La «Legge-Truffa» del 1953
L'ultimo evento prima del 1954, quando
comincia il settimanale "Cronache", è la campagna di “Unità
Popolare” nelle elezioni del 1953. Ho raccontato la vicenda in un congresso.
Non voglio ripetermi, ma non posso tacerne perché è un episodio
che ho vissuto per mesi e mesi con enorme passione, con grande fatica. Si
tratta di questo. Improvvisamente, come un colpo di stato, passa in Parlamento
una nuova legge elettorale promossa dall'on. Ruini, legge che sarà
denominata la «legge truffa».
Prevede che i partiti si possano coalizzare in modo da raggiungere una maggioranza
cui sarà conferito un premio da ripartirsi proporzionalmente al numero
di voti ottenuti da ciascun partito della coalizione. In pratica, si alleano
D.C., P.S.D.I., P.R.I. e P.L.I. e si presentano insieme. Se insieme raggiungono
il 51% dei voti, scatta il premio di maggioranza diviso proporzionalmente
tra i quattro partiti. Il che significa, in concreto, che la DC, con il 38%
dei voti, ottiene il 51% dei seggi parlamentari, e può comandare anche
senza l'ausilio dei tre piccoli partiti. Imbroglio formidabile, che nessuno
capisce, e che occorre spiegare nelle poche settimane prima delle elezioni.
Dico allo studio: «Se passa la "legge truffa", io non posso
più vivere in Italia. Dunque, lascio lo studio, fate voi, io mi occupo
solo di politica». Incontro Carlo Levi, lo galvanizzo. Propone di creare
un movimento denominato “Unità Popolare”, con simbolo «una
stretta di mano». D'accordo. La ribellione contro la «legge truffa»
si estende. Oltre a noi, ex-azionisti, determina fratture tra i socialdemocratici,
i repubblicani e i liberali. Passano all'opposizione Ferruccio Parri, Piero
Calamandrei, Tristano Codignola, e innumeri altri ex leader del Partito d'Azione.
Faccio 38 comizi, da Catanzaro a Udine, nelle condizioni più disorganizzate.
Non abbiamo che pochi gruppi locali, non abbiamo mezzi finanziari, non abbiamo
gente capace di programmare. Spesso arrivo in un posto (Montobelluno, San
Daniele del Friuli, Portogruaro, per fare un esempio, nel Veneto), non trovo
nessuno, vado al Partito Socialista dove non sanno neppure cos'è “Unità
Popolare”, mi faccio prestare un microfono, lo porto ad un caffè
dove mi danno un tavolo che trasporto in piazza. Monto sul tavolo: «Cittadini
e cittadine, fra un quarto d’ora, l'arch. Bruno Zevi del movimento “Unità
Popolare”, professore dell'Istituto Universitario di Architettura di
Venezia, parlerà contro la «legge truffa»». Incredibile,
delirante. Gli studenti di Venezia, vedendo questo giovane e amato docente
scatenarsi nella campagna elettorale, mobilitavano amici e parenti e, se ritardavo,
chiudevano le piazze nell'attesa. Sei comizi a Venezia, con Mario Soldati
che girava un film con una bellissima attrice americana; se la portava appresso,
la gente seguiva l'americana e insieme il mio comizio. L'ultima notte, dovevo
chiudere a Venezia, ma ebbi l'ordine di chiudere precedentemente a Padova.
Raggiunsi il campo con due ore di ritardo. Pensavo di non trovare nessuno,
non avevo più voce, ero stanco morto. Invece trovai la piazza affollata,
molti stesi per terra, addormentati. Mi commossi, mi tornò la voce,
feci un discorso folle, salutando studenti e amici perché, convinto
della sconfitta, sarei emigrato di nuovo. Finii leggendo una pagina di Carlo
Rosselli, con le lacrime agli occhi.
Vincemmo. Ottenemmo 50.000 voti, quelli che mancarono alla DC per raggiungere
il quorum di maggioranza. Vincemmo, ma nessuno fu eletto, neppure Parri, neppure
Calamandrei. Tornai a studio soddisfattissimo, e perplesso.
Zevi contro la «legge truffa», un comizio.
Vi chiedo di ascoltarmi per dieci minuti,
non più. Sono venuto qui non per far propaganda a qualche partito,
ma semplicemente per spiegarvi il meccanismo liberticida di una legge elettorale
votata a sorpresa qualche settimana fa e subito applicata in modo che i cittadini
non avessero il tempo di capirne il significato.
Neanch'io l'avevo capito, ma quando alcuni amici me lo hanno spiegato, ho
deciso di abbandonare ogni altra occupazione per girare disperatamente l'Italia
al solo scopo di illustrarvi di che si tratta. Dunque, attenzione!
a) Stabilire un premio di maggioranza è, in sé, perfettamente
legittimo. Se un partito ottiene il 50 per cento più uno dei voti,
perché non dargli un premio, in modo che la sua prevalenza parlamentare,
già acquisita, sia un po' rafforzata? Le regole democratiche non risultano
inficiate da un dispositivo del genere, come si constata in molti paesi stranieri.
Ma - ecco il primo punto - in Italia, oggi, nel 1953, nessun partito è
in grado di ottenere il 50 per cento più uno dei voti. Allora, cosa
hanno escogitato?
b) Una coalizione di partiti: DC, PSDI, PRI, PLI messi insieme. È male?
In linea di principio, no. Se i quattro partiti avessero elaborato un programma
comune, valido per l’intera legislatura e s'impegnassero a governare
unitariamente per realizzarlo, la coalizione potrebbe essere interpretata
come equivalente a un solo partito, sia pure di varie sfumature, e il premio
di maggioranza sarebbe ammissibile. Ma questo non è affatto il caso.
Perciò l'imbroglio, la truffa!
c) La coalizione non ha un programma comune e non implica l'impegno dei quattro
partiti a restare solidali per un quinquennio.
La legge maggioritaria è un mero espediente per carpire il premio e
poi dividerselo in quattro fette. Con quale criterio se lo vogliono dividere?
La proporzionale, cioè percentuali rapportate al numero di voti ottenuti
da ciascun pattito. Attenzione! Qui sta lo scandalo! Perché, se la
DC raccoglie il 38 per cento dei suffragi e la coalizione il 50 per cento
più uno (con il 12 per cento più uno dato al PSDI, al PRI e
al PLI), scatta il premio, e la fetta assegnata alla DC porta i suoi deputati
dal 38 al 51 per cento. A questo punto, la DC non ha più bisogno dei
suoi alleati, li ha strumentalizzati per le elezioni, può prenderli
a calci o liquidarli cortesemente, ma comunque può seguitare a comandare
senza remore e controlli, a spadroneggiare per altri cinque anni!.