Gruppo Zangrandi
Ruggero Zangrandi
diventa presto il nostro leader.
Ne possiede tutti i titoli. Amico di Vittorio Mussolini, ha libero ingresso
a Villa Torlonia, dove è a diretto contatto con il duce, che segue
le attività del figlio. Redige "La penna dei ragazzi", mensile
che si trasformerà in "Anno XII", "Anno XIII",
ecc. Rappresenta quindi una protezione dalla polizia. D'altra parte, è
dichiaratamente agli antipodi del regime. Non ne sopporta le organizzazioni,
meno di tutto il GUF universitario.
Vuole intraprendere iniziative autonome, anticonformiste. L'occasione è
un mero pretesto. Alcuni studenti egiziani sono stati perseguitati dagli inglesi.
Noi organizziamo una grande manifestazione di solidarietà con gli studenti
egiziani. Si disegna una strategia per sfuggire al controllo del GUF.
Si avvertono tutti i licei. Si fissano una quindicina di luoghi di assembramento
per i manifestanti. Le varie colonne si sarebbero quindi avviate verso villa
Borghese, centro della manifestazione. Ricordo decine di giovani colleghe
del Tasso lavorare giorno e notte per preparare "coccarde" e "bandiere".
Di notte, a casa Zangrandi in via Tirso, si respirava aria di rivoluzione.
Fu una catastrofe, neppure abbastanza drammatica.
Quando i ragazzi si recarono ai quindici punti di raccolta, li trovarono tutti
occupati dal GUF e dalla polizia. Noi, che eravamo già a villa Borghese
per accogliere le varie colonne, fummo avvisati per tempo. Poi le colonne
arrivarono, ma in stato di esaurimento. Ci furono dei tafferugli.
Ma Zangrandi seppe controllare la situazione quasi esplosiva. Ad ogni colonna
ripeté con voce categorica: «Bisogna sciogliersi. Quale che sia
il nostro giudizio sull'intervento della polizia, non possiamo trasformare
la nostra manifestazione in un atto contro il regime e il governo. Riconosciamo
di essere stati sconfitti, sciogliamoci e torniamo a casa».
La notte, in via Tirso, una seduta con una decina del gruppo, tra cui ricordo
soprattutto Carlo Cassola. «Non c'è niente da fare. Fuori e contro
le organizzazioni fasciste, da soli non possiamo agire», disse Zangrandi.
Da lì nacquero due idee: il "doppio binario", cioè
il nostro riparo nelle organizzazioni ufficiali, da cui sarebbe stato più
facile svolgere azioni antifasciste e, in questo quadro, l'Associazione per
l'Universalità del Fascismo, che ci avrebbe dato la possibilità
di ottenere un passaporto, di recarci all'estero e incontrare gli antifascisti
dell'emigrazione.
Io ero perplesso.
Riconoscevo l'opportunità del "doppio binario", ma personalmente
rifiutavo di accettarlo. Quanto all'Associazione per l'Universalità
del Fascismo, era accettabile a condizione che non ci fosse Vittorio Mussolini.
La vicenda del "doppio binario" è lunga e articolata; per
essa rimandiamo al libro di Zangrandi, "La lunga strada attraverso il
fascismo". Quanto all'Associazione, fu fondata quando stavo a Nettuno.
Telefonai: Vengo? Certo che vieni! Ma Vittorio c'è? Credo di sì.
Allora non vengo. A distanza di decenni, Esulino Sella mi ha inviato copia
dell'atto di fondazione. Tra le firme, la mia non c'è. Ma, del resto,
durò poco, perché il padre di Vittorio mise il veto.