Ritorno in Europa
Il mio soggiorno negli Stati Uniti, durato
dal gennaio 1940 al marzo 1943, è denso di eventi: il matrimonio, la
laurea a Harvard, le prime esperienze di lavoro nei grandi uffici americani,
conferenze antifasciste a Patterson e in altri centri prevalentemente anarchici.
Ma, specie dopo Pearl Harbour e l’ingresso degli Stati Uniti in guerra,
tutto fu ipotecato dal programma di tornare in Italia per partecipare alla
lotta di liberazione. Mesi e mesi di attesa. Giunse poi da Londra Dino Gentili
con un programma che prevedeva un volo di propaganda antifascista su Roma,
simile a quello attuato con un velivolo italiano da Lauro De Bosis, catturato
dagli inglesi in Libia. Accettammo subito: Alberto Cianca, Alberto Tarchiani,
Aldo Garosci ed io, mentre Carlo Almagià si dichiarò disposto
a pilotare.
Un giorno - stavo nel Boston Hospital per un’operazione a una glandola
salivare - fui risvegliato dall’anestesia dall’annuncio: «C’è
Lussu», datomi da Tullia. Mi alzai a precipizio, mi precipitai nella
stanza vicina incredulo. Invece era proprio lui, Emilio Lussu, che viveva
clandestino nella Francia occupata, era stato trasportato dall’Intelligence
in Inghilterra e da lì era venuto per qualche giorno in America. Lussu
era d’accordo con Gentili sul programma del volo.
La traversata dell’Atlantico all’inizio del ‘43 non fu drammatica,
ma favolosa. Un’enorme nave, con un’intera divisione corazzata
a bordo. Ci avevano avvisati di restare in casa, in modo da poter essere chiamati
in ogni momento. Ci chiamarono, ci portarono sulla nave stracolma. Per raggiungere
una piccola cabina con quattro letti, camminavamo letteralmente sui corpi
di soldati di colore ammonticchiati su tre livelli nei corridoi. In alto,
non si vedeva il cielo, tanto alte erano le torri formate dai carri armati.
Dissero che c’erano 15.000 persone, che la nave non poteva essere scortata,
e quindi andava sola, a grande velocità, ma a zig-zag per evitare di
essere intercettata dai sottomarini tedeschi particolarmente numerosi in quel
periodo.
Dopo aver raggiunto Glasgow, un generale americano salì sulla nave
e disse: «Never again!» L’esercito americano non poteva
permettersi di perdere un’intera divisione corazzata. L’esperimento
non doveva essere ripetuto. Never again.
Intanto era caduto Mussolini. Il volo sull’Italia era cancellato. L’Intelligence
inglese ci propose di gestire una radio clandestina che avrebbe trasmesso
dall’interno dell’Italia. Accettammo subito. Fummo condotti in
una villa somewhere in England, che non abbiamo mai saputo dove fosse, perché
mancava qualsiasi nome sia alla stazione che nelle strade. Poiché la
mia voce era più acuta e metallica di quella degli altri, trasmettevo
quasi soltanto io.
Ci raggiunse Leo Valiani dal Messico. Mi fece conoscere Arthur Koestler, autore
dei celebri libri “Darkness at Noon” e “Scum of the Earth”,
amico fraterno di Leo dai tempi del campo di concentramento del Vernet. Arrivarono
pure, sempre dal Messico, Bruno e Renato Pierleoni, operai specializzati della
Galilei di Firenze, poi rifugiati in Francia.
Volevamo tornare in Italia, anche se la radio clandestina era importante,
come dimostravano le reazioni fasciste e quelle del Vaticano. Gli inglesi
chiesero che almeno uno di noi restasse per continuare la radio; e la scelta,
ovviamente, cadde su di me, per la voce acuta e metallica. Sicché Cianca,
Tarchiani, Garosci e Gentili partirono per l’Italia, ed io rimasi solo,
“somewhere in England”. Né basta.
