Carlo Cassola

Attività clandestina antifascista 1936-38

Distaccatomi dal gruppo Zangrandi, incontravo però spesso Ruggero, convinto com’ero del suo sincero antifascismo. Un giorno, d’estate, mi chiese di partecipare ad un convegno antifascista di giovani di tutta Italia che si sarebbe tenuto nello scantinato di una casa di una sua zia, a Monteverde Nuovo. Accettai subito. Studiammo itinerari complicati per ciascuno di noi, in modo da ingannare eventuali poliziotti. Io dovevo prendere tre mezzi di trasporto, quando due erano più che sufficienti. A turno, si faceva la guardia dall’alto della palazzina, per avvisare gli altri, in caso di brutte sorprese; nello scantinato poltrone a doppio fondo erano pronte a contenere le relazioni da far sparire.
Convegno memorabile, con ottime relazioni sui vari aspetti della situazione italiana, con giovani venuti da Milano, Padova, Pisa, Firenze, Napoli ed altre città. Per rompere l’austerità, Carlo Cassola portava una foto del duce, l’attaccava al muro e obbligava ciascuno di noi a sputargli sopra. Solo l’ultimo giorno, ci fu sentore di qualcuno sospetto che si aggirava intorno alla palazzina. Ma ormai avevamo vinto.
Tra le varie attività degli anni successivi ci fu anche la collaborazione a un giornale siciliano, per una pagina culturale settimanale da redigersi a Roma. La ricordo per un racconto incredibile di Cassola, straordinario, intitolato “Grande adunata”. Più volte, negli anni successivi, ne ho chiesto a Carlo. L'aveva completamente dimenticato, non gliene importava niente.
La guerra di Spagna scatena la rivolta persino dei giovani che avevano introiettato la guerra dell’Abissinia. Nel giorno in cui Mussolini organizzò la raccolta di fondi a favore della Spagna di Franco, noi, sparsi lungo l’Appia Antica, organizzavamo la raccolta di fondi per la Spagna libera. Una sera, per pura combinazione, intercettai alla radio una voce che proclamava: «OGGI IN SPAGNA, DOMANI IN ITALIA!» Era quella di Carlo Rosselli.
Ma torniamo un momento indietro. Nel 1937 apprendemmo che i Littoriali della Cultura erano stati pretesti per manifestazioni apertamente antifasciste.
I prelittoriali del ‘38 furono esplosivi a Roma nella seduta di politica estera presieduta da Virgilio Gayda. C’erano tutti i giovani antifascisti, a cominciare da Antonio Giolitti. C’era il gruppo Zangrandi, che io stesso avevo sollecitato a intervenire . Atmosfera rovente perché, il giorno prima, la Germania hitleriana aveva invaso e occupato l’Austria. Non appena ci fu un accenno all'Anschluss, la sala cominciò a rumoreggiare. Gayda esclamò: «Ma c’è la lettera di Hitler a Mussolini». Un giovane ancora liceale, il figlio del prof. Rivosecchi del Liceo Visconti, si alzò gridando: «La lettera alla serva!». Raggiunsi Zangrandi: «È la tua grande occasione per riconquistare la fiducia degli antifascisti», dissi e lui chiese la parola. Fece un discorso magistrale, di netta opposizione al regime, dopodiché Gayda volle interrompere la seduta. Ma ormai la sala era effervescente. Ognuno di noi aveva un gruppo cui rivolgeva concioni rivoluzionarie. Mi hanno detto che, da radio Mosca, la sera stessa fu trasmesso un resoconto di quella riunione infuocata.
Accolsi le leggi antisemite con serenità ed allegria, quasi che non mi concernessero. La mia famiglia era una famiglia alto-borghese, quindi afascista, ma non antifascista. Mussolini per un certo periodo aveva resistito a Hitler accogliendo parecchi studenti ebrei tedeschi espulsi dalle università germaniche. Mio padre e mia madre osservavano la mia attività clandestina perplessi, vedevano libri di Lenin sul mio tavolo quasi con orrore. Ogni volta che veniva pubblicata una legge antisemita, compravo un pacco di paste, le portavo a casa, le offrivo dicendo: «Evviva! non ci sono più equivoci. I fascisti sono anche antisemiti, come si voleva dimostrare!».