e persino all'ignoto,
l'alienazione è sconfitta: siamo alle soglie di una reintegrazione
architettonica e quindi didattica: la storia può diventare realmente
la metodologia operativa dell'architetto. Ma quale storia?
Il discorso, scaturito da un'analisi dello stato dell'insegnamento architettonico
in generale, torna a questo punto alla disciplina storica. È evidente
che in un indirizzo didattico così orientato, tutti i professori divengono
docenti di storia. Ma proprio per questo occorre che la disciplina esca dal
suo guscio nobile e paludato, s'immerga nella realtà del presente,
sia estesa, approfondita, articolata e, in larga misura, strumentata in modo
diverso.
Cominciamo proprio dalla strumentazione. Il travaso storia-design non è
unidirezionale. Se la storia trova uno sbocco come componente metodologica
della progettazione, a sua volta la progettazione prolunga nella storia i
suoi criteri e i suoi strumenti; ciò che significa: propone un'operazione
storico-critica di tipo nuovo, una storia dell'architettura redatta con gli
strumenti espressivi dell'architetto e non più soltanto con quelli
dello storico d'arte.
Sembra questo un fattore caratterizzante di una rinnovata storia dell'architettura.
Da anni le nostre Facoltà sostengono che la storia per gli architetti
va insegnata da architetti che vivano direttamente i fenomeni del fare architettonico,
e sappiano quindi ricostruirli dall'interno del loro processo in ogni aspetto
programmatico, funzionale, tecnico ed espressivo. La rivendicazione, parzialmente
legittima ai tempi in cui la storia dell'arte usava interpretare l'architettura
come mero fatto plastico, non è giustificata oggi che, almeno nei suoi
migliori cultori, investiga gli organismi architettonici anche nei loro contenuti
e nel loro contesto. Come, per seguire un corso qualificato di storia dell'arte,
basterebbe che gli studenti-architetti venissero alla Facoltà di Lettere
e Filosofia, così, per una critica dei loro lavori, basterebbe che
un docente di storia dell'arte si recasse alla Facoltà di Architettura
per discutere i progetti nel tempo della loro formazione ed anche allo stato
della loro intenzionalità. La storia dell'architettura insegnata da
architetti è valida solo nella misura in cui sappia estrinsecarsi,
oltre che con gli strumenti verbali e scritti della storia dell'arte, in una
critica operativa grafica e tridimensionale; nella misura cioè in cui
induca a pensare architettonicamente. Il che non ha nulla in comune, sia ben
chiaro, con la massa di inutili disegni riproduttivi che si esigevano nei
vecchi corsi di Storia dell’Architettura. E ha ben poco a che vedere
anche con quei tipi di disegni che schematizzano gli organismi architettonici,
i loro impianti, le loro sequenze spaziali, i loro incastri volumetrici. Qui
si tratta proprio dell'inverso, di esprimere un pensiero critico, di ricostruire
il processo formativo di un'architettura con i mezzi dell'architettura, cioè
di progettare una critica architettonica come si progetta un edificio.
È un'ipotesi di lavoro ancora largamente da esplorare. Ma gli esperimenti
condotti a Venezia, e quelli paralleli di alcune scuole nord-americane attestano
la sua concretezza. Occorre tuffarsi con fiducia in questo compito. Perché
è evidente che la convergenza tra corsi di storia e corsi di composizione
sarà enormemente favorita, e forse anzi assicurata da un'identità
della strumentazione espressiva. Da un lato, progettazione di pensieri critici,
riflessioni storiche architettonicamente espresse; dall'altro, progettazione
architettonica e urbanistica, condotta scientificamente e cioè attraverso
una metodologia fondata sulla critica storica.
In questa prospettiva, un adeguamento culturale dell'architettura, e quindi
dell’insegnamento architettonico, è possibile; bisogna afferrarla
subito, oggi, qui a Roma, nella fortunata occasione dell’integrazione
del corpo docente non solo nei corsi di Storia, ma anche in quelli di Composizione
e di Urbanistica, nelle temperie inquiete di un rinnovamento delle strutture
universitarie promosso dagli studenti.
Una nuova strumentazione della critica architettonica è dunque essenziale,
se si vuole che la storia divenga guida e metodologia del fare. Ma la strumentazione
non basta. Occorre che la storia dell'architettura ampli l'orizzonte dei suoi
interessi, sia estesa a comprendere: a) la storia dell'edilizia minore; b)
la storia dell'urbanistica; c) la storia del paesaggio, cioè del territorio
non edificato; d) la storia delle esperienze architettoniche extra-europee.
Su questi obiettivi è facile mettersi d'accordo, ma è quanto
mai arduo conseguirli in modo organico.
L’edilizia minore è stata oggetto di innumeri contributi negli
ultimi anni, ma solo ben pochi servono a democratizzare la storia dell'architettura.
I più costituiscono il trasferimento in sede critica di una tendenza
inconsistente del linguaggio, ispirata alla cosiddetta «edilizia spontanea»
o indigena o dialettale, con cui si tentò di recuperare in ritardo
e senza autentico impegno, l'esperienza realistica.
La storia dell'urbanistica, questo grandioso ponte tra storia economico-sociale
e storia dell'arte, si è sviluppata notevolmente, ma non ha risolto
alcuni problemi metodologici di fondo nell'interpretazione del processo formativo
delle città; tanto che i criteri di giudizio rimangono assai incerti
e la maggior parte delle storie dell'urbanistica risulta dalla giustapposizione
di più storie estrinsecamente collegate.
Quanto alla storia del paesaggio, se non è intesa come storia della
pittura di paesaggio, ma come esito di una simbiosi tra modificazioni agrarie
e interventi architettonici, è ancora quasi interamente da elaborare
specie per ciò che attiene all'Italia.
Le antiche culture orientali e centro-americane, infine, quando sono trattate,
costituiscono un apporto prevalentemente nozionale, non riescono a rompere
la barriera psicologica che chiude la storia nell'area europea, e perciò
non giungono a suscitare una coscienza mondiale della vicenda architettonica.
L’estensione meccanica della disciplina è dunque agevole; non
così l’organica compenetrazione degli argomenti. Allargando il
campo dell'indagine, passando -come pur dobbiamo fare- dalla storia dei monumenti
e delle personalità a quella degli ambienti, delle strutture urbane,
dei territori e della loro programmazione economica e sociale, dai linguaggi
europei o di matrice europea a quelli di tutte le civiltà umane, c'è
il serio pericolo di restare sommersi da una serie di enciclopedie, peraltro
superficiali e scarsamente utili. Si rischia di traslare al passato, ai vari
livelli e aspetti storici, un atteggiamento.
agnostico, di mera registrazione, che è diffuso anche nei riguardi
delle vicende architettoniche contemporanee: l'atteggiamento che tutto spiega
e giustifica, che accetta tutti i fenomeni per buoni, rinunciando ad operare
giudizi di valore, e, ciò che più importa, scelte. Una storia
siffatta, per erudita che sia, è in realtà inconcludente e demagogica,
può servire a camuffare l'empirismo e il vuoto metodologico dell'insegnamento
architettonico, non a colmarlo; è una contraffazione di comodo della
fenomenologia, non offre alcun indirizzo preciso, e tanto meno scientifico
al fare contemporaneo.
Ecco perché, se la progettazione ha urgente bisogno della storia per
forgiare una metodologia critica matura, la storia a sua volta esige l'illuminazione
costante dell'arte nel suo farsi per scegliere e sviluppare le sue angolazioni
interpretative. La dialettica è continua, l'incastro indissolubile
in una prospettiva in cui l'obbiettivo di fare la storia s'identifica, negli
strumenti e nei metodi, con quello di fare l'architettura.
Questa è l'ipotesi di lavoro per i prossimi anni; questa l'offerta,
la proposta, la sfida che la Storia dell’Architettura pone ai corsi
di Composizione e di Urbanistica, in effetti a tutti i corsi, compresi quelli
attinenti alla tecnologia e alla scienza delle costruzioni. Qui sta la chiave
della riforma didattica che dobbiamo operare se finalmente le Facoltà
di Architettura devono cessare di essere un ibrido connubio tra scuole di
disegno o di arti e mestieri, scuole di ingegneria e scuole di storia dell'arte;
se vogliamo cioè che l'architetto cessi di essere una figura eclettica,
un po' artistoide, un po' tecnico, un po' uomo d'affari, un po' politico,
un po' colto, insomma un po' di tutto, quel po' che serve a renderlo disponibile
ad ogni pretesa della classe dominante, o della burocrazia dominante, comunque
del potere e del privilegio.
Siamo giunti all'ultimo argomento di questo discorso. Abbiamo visto che il
metodo della progettazione deve rinnovarsi, e non può farlo che attraverso
la critica; e che, all'inverso, la storia va rinnovata nella sua strumentazione
e nei suoi contenuti per diventare metodologia della progettazione.
Resta un ultimo problema, di ordine etico: perché si vuole questa reintegrazione
culturale? Quale ne è lo scopo di fondo e il movente segreto? Che cosa
c'è dietro questa tensione di rinnovamento così esplosiva nelle
Facoltà di Architettura, questa volontà di conferire una dignità
nuova alla figura dell'architetto, e di fare dell'architettura e dell'urbanistica
non un'attività demiurgica, ma certo un'attività contestatrice
delle attuali strutture e in parte profetica, come diceva Edoardo Persico,
di una società più giusta?
In sede morale, le risposte possono essere molte. Io mi fermerò su
una sola, e sarà tale da far inorridire i crociani della mia specie.
Lo scopo sta nel ridurre e, al limite, nell'eliminare gli immensi sprechi
di cui la storia è tremendamente carica. Lo scopo sta nell'opporsi
alla dilapidazione di un patrimonio rivoluzionario che la pigrizia, l'alterigia,
l'insofferenza mortificano e cancellano se non è difeso e rivitalizzato
costantemente da una critica capace di ribatterlo sui tavoli da disegno.
Di queste dilapidazioni ogni epoca è pregna. Ne citerò due esempi
emergenti, l'uno antico e l'altro moderno, a conclusione di questo discorso.
Il primo riguarda Michelangiolo, il secondo Frank Lloyd Wright.
Nel 1529, nell'ora spiritualmente più tesa, struggente e creativa della
sua vita, Michelangiolo traccia i piani per le fortificazioni di Firenze.
Le concezioni spaziali, strutturali e paesaggistiche inverate nei fogli di
Casa Buonarroti sono travolgenti, sconfinano oltre ogni esperienza del periodo
barocco, oltre l'espressionismo, oltre l'informale.
Proteso nell'ideale della libertà repubblicana che assume nel suo animo
le dimensioni di un mito laico, Michelangiolo si affranca da ogni commercio
con la tradizione, recide ogni scambio coi lessici rinascimentali già
posti in crisi, anzi in stato d'accusa, nella Laurenziana, e crea un linguaggio
inedito anticipando una visione dell'architettura che, a quattro secoli dalla
sua morte, non è ancora pienamente acquisita.
Le cavità che egli plasma nelle muraglie delle fortificazioni, e scava
nei baluardi e nei puntoni, libere da ogni geometrismo, da ogni memoria sintattica
e grammaticale, cariche di pressioni e di strappi dilatanti, ferite da asole
di luce, sono quanto di più coraggioso abbia offerto la storia dell'architettura
mondiale. I suoi moduli strutturali, nella materia corrosa fino agli estremi
sforzi, nelle colate di forme spasmodicamente marcate, rispondono ad un'intuizione
sbalorditiva delle moderne teorie dell'elasticità. E ancora il suo
senso prodigioso della progettazione territoriale, degli spazi esterni alla
città concepiti come forze che penetrano e determinano la forma delle
masse, del paesaggio che aggredisce, s'avventa sulle mura, e che l'architettura
elettrizza in un gesto poi ripercosso sui colli e in pianura, non trova paragoni
nella storia posteriore, poiché anche il Vauban impallidisce al confronto
in quanto razionalizza un processo che Michelangiolo aveva lasciato aperto,
non-finito.