Dopo una o due settimane, fui chiamato dall’Intelligence. Mi fecero
vedere un telegramma: “If you have any power over the radio Giustizia
and Libertà stop it because it is contrary to our interests. General
Eisenhower”, comandante supremo delle forze alleate. Le mie trasmissioni
furono immediatamente sospese. Evidentemente la nostra posizione dichiaratamente
anti-monarchica e le nostre critiche agli atteggiamenti pro-fascisti del Vaticano
non erano più accettabili dai sostenitori del governo Badoglio.
«Allora, vado anch’io in Italia?» «Proprio no, siamo
già molto pentiti di aver permesso ai suoi tre amici di andare, perché
fanno una politica contraria alla nostra». «Allora torno in America
da dove sono venuto». «Anche in America Lei farebbe propaganda
contro la monarchia, Badoglio, la politica americana e quella inglese. Non
possiamo permetterlo». «Ma, dunque, sono prigioniero in Inghilterra?».
«Non esageri, please. È solo nostro ospite, assai gradito».
«No, mi dispiace, collaboro con l’Intelligence nella lotta contro
il fascismo, ma non voglio un centesimo dall’Intelligence, dovessi anche
morire di fame».
Mantenni il nostro comportamento. Prima di partire da New York, aveva offerto,
a scelta, una divisa dell’esercito americano o di quello inglese. «No,
avevamo risposto, noi rappresentiamo l'Italia libera». «Ma, signori,
siete consci che, se per una qualsiasi disgrazia, doveste cadere in mani tedesche,
vi fucilerebbero subito, mentre in divisa sareste semplicemente prigionieri
di guerra?». «Sì, siamo consci».Dovevo trovare un
lavoro, mentre nella biblioteca del Royal Institute of British Architects
raccoglievo materiale per il mio primo libro, “Verso un’architettura
organica”. Vivevo a casa di Dino Gentili, in un elegante attico vicino
a Regent Park. Un’amica di Dino, Ilsa Haigh, che abitava al secondo
piano, lavorava nell’ufficio per i rifugiati. Venne a sapere che l’esercito
americano stava allestendo un ufficio londinese per progettare gli accampamenti
necessari allo sbarco in Europa. Andai subito, descrissi la laurea di Harvard,
mi accettarono; allora chiesi ed ottenni la dilazione di una settimana per
stendere il testo del libro sulla base degli appunti presi.
«Ilsa, le chiedo una cosa straordinaria. Ho una settimana per scrivere
un libro. Voglio lavorare nel modo migliore, senza orari e limiti. Voglio
scrivere e, quando sono stanco, dormire. Voglio mangiare quando e solo quando
mi va. Non so cucinare, neanche un uovo nel tegamino. Quindi lei deve essere
sempre pronta, con spaghetti, bistecche, caffè; quando ho fame, la
chiamo, lei mi porta il mangiare, e me lo consegna senza entrare, perchè
voglio solo pensare al lavoro».
Così fu. Dopo una settimana, il libro era scritto e presi a lavorare
presso l’ufficio militare americano. Come sempre ero sconcertato e smarrito,
prima di incontrare Gordon Banshaft della Skidmore, Owings & Merrill,
con cui diventammo amici. Ma ecco un colpo di fortuna. Un giorno, all’ora
del pranzo, io ero ancora in ufficio, non so perché. Arriva furioso
un colonnello e chiede: «Lei chi è?» Glielo spiego. «Lei
sarebbe in grado di dirigere questo ufficio? I disegni che hanno elaborato
sono tutti sbagliati; bisogna ricominciare daccapo. È pronto a farlo?»
«Si figuri, è proprio quanto aspettavo». Sicché,
di colpo, dall’essere l’ultima ruota dal carro, divenni direttore
con una quarantina di militari americani sotto di me. Fu una parentesi serena.
Quando mi dissero che organizzavano un gruppo di tecnici per la ricostruzione
del porto di Le Havre e mi chiesero di partecipare, pensai: «In Italia
evidentemente non ci tornerò mai».