Ammissione al terzo anno dell'Architectural Association School of Architecture"

Inghilterra

Un giorno, in via Nomentana, Paolo Bufalini mi disse: «Dovresti pensare ad emigrare». «Io? Non mi passa neppure per il cervello». «E però la tua attività clandestina può diventare assai più pericolosa per il fatto che sei ebreo. Pericolosa anche per gli amici». Cascai dalle nuvole. Pochi giorni dopo, telefonò Gigi Luzzatti, appena laureato in medicina: «Vado a Londra per vedere cosa si può fare. Perché non vieni anche tu?» «Non ne ho alcuna voglia». Ma mio padre disse, con mia grande meraviglia: «Perché non ci vai, almeno per pochi giorni?» Ritelefonai a Gigi e partii con lui.
Mentre stavo a Londra, il clima internazionale peggiorò. Mio padre diceva di aspettare, di non tornare in Italia. Io insistevo: a Londra soffoco, non ci voglio stare. In caso, vado a Parigi. Andai a Parigi per una settimana, incontrai Paolo Milano e Tullio Ascarelli. Tornato a Londra, vennero a trovarmi i miei genitori. Lo scenario internazionale volgeva al peggio. La guerra era imminente. Che ne sarebbe stato di un giovane come me, escluso dal servizio militare? Dove lo avrebbero mandato i fascisti?
Mi convinsero a restare a Londra, dove una sera per strada incontrai Carlo Ludovico Ragghianti, sua moglie Licia e Giuliano Briganti. Da un minuto all’altro, la mia vita cambiò. Ragghianti era un mio ideale: gli ero stato presentato a Roma, anni prima, da Antonello Trombadori e, sistematicamente, una o due volte alla settimana, mi recavo a cenare con lui in una trattoria vicino a piazza Venezia, ovviamente controllata da poliziotti. Ma Ragghianti non aveva nessuna paura: «Se fossi iscritto al partito fascista, avrebbero ragione di rimproverarmi. Ma non sono iscritto, quindi posso esprimere apertamente il mio antifascismo. Ve lo assicuro. Andrò in galera, ma non un giorno prima di quelli che si sono iscritti al partito».
Ragghianti mi dava la stessa ebbrezza di Carlo Cassola quando, di notte per strada, urlava improvvisamente: «Puttana!» riferendosi a Mussolini, o quando, pranzando con un suo amico prete, ordinava al cameriere di portargli un piatto di «ossicine di Gesù bambino».
Con Ragghianti era come se fossi tornato in Italia. Visitavo con lui i musei e le collezioni private, cenavamo insieme, discutevamo di politica, facemmo visita a Don Sturzo, preparammo il memorandum sull’antifascismo per la rivista “New Statesman and Nation”.
Poco dopo la partenza di Ragghianti, scoppiò la guerra. Ero a Cambridge con un mio amico di Torino, Bruno Fuà, e sentimmo per radio il discorso di Chamberlain. Mi ero iscritto alla scuola di architettura dell’Architectural Association di Bedford Square a Londra. Un giorno apprendemmo che si era trasferita a Bartnett e andammo lì.
Frequentavo la scuola e la sera scrivevo “Brunelleschi”, un saggio da tempo programmato. La notte, spesso, un sogno-incubo: ero tornato a Roma e, non appena salutati i genitori, mi avviavo in via Venti Settembre verso la chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane. Era la mia passione, volevo rivederla. Eccola lì, mi avvicinavo, la sbirciavo di scorcio e procedevo; ma, avvicinandomi, la chiesa spariva, e mi svegliavo in un bagno di sudore. Per farla breve, una sera, Bruno Fuà mi chiamò per mostrarmi un articolo terrorizzante sulla possibile guerra chimica. «Qui non possiamo rimanere. Dobbiamo andare in America, tanto più che Walter Gropius insegna a Harvard. Scriviamo ai nostri genitori, vediamo come reagiscono».
Scrivemmo. I suoi, che vivevano a Parigi, dissero no. Mio padre da Roma disse sì e programmò un tragitto Londra-Roma e, dopo dieci giorni, Napoli-New York, il tutto con un permesso speciale della polizia.