Ebbene, da anni, è per me motivo di perenne stupore e sgomento il fatto
che di questi disegni, di questa straordinaria offerta culturale, la critica
di Michelangiolo per quattro secoli non si sia nemmeno accorta.
È un fatto inverosimile, incredibile.
Il Condivi narra a lungo dell'azione di Michelangiolo in difesa di Firenze,
ma non accenna agli schizzi delle fortificazioni. Il Vasari, che pur tanto
si interessa di ingegneria militare, specie nella “Vita” del Sanmicheli,
li ignora. Nessuna menzione nel dialoghi di Francisco de Hollanda, nelle cronache
di Marcantonio del Cartolaio, di Giambattista Busini, di Benedetto Varchi,
nella “Vita di Niccolò Capponi” di Bernardo Segni, nelle
“Istorie della città di Firenze” di Iacopo Nardi, nelle
“Istorie fiorentine” di Scipione Ammirato; insomma in tutta la
letteratura del Cinquecento è come se questi progetti non fossero mai
esistiti.
Il silenzio si perpetua, senza eccezioni, nei tre secoli successivi, benché
il Bottari nel 1760 riportasse l'apprezzamento del Vauban per le fortificazioni
buonarrotiane, e il Milizia, otto anni dopo, ne parafrasasse il brano. Bisogna
arrivare al saggio del Riva Palazzi del 1875 per trovare un'indicazione di
questi fogli, cui peraltro l'autore attribuisce un rilievo affatto secondario.
Tacciono gli specialisti di ingegneria militare: o li trascurano, come il
Rocchi e il Borgatti, oppure li liquidano con poche osservazioni marginali.
La congiura include gli storici d’arte e i cultori di storia architettonica.
Benché il Gotti nella “Vita di Michelangiolo” pubblicata
nel 1875, avesse catalogato i fogli delle fortificazioni, il Geymüller
li ignora nella monografia del 1904, e così Dagobert Frey nel volume
del 1923, e così il Berenson in “The Drawings of the Florentine
Painters”, e paradossalmente persino Karl Frey, nella raccolta dei disegni
michelangioleschi. Si stenta veramente a crederlo: nel 1927, quando lo Steinmann
e il Wittkower danno alle stampe la ponderosa bibliografia michelangiolesca,
nessuno schizzo delle fortificazioni era mai stato pubblicato. Sembra che
nessuno, dal 1529 al 1927, li abbia mai visti: se fossero stati trafugati
e nascosti, o ascritti ad altri, la loro fortuna critica non sarebbe stata
diversa poiché, per quattro secoli, nessuno ebbe occhio ed animo per
riconoscerli e recuperarli al mondo dell'architettura.
Avvenne di peggio. Quando finalmente, nel settembre del 194O, Charles de Tolnay
pubblicò diciotto disegni delle fortificazioni, l'impresa apparve rivelatrice;
ma poiché questi progetti sconvolgevano l'interpretazione tradizionale
dello sviluppo artistico di Michelangiolo, minando i pregiudizi circa il suo
essere prevalentemente uno scultore e circa il suo giungere all'architettura
solo a tarda età, accadde che, malgrado l'evidenza documentaria, vinsero
i pregiudizi, tanto che negli stessi saggi del Tolnay ed anche nella recente
monografia dell'Ackermann, l'esame dei disegni per le fortificazioni fiorentine
rimane estrinseco, non opera quella radicale revisione della critica michelangiolesca
che i documenti impongono.
L’interrogativo è invero allarmante: perché questo sperpero
di un raggiungimento linguistico e poetico di tale, immensa, entità?
Michelangiolo stesso ne subì le conseguenze. Dopo l'assedio e il crollo
della Repubblica, egli rientra nell'alveo del classicismo romano, torna a
contestarne la grammatica e la sintassi proporzionale nel Campidoglio, a Palazzo
Farnese, a San Pietro, nell'estremo furore di Porta Pia, e infine in quella
apocalittica «rinuncia all'architettura» di Santa Maria degli
Angeli, dove la poetica del non-finito fonde con quella delle rovine, cogliendo
la virtualità di uno spazio quasi senza intervento.
Tutti sanno perché ciò avvenne: per la delusione e l’offesa,
per l'involuzione culturale che sfociò nell'Inquisizione e nella censura.
Ci sono cento spiegazioni sociologiche, intellettuali, linguistiche, tutte
plausibili. Ma non eliminano il sospetto che se la critica si fosse accorta
di quella scoperta, e avesse confortato e sostenuto Michelangiolo, forse egli
non avrebbe abbandonata la ricerca; che se, più tardi, la critica avesse
riconosciuto e preservato questo linguaggio rivoluzionario, un enorme travaglio
sarebbe stato risparmiato al mondo. Le forme aperte delle fortificazioni potevano
forse evitare di essere corrotte e monopolizzate in chiave di persuasione
barocca, oppure la proposta michelangiolesca, conculcata dall'Inquisizione
ma mantenuta viva dalla critica almeno come ipotesi e come alternativa, poteva
essere recuperata nel corso successivo della storia. Non so, nessuno può
sapere, ma nessuno, credo, può idealisticamente acquietarsi di fronte
a questo colossale esempio di spreco, di dissipazione, di viltà e di
incoscienza critica, che consentì di svirilizzare e obliterare un linguaggio
protestatario ed eversivo consegnandolo al potere.
L’umana vicenda in architettura brulica di valenze non utilizzate, di
ipotesi lasciate in sospeso, di moti liberatori esplosi e subito dopo inibiti
e soffocati. A un grado tale da indurre allo sconforto e all'esasperazione.
Non appena un poeta propone una nuova idea, la massa dei mediocri e dei pavidi
s'affretta a corromperla. Triste e naturale.
Ma è qui che la critica storica deve intervenire, impedendo che un
patrimonio rivoluzionario sia avvilito in una cronaca meschina e insignificante.
La critica, se non vuol ridursi alla passiva registrazione di ogni esperienza,
se non vuol rinunciare a promuovere, a costituire la metodologia del fare
architettonico, se non vuol essere una critica conformista, che non sa mai
dire no e quindi dice no solo di fronte alle cose serie, qui deve resistere
e rilanciare.
Ebbene, io temo che anche oggi un grave pericolo soverchi l'architettura,
ed è l'inclinazione a dissipare il patrimonio conquistato da un secolo
di movimento moderno, e in specie da un genio di michelangiolesca statura,
quello di Wright.
Il fenomeno presenta impressionanti analogie con quello del tardo Cinquecento
ed invero assistiamo a un dilagare del manierismo. Mentre Le Corbusier si
chiude in uno splendido ma incomunicabile monologo e Mies ripiega su impianti
classicistici, e Gropius cede ai vernacoli e all’imperio del business,
ed Aalto si appaga di variazioni neo-empiriche, l'architettura del mondo,
da due decenni, in una follia di evasioni, di contorsioni e di arbitrii, dilapida
le valenze rivoluzionarie dei maestri del razionalismo europeo e del genio
di Wright.
Perdiamo tempo a dibattere la cronachetta di esperimenti graziosi, curiosi,
interessanti come indizi psicologici o come aggettivazioni formali. Elogiamo
il gusto di Louis Kahn, di Eero Saarinen; di Kenzo Tange, di Paul Rudolph,
consideriamo grandi eventi la Torre Velasca, o la Rinascente in Piazza Fiume
o la chiesa dell'autostrada del Sole; personalità e prodotti senza
dubbio degni di citazione che però alienano le concezioni spaziali
del movimento moderno ponendole a servizio della pubblicità e della
speculazione fondiaria, invece di proiettarle su scala urbanistica e territoriale
in funzione dei nuovi compiti sociali. Sia chiaro: la critica storica non
può essere disponibile per questa operazione di spreco e di alienazione.
Forse l'epoca delle grandi personalità creatrici è superata,
come molti asseriscono in base a non so quale certezza. Forse la produzione
edilizia di massa e la ristrutturazione dei territori impongono non solo il
lavoro in équipe nel senso interdisciplinare, ma proprio l'arte di
gruppo. Se ciò è vero, la tesi qui sostenuta acquista di attualità,
poiché è evidente che l'arte di gruppo nasce da un impegno critico
più che creativo, e quindi esige un metodo scientifico, una critica
coraggiosa ed aperta, capace di opporsi allo sfacelo dei valori del passato
antico e recente, capace di iniettare nella produzione di massa le qualità
che i grandi architetti hanno attinto nella produzione di élite, garantendo
così un coerente travaso del linguaggio poetico nel linguaggio d'uso.
Una critica insomma disposta a lottare contro la tendenza al consumo gratuito
dei valori rivoluzionari.
Nel panorama di questi valori emerge sovrana l'architettura di Wright, frutto
di una tenace, eroica ricerca che ha tradotto il vuoto come grandezza negativa,
«materiale e cubica» per usare i termini del Riegl, in uno spazio
di «grandezza infinita e priva di forma», ciò che significa
in cavità elaborate per essere socialmente fruite, la cui formazione
aperta nasce dai contenuti; una ricerca che, in nome di questo messaggio di
libertà, anzi di liberazione, ha scarnificato la scatola muraria fino
a renderla diaframma in un paesaggio continuo e umanizzato; e le strutture
ha integrato in un'orchestrazione statica che si identifica con quella spaziale.
Per questo apporto, per questa idea, Wright, come Michelangiolo, fu perseguitato,
offeso, deriso; espulso dal mondo ufficiale, dalle metropoli, dall'università,
ridotto per un decennio alla fame. Per mezzo secolo fu ostracizzato dal capitalismo
americano, ed ora il neocapitalismo tenta di cancellarne l’eredità.
Sarebbe invero un atto di autolesionismo, da parte di coloro che intendono
costruire una società nuova, rinunciare all'uso, per questa società,
di un linguaggio di tale portata. Nessuno storicista, nessun marxista serio
può auspicare uno spreco del genere se già in tempi non di disgelo,
ma anzi glaciali, Lukacs precisava che la sovrastruttura artistica non si
limita a rispecchiare la realtà, ma assume posizione attiva pro o contro
una determinata base. Anche ammettendo che tutta l'arte sia sovrastruttura,
il linguaggio dell'architettura moderna è tanto attivo contro la base
da poter esser conculcato dai poteri dittatoriali, paternalistici e neocapitalistici,
ma non comprato al di là delle sue apparenze. Il fatto è che,
dalle “Prairie Houses” dell'inizio del secolo alla “Miniatura”,
dal capolavoro di Falling Water al Museo Guggenheim, dalle case modeste per
il cittadino medio ai grattacieli alti un miglio, l'arte di Wright, in cinquecento
e più edifici realizzati, ha forgiato uno strumento di tale forza liberatrice,
di tale energia propulsiva che l'atto originariamente protestatario è
sboccato in un'anticipazione concreta, verificabile, di un mondo nuovo, libero
dai privilegi.
Per questa libertà dello spazio socialmente fruito lottarono tutti
i grandi architetti della storia, contro il dispotismo, l'oligarchia, i principi,
i vincoli dei materiali e delle strutture, la retorica degli stati teocratici
e delle dittature moderne, la mediocrità burocratica e l'usura fondiaria.
Per questa libertà degli spazi nelle case per tutti, nelle città
programmate nell'interesse di tutti, su un suolo di tutti, dettero la vita,
nei campi di concentramento e nella Resistenza, Giuseppe Pagano, Gian Luigi
Banfi e, a soli ventiquattro anni, lo studente di architettura Giorgio Labò.
Già, nella storia dell'architettura moderna, il linguaggio è
inscindibile dai contenuti rivoluzionari. Per questo, la critica ne rifiuta
lo sperpero e ne promuove il rilancio.
È tutto. Sul terreno etico, la proposta che la nuova storia dell'architettura,
intesa come metodologia del fare contemporaneo, esprime, può essere
racchiusa in due parole: in luogo di un pessimismo rassegnato e di un'arte
di consolazione, un'architettura impegnata, di un ottimismo ribelle.
Grazie